Secondo alcuni studi, parlando sul web con una persona nata dopo il millennium bug c’è una probabilità su due che ti dica: L’esorcista? Ah sì, l’ho visto. Ma non fa proprio paura, anzi, se devo essere onesto, mi ha pure un po’ annoiato. Frase che costituirebbe un paletto nel petto per qualsiasi cinefilo – autore dell’articolo compreso – ma che trova un fondamento nella struttura alla base del film stesso: una narrazione lenta, che si prende i giusti tempi per imbastire un discorso ampio e ricco di sfaccettature, in cui i jumpscare sono praticamente inesistenti e che, per buona parte della sua durata, preferisce approfondire i singoli personaggi con le loro forze e paure, piuttosto che puntare sull’impatto visivo di scene forti, comunque presenti nell’atto conclusivo. Ecco, in questo L’esorcismo di Emma Schmidt – The Ritual, diretto da David Midell e con protagonisti Al Pacino e Dan Stevens, funziona esattamente al contrario.

Perché però partire subito con un confronto, notoriamente conosciuto come il “ladro della gioia”? Non solo perché, ad oggi, risulta praticamente impossibile parlare dell’argomento senza tirare in ballo il film di Friedkin, ma soprattutto perché la storia narrata da The Ritual è proprio quella “vera” che ha ispirato William Peter Blatty a scrivere il romanzo da cui sarebbe poi stato tratto il capostipite del genere.

Padre Theophilus (Al Pacino) in una delle – numerose – scene d’esorcismo

Vade (di nuovo) retro, Satana!

Dopo l’immancabile “ispirato ad una storia vera”, il film si apre in Iowa nel 1928 dove Padre Joseph Steiger (Dan Stevens), parroco della Chiesa di St. Joseph e nel bel mezzo di una personale crisi di fede, riceve la richiesta da parte della Curia di traferire all’interno dei locali della parrocchia la giovane Emma Scmidth (Abigail Cowen) per sottoporla ad un rito di esorcismo sotto l’egida di Padre Theophilus Reisinger (Al Pacino), frate cappuccino di origine tedesca ed esorcista navigato. Senza fare troppi giri, il film mette al centro del racconto i diversi riti eseguiti per liberare la ragazza, alternati da sporadici momenti in cui mostrare i dubbi di Padre Steiger o le spiegazioni di Padre Theophilus su come gestire un esorcismo.

Tutto questo si traduce in due aspetti narrativi contrapposti: i personaggi, a partire dai due preti passando per la giovane Emma fino alle suore del convento, fide compagne di avventura, presentano (quasi) tutti un approfondimento spirituale che permette di inquadrarne un accenno di personalità che rimane però purtroppo tale. Dimenticate un Padre Merrin con tutte le sue battaglie interiori di fede, un Padre Lankaster che ritorna per uno “scontro finale” con il maligno o una Chris MacNeil schiacciata tra la propria carriera lavorativa, l’essere una madre single ed il gestire la malattia della figlia (anche e soprattutto perché proprio la morte della madre, nella storia raccontata da Midell, funge da punto di partenza per la situazione di Emma). Abbracciate invece poche, ma buone, sequenze in cui Steiger mette in dubbi i metodi “selvaggi ed antiquati” di Reisinger ed alcuni dolci scambi tra Theophilus ed Emma al di fuori dei rituali.

Padre Steiger (Dan Stevens) e Sorella Rose (Ashley Greene) in un loro momento di condivisione

Non possiamo fermarci ora (nemmeno con la camera)

Nel suo volersi (probabilmente) distinguere dal capostipite del sottogenere e dagli altri numerosissimi film che vi appartengono, la scelta più lampante è quella di girare tutto il film con camera a mano, con continui movimenti di macchina, zoom in e out estremamente frequenti ed un costante tremolio dell’inquadratura che, ad oggi, porta inevitabilmente ad associare il tutto al mockumentary ma al quale, dopo le prime sequenze, ci si fa tranquillamente l’abitudine. Questa scelta, però, non si presenta come mero elemento stilistico, ma funge certamente come veicolo proprio di quel voler essere “diverso”: riconnettendoci al discorso di poco sopra, non c’è tempo per le riflessioni ed i momenti più lenti, bensì si corre tra un inquadratura e la successiva e tra un elemento a schermo e l’altro in un turbine che, se per i più avvezzi può divenire veicolo del “già visto”, farà senz’altro la felicità di quel pubblico che predilige la spettacolarità e la dinamicità delle vicende.

Ad arricchire il pacchetto si presentano dei buoni costumi, una gestione delle location che nasconde ottimamente la distanza temporale, ma soprattutto un buonissimo make up sulla giovane Abigail Cowen che le permette, nelle varie fasi dell’esorcismo, di presenziare in maniera davvero forte ed impattante davanti alla camera grazie anche all’aiuto di un ottimo utilizzo del sonoro che permette di vivere il brivido degli arti che si piegano o il disgusto dei conati di vomito. Dulcis in fundo come non parlare del cast, capitanato da un Dan Stevens – ormai horror icon tra L’apostolo, The Rental, Abigail e Cuckoo – convincente ed un Al Pacino – che ritorna all’horror dopo il suo iconico ruolo ne L’avvocato del Diavolo nel 1997 – perfettamente calato in parte, mai troppo macchiettistico ma nemmeno spento o “presente solo per la paga”, ma il cui fiore all’occhiello è senz’altro rappresentato dalla giovanissima Abigail Cowen che si lancia in un’interpretazione, per quanto stereotipata da sceneggiatura, davvero buona, soprattutto nei momenti più calmi e con un particolare uso degli occhi. Interessante il (breve) ruolo di Patrick Fabian, qui come Vescovo Edwards, convinto sostenitore dell’esorcismo, ed a cui fa da contraltare il suo ruolo più noto tra i fan dell’horror come protagonista di The Last Exorcism in cui, in maniera completamente opposta, smontava completamente (o quasi) l’atto stesso.

Conclusioni

L’esorcismo di Emma Schmidt – The Ritual è un horror che racconta una storia conosciuta (letteralmente, dato che è proprio la stessa che ha ispirato L’esorcista) e che cerca perciò di differenziarsi soprattutto attraverso l’asciugatura estrema di tutti gli elementi esterni al rito stesso ed una regia esclusivamente con camera a mano, con movimenti continui, zoom e tremolii costanti. 

La storia raccontata, come detto, non è nulla di nuovo ed anche nei momenti salienti i cliché si susseguono: è il mix di tutti questi elementi però, a cui si aggiungono un ottimo comparto sonoro ed un cast perfettamente in ruolo, a costruire una pellicola che, nel bene o nel male, questa volta per davvero non è il solito film sugli esorcismi. Scontenterà molti, soprattutto tra i puristi del genere o i fan del grande capostipite del sottogenere, ma sicuramente altrettanti, soprattutto tra gli spettatori più casual o chi cerca qualcosa che non sia un’esatto “copia e incolla” del già visto, lo apprezzeranno proprio per queste caratteristiche.

Mattia Bianconi
Mattia Bianconi,
Redattore.