“Io non sono un elefante… Io non sono un animale! Sono un essere umano! Un uomo… Un uomo”.

(John Merrick)

Dicesi “monster movie” un sottogenere cinematografico che, come da nome, presenta narrazioni con al centro un qualche “mostro” malvagio che si oppone ai nostri protagonisti puri di cuore e che deve essere sconfitto per ristabilire l’ordine.

Potremmo tracciare le origini del genere nelle origini stesse del cinema, con gli esperimenti fantastici di Méliès che già includevano creature abnormi come antagonisti (pensiamo agli alieni nel finale de Il viaggio sulla Luna), i primi adattamenti di capolavori letterari come Dracula, Frankenstein o Il mondo perduto… Ma gli stilemi del genere si cristallizzano con la nascita del sonoro, grazie a film come il primo King Kong (1933) o il ciclo della Universal dedicato a mostri iconici che proseguì fino agli anni ‘50.

Tutti, più o meno inconsciamente, siamo consapevoli di quali siano le regole, le scene madri alla base di questo genere: lo svelamento del mostro dopo la costruzione dell’attesa, la folla inferocita che insegue il mostro con torce e forconi, il rapimento della fanciulla innocente…

Ma se questi stilemi potevano funzionare in un sistema di valori semplicistico, cosa accade quando ci si comincia a interrogare sul concetto di mostro? Cos’è, d’altronde, un “mostro” se non qualcosa che differisce da una norma arbitraria, da un normale che abbiamo noi stessi inventato? E chi siamo, noi, per giudicare che cosa, effettivamente, sia questo normale?

L’iconico “Frankenstein” di James Whale. Whale, uomo gay, si sentiva vicino al Mostro di Frankenstein e all’isolamento causato dalla sua “diversità”

Riportato al cinema dal 16 al 18 giugno grazie a Lucky Red, The Elephant Man (1980) di David Lynch è basato su un’incredibile storia vera: quella di Joseph Merrick (i primi resoconti della sua vita, basati sulle memorie del dottore che lo ebbe in cura, riportano erroneamente “John”, nome che è stato usato anche nel film). Vissuto nell’Inghilterra vittoriana, Joseph soffriva di una patologia rara, probabilmente quella che nel 1939 è stata rinominata “sindrome di Proteo”: tutto il suo corpo, fatta eccezione per i genitali e la mano sinistra, presentava una serie di evidenti malformazioni esteriori. Merrick fu esposto come fenomeno da baraccone nei freak shows del tempo e presentato al pubblico col nome di “Uomo Elefante”. Fu poi trasferito permanentemente al Royal London Hospital grazie all’intervento del dottor Frederick Treves. Qui trascorse in relativa serenità quattro anni, prima di morire a soli 27 anni.

Per tutta la sua vita, Merrick si era guadagnato l’epiteto di “fenomeno da baraccone”, di “animale”, di “mostro”, per poi terminare la propria vita amato e apprezzato. Il film, alla cui sceneggiatura Lynch contribuì in parte, decide di raccontare la sua vicenda concentrandosi sulle questioni etiche del caso, in particolare su una: in una società che fà dello sfruttamento dei più sfortunati un’attrazione, chi è il vero mostro?

Armato della sensibilità che avrebbe caratterizzato tutta la sua successiva carriera, Lynch approcciò questa seconda regia come una rielaborazione degli elementi cardine del sottogenere monster movie, a partire dalla presentazione del nostro mostro.

Per i primi 20 minuti di film, John Merrick (interpretato da un superlativo John Hurt) non ci viene mai mostrato: il suo corpo è nascosto nell’oscurità, il suo viso mai inquadrato o ripreso solo di sfuggita, coperto da un sacco che indossa per evitare di provocare reazioni negative. Per il momento, non vediamo Merrick: lo sentiamo. E lo sentiamo produrre suoni che sembrano confermare la sua natura inumana: grugniti, respiro pesante e affannoso, nessuna parola intellegibile.

A questo punto della storia, Merrick è ancora l’“uomo elefante” esposto in un circo come un’attrazione. La sua deformità, ciò che lo rende anormale agli occhi del mondo, è tanto l’oggetto dell’orrore collettivo quanto, in maniera ipocrita, di una fascinazione morbosa da parte del pubblico: quello all’interno del film, certo, ma anche quello che sta guardando il film. 

Anche il dottor Treves (interpretato da Anthony Hopkins) non è esente dal compiere l’errore di ritenere Merrick un qualcosa di alieno, una mera curiosità scientifica: lo espone di fronte ai colleghi e ne descrive le deformità con distacco, come se stesse mostrando un cimelio e non un essere vivente. 

Quando poi vediamo in piena luce l’aspetto di Merrick la reazione non può essere che una, come ci insegna la tradizione dei monster movies dai tempi di Fay Wray in King Kong: un acuto grido di orrore femminile (in questo caso quello di un’infermiera).

Tuttavia, come Merrick stesso urlerà a gran voce in una delle scene più ricordate del film, lui è un essere umano, non  un animale che può esprimersi solo a grugniti, incapace di intendere e di volere e mosso unicamente dai propri istinti.

Nella scena subito successiva all’esposizione di Merrick di fronte agli scienziati, Treves lo definisce “un idiota”, presumendo in base al suo stato fisico che anche il suo intelletto debba essere carente: un errore spesso compiuto anche oggi di fronte a persone con disabilità. 

Nel caso di Merrick, questo fatto verrà presto smentito nelle scene successive allo svelamento del suo viso: Treves, ancora sotto l’impressione che sia “un idiota”, lo istruisce riguardo ad alcune frasi da recitare di fronte al capo dell’ospedale per permettergli di restare lì come paziente in cura. Dopo un primo momento di esitazione, Merrick si dimostra capace di sostenere un’intera conversazione e di essere molto più colto di quanto entrambi i medici avessero inizialmente pensato.

Nel corso della storia, Merrick si rivela un uomo estremamente sensibile e istruito: lettore accanito, costruttore di modellini, gentiluomo provetto. Viene introdotto prima a persone vicine a Treves, poi a una serie di personalità della società vittoriana che si avvicinano a lui, mosse in parte dalla stessa curiosità morbosa con cui, pochi mesi prima, le persone pagavano per osservarlo al circo.

Anche Treves, che a questo punto è diventato amico di Merrick, comincerà a interrogarsi sull’eticità del suo operato: le sue azioni di benefattore e dottore sono poi tanto diverse da quelle di chi esponeva l’“uomo elefante” come un fenomeno da baraccone

Il mostro di questo monster movie non è altro che un uomo incompreso, sottovalutato e messo da parte per qualcosa che lui stesso non ha potuto scegliere, come d’altronde lo era un altro grande mostro della storia del cinema: quello di Frankenstein.

E come al mostro di Frankenstein, anche a Merrick tocca l’inseguimento della folla inferocita, un altro elemento imprescindibile del monster movie. Ma ancora una volta, un elemento che viene utilizzato per ribaltare le aspettative del pubblico e affermare con decisione l’umanità del presunto mostro e la crudeltà dei suoi inseguitori.

A distanza di 45 anni, The Elephant Man continua a sfidare gli spettatori, a domandarci di questionare elementi delle narrazioni che consumiamo e che abbiamo sempre dato per scontato. E magari, una volta fatto ciò nella finzione, di applicare quello sguardo anche alla realtà.

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Silvia Strambi,
Redattrice.