Tutti abbiamo presente i servizi al telegiornale che ogni estate, ciclicamente, avvisano i cittadini sui comportamenti appropriati per difendersi dall’aumento delle temperature. Avviene di default: è giugno, esce il servizio. È una regola non scritta. C’è e basta. È così, non ci si può far nulla. Bisogna arrendersi.  Sapevate che un fenomeno speculare avviene anche nel mondo del cinema? In particolar modo quello italiano. Ancor più in particolare quello del genere horror. Esce al cinema un film horror italiano e, al posto di un servizio televisivo, una domanda cade sempre dal cielo: in che situazione versa il cinema horror del Belpaese? È un automatismo, come un pacchetto ‘paghi uno, prendi due’, esce un film horror e la domanda è in allegato. E quindi, chi siamo noi per sottrarci al gioco? L’occasione è offerta da The Well, il nuovo film del regista Federico Zampaglione, anche frontman dei Tiromancino, che torna all’horror dopo più di dieci anni da Tulpa – Perdizioni mortali. The Well è prodotto da Iperuranio Film ed è in sala dal 1 agosto grazie alla collaborazione con CG Entertainment, dopo un lungo tour nei festival specializzati internazionali. Su sceneggiatura dello stesso regista e di Stefano Masi, il film segue le vicende della giovane restauratrice americana, Lisa (Lauren LaVera, nota al grande pubblico per Terrifier 2), che si trasferisce in un borgo italiano per recuperare un dipinto medievale rovinato da un incendio. Nel palazzo rurale gestito dalla domina Emma (Claudia Gerini), il dipinto risveglierà antiche maledizioni, riaprendo una soglia che era meglio restasse chiusa per sempre. 

Lisa Gray (Lauren LaVera) e Emma Malvisi (Claudia Gerini)

Paesino sperduto e perennemente avvolto dalla nebbia? C’è. Ambientazione gotica? C’è. Ululati di lupi e di gufi? Ci sono. Gruppo di malcapitati di cui non ci importerà nulla in quanto non avremo mai idea di chi siano? C’è. Belloccio italiano affabile e disponibile che però cela sicuramente qualcosa? C’è. Padrona della dimora affabile e disponibile che però cela sicuramente qualcosa? C’è. Ragazzina che è l’unica un po’ sinistra e inquietante e che però si rivelerà la meno sinistra e inquietante di tutti? C’è. Passione per gli effetti speciali in prostetica (bellissimi e spaventosi, quelli sì)? C’è. E potremmo proseguire per ore. Che cosa fa, quindi, The Well? In sostanza, con il suo low budget riprende quegli horror “di bottega” frequenti negli anni ‘70 e ‘80 e che costituivano una versione più gory dei cosiddetti “spaghetti thriller”: traslato all’horror, il termine “spaghetti” indicava l’origine italiana dei film ed era un modo spesso affettuoso di indicare un genere di cinema che imitava (o reinterpretava, che dir si voglia) stili cinematografici popolari all’estero – come per esempio quelli della Hammer Film Productions – ma calati nella cultura e nell’estetica italiane (Paura nella Città dei Morti Viventi di Lucio Fulci, Dèmoni di Lamberto Bava, gran parte della filmografia di Dario Argento, ecc). Un cinema dove si preferiva l’effetto pratico, dove le presenze inquietanti erano materiche, tangibili, come l’orco feroce di The Well (interpretato da Lorenzo Renzi) e il trucco prostetico per il ‘mostro’ (curato da Carlo Diamantini). The Well è questo, niente di più, ma anche molto di meno, perché è film uscito direttamente dagli anni ‘70 (anche se ambientato nel ‘93), ma uno di quelli invecchiati a dir poco maluccio, di quelli che se ci soffi sopra alzi una nube di polvere più fitta della nebbia del film. Il problema è che siamo nel 2024.

L’inquietantissimo make up del film

Le riflessioni più interessanti a cui si presta The Well riguardano piuttosto la domanda ineluttabile e fatale dell’inizio: il cinema horror italiano è in salute? Non proprio. Potremmo dividerlo in due grandi fette. La prima è quella più accessibile di Piove di Paolo Strippoli, A classic horror story di Strippoli e Roberto de Feo, The Nest di De Feo, The End? L’inferno fuori di Daniele Misischia, oppure Oltre il guado di Lorenzo Bianchini. La seconda è quella del cinema più estremo, sporchissimo e iper-mega-giga-ultra-underground di registi come Domiziano Cristopharo (Red Krokodil, Deep Web XXX), Ivan Zuccon (Colour from the Dark), Emanuele e Giulio De Santi (Adam Chaplin, Hotel Inferno) o Raffaele Picchio (Morituris). The Well, in realtà, tenta di piazzarsi in una via di mezzo, accettando il divieto ai minori di 18 anni “A causa del tono, dell’impatto e dell’intensità dei contenuti sensibili” che era stato riservato anche a Piove (in maniera decisamente meno comprensibile). Se è vero che non è l’intenzione, ma l’azione che conta, due cose sono altrettanto vere: che in casi di produzioni low budget l’azione va riconosciuta e supportata, materialmente ed economicamente (nei limiti del possibile), almeno per far capire che la risposta da parte di un pubblico interessato a un panorama produttivo di genere può ancora essere possibile; è vero anche, però, che dall’altra parte, quella dei creativi, stentano a esserci segnali che guardino alle produzioni horror come sistema, inteso non come attività di franchising – vade retro Blumhouse Productions – ma come giusto compromesso tra desideri personali, contesto sociale contemporaneo, risposte del pubblico e traiettorie del cinema di genere (che possono essere – e speriamo siano – sempre deformate, dirottate, interrotte, combinate, ecc.). Compromesso è un termine scomodo, si sa, sta al singolo decidere se accettarlo o meno, ne è testimonianza il polverone alzatosi dopo le parole dell’Amministratore Delegato di RAI Cinema Paolo Del Brocco al Bellaria Film Festival dello scorso maggio: “Le velleità autoriali (i desideri personali sopracitati, ndr) ammazzano l’industria. Sono una palestra ma non hanno pubblico”, è stato detto. Non si vuole tornare nel merito di questa uscita scomposta e iperbolica, però potrebbe tornare utile per fare un ragionamento su The Well, perché è un caso curioso, dove non ci sono affatto le velleità autoriali stigmatizzate (semplificando al minimo il discorso regista-autore: si resta ancorati al genere). Però, al contempo, siamo sicuri che si tratti del cinema libero e personale ricercato dalla stragrande maggioranza di autori, critici e cinefili? Riflettiamo un attimo sulla parola libero. Che significa libero nel cinema (horror)? Che non si guarda al pubblico? Che ci si affida a produzioni indipendenti lontane dalle grandi major? Che si sfida la censura? Che si riprende liberamente un cinema del passato? Che cos’ha The Well di libero, in un film dove soggetto, scelte registiche, recitazione, setting, musiche, atmosfere, e via dicendo, sono un simulacro (sbiadito) di un cinema di decenni fa? Attenzione, infatti, perché così prende corpo il rischio che libertà diventi sinonimo di autoreferenzialità: dove sta scritto che in una scala di libertà – alcuni si spingerebbero addirittura a dire “in una scala valoriale”… brrr… – meriti più di altre scelte la ripresa di un cinema di genere che in passato ha attirato l’attenzione di una certa fetta di pubblico? Quindi libertà è intesa come libertà di scelta?

Federico Zampaglione nel Castello Theodoli di Sambuci, una location del film

Allora forse non sarebbe il caso di ripensare un attimo i paradigmi di libertà e personalità dell’horror italiano contemporaneo? Perché se parliamo di libertà di scelta parliamo di una questione che riguarda i creativi, le produzioni, chi sta dietro alle quinte, mai le categorie critiche. Certo, si potrebbe controbattere che però la critica non è quell’entità astratta e metafisica che dal buio della sua cameretta vaglia e analizza i prodotti senz’alcun potere d’intervento, la critica deve incoraggiare i film liberi che non hanno paura di sfidare la censura. Ma allora qui si apre, di nuovo, l’imperituro dilemma del rapporto produzioni-registi-critica-pubblico. Se è ormai assodato che la critica cinematografica, sin dalla sua nascita, ha sempre avuto un ruolo estremamente limitato per il successo dei film al botteghino (in parole povere: al pubblico ha sempre importato poco di quello che pensano i critici, salvo rarissime eccezioni), allora la critica può sicuramente segnalare la presenza di film ‘dal basso’ come The Well, ma non basterà mai. Per questo libertà riguarda più i registi, piuttosto che il giudizio di valore dei critici (lo ripetiamo: The Well ha davvero pochissimo di libero), perché come si è detto poco fa il film di Zampaglione va supportato per incoraggiare un ipotetico sistema di cinema horror italiano (che sarebbe di grande aiuto anche agli esercenti), ma un sistema è fatto di relazioni, di fili interconnessi, di tanti singoli elementi che dovrebbero – anche qui, ipoteticamente – collaborare per raggiungere un obiettivo comune. Si può affermare che guardi all’horror come sistema un film rivolto a una fetta limitatissima di pubblico (causa censura, certamente) e che riprende senz’alcuna rielaborazione un cinema di ormai cinquant’anni fa, con risultati perlomeno discutibili? Difficile rispondere di sì, probabilmente alla produzione nemmeno interessava (anzi, di certo) e in maniera più che legittima: si pensi anche al fatto che, com’è ovvio, il taglio della fetta di pubblico è colpa della censura, ma era difficile che il film ottenesse un divieto più tenue, e come si può intuire dal post Instagram dedicato alla questione la produzione ne era consapevole (anche questo è marketing, non dimentichiamolo). A The Well si augura tutto il bene possibile al botteghino, e vanno bene i richiami ad Argento, Bava, Fulci, e chi più ne ha più ne metta, ma da soli non bastano, o almeno non proposti così. Perché, purtroppo, il difetto maggiore di The Well non è essere un film anti-sistema (che semmai è difetto solo per chi scrive), è essere proprio un brutto film.

Alberto Faggiotto
Alberto Faggiotto,
Caporedattore.