
Alberto Faggiotto,
Caporedattore.
Crescere immerso in dvd e videocassette mi ha convinto che oggi, per un critico, la vera sfida sia recuperare la serenità dello sguardo infantile ma con le consapevolezze dell’adulto: sono uno dei tanti spettatori che hanno interpretato il mondo attraverso lo schermo sin da bambini, restando sempre in bilico fra realtà e fantasia (per fortuna da quando ho scoperto Don Chisciotte mi sento un po’ meno solo). Testimone oculare del fallimento dell’istruzione italiana, soltanto il cinema mi ha fornito gli strumenti per capire la sessualità e per costruire la mia coscienza politica. Ho una formazione cinefila da autodidatta e preferisco un approccio semiotico, oltre che pragmatico. Pochi ma semplici assiomi: la critica è estensione del godimento estetico del film; ogni critico dovrebbe scegliersi i suoi “padri” (i miei? Lynch, Gilliam, Wilder, Carpenter e Tarr); è più difficile fare cinema di genere piuttosto che d’autore; ogni film è politica e bisogna diffidare di chi apprezza tutto indistintamente; se vuoi conoscermi davvero basta che pensi a “Velluto Blu”, “Big Fish”, “A qualcuno piace caldo” e “Il seme della follia”.
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