Fantozzi compie cinquant’anni e torna al cinema il 27 marzo con una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna in collaborazione RTI e Mediaset Infinity. La pellicola del 1975, diretta da Luciano Salce, invecchia benissimo e si fa espressione anche della modernità, che ha solo apparentemente mutato i connotati.
Il film è tratto dai best seller Fantozzi e Il secondo tragico libro di Fantozzi, scritti da Paolo Villaggio e ispirati alle vicende lavorative vissute dall’autore presso l’Italimpianti di Genova.
La maschera dell’impiegato servile e bistrattato è ormai parte dell’immaginario collettivo italiano. Siamo di fronte a un inetto, incapace di realizzare il suo sogno piccolo borghese (di cui ci parleranno poco dopo Cerami e Monicelli), costretto a svolgere le mansioni altrui, schiacciato da uno spietato sistema di potere. Lo sfortunato ragioniere è un essere invisibile, dimenticato per diciotto giorni nei vecchi bagni della Megaditta, che cerca invano di sgomitare e avverte un complesso di inferiorità rispetto ai modelli autoritari davanti ai quali si prostra ogni mattina.

La metafora sportiva ricorre in tutto l’arco narrativo, il concetto di sconfitta è l’elemento caratterizzante della storia. L’ufficio si trasforma così in una pista di atletica, in cui l’obiettivo è arrivare in orario per timbrare il cartellino e scappare al suono della campanella di fine turno.
Il racconto è diviso in episodi che man mano dipingono un quadro ironico e brutale della società del tempo, la satira e l’umorismo convivono con aspetti drammatici. Basti pensare al momento in cui i dirigenti dell’azienda deridono Mariangela (Plinio Fernando): la comicità fa un passo indietro e lo spettatore riesce a sentire l’umiliazione subita dalla bambina e dal protagonista.
La sceneggiatura (curata da Villaggio, Salce, Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi) risulta semplice solo all’apparenza, ma è in realtà costellata di battute taglienti e ragionate.
In superficie ridiamo delle peripezie del personaggio e troviamo buffi gli improbabili accadimenti che gli capitano, su un piano più profondo sentiamo una morsa di tristezza, una spinta emotiva che ci coinvolge.
Fantozzi ci fa tenerezza perché ci rappresenta. È lo specchio dentro il quale non vogliamo rifletterci, è il calderone di archetipi a noi noti, che vengono messi in scena con ferocia esplicita e immediata.
Il malcapitato contabile ci assolve dalla nostra incompetenza, dissacra le nostre mostruosità attraverso il surrealismo. Sogghigniamo quando deve affrontare le avversità perché sappiamo che non subirà dei reali danni e nella sequenza successiva tutto sarà azzerato, come nei cartoni animati con trame verticali.

Rivivendo le avventure dello sciagurato Ugo, mi sono tornate in mente le parole di Umberto Eco nel saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961). Lo scrittore definiva il noto conduttore televisivo come “un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità”, “un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello”. Questa descrizione potrebbe combaciare perfettamente, proprio perché diventa facile riconoscersi nell’incarnazione dell’uomo comune, della persona più prossima, dinanzi alla quale nessuno si sente inferiore. L’analisi semiotica di Eco aveva tutt’altri propositi, ma alcune considerazioni si possono associare facilmente all’universo fantozziano.
Il nostro pavido dipendente, però, prova più volte a esercitare un moto di ribellione, anche se la disfatta è sempre dietro l’angolo. Si confronta addirittura con il Megadirettore Galattico (Paolo Paoloni), che gli conferma di essere un minuscolo ingranaggio di un meccanismo gigantesco. Fantozzi non si arrende alla sua sventurata esistenza, ritenta nonostante le criticità, cerca di farsi spazio anche se ogni strada che percorre si rivela sfavorevole.
È un illuso, un ingenuo romantico, che si emoziona all’idea di riuscire e che ha il coraggio di dire “non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato”.

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