Quando nel 1988 uscì Nuovo Cinema Paradiso, il mondo scoprì Giuseppe Tornatore come regista della nostalgia, della memoria  delle emozioni perdute. Ma appena due anni prima, nel 1986, un altro film del regista era passato più in sordina: Il Camorrista.

Un esordio cupo, di respiro sociale e politico, che sorprende per l’assenza di qualunque concessione sentimentale e che si discosta da quella che sarà poi la sua filmografia.

Ma come ci è arrivato, Tornatore, a dirigere un film così crudo e ambizioso?

Il debutto al cinema tra fotografia e inchiesta

Fin da piccolo, Giuseppe Tornatore era appassionato di fotografia e immagini e proprio in questo ambito fu molto importante la figura di Mimmo Pintacuda, noto fotografo siciliano, che gli insegnò i primi rudimenti in tale campo. Proprio grazie a questo, Tornatore lavorò come fotografo e poco più tardi come sceneggiatore e soprattutto regista televisivo e documentarista, dedicandosi a inchieste e reportage per la Rai siciliana come Incontro con Francesco Rosi (1981) e Diario di Guttuso (1982). 

Fu proprio questa sua attenzione al reale, unita a una scrittura visiva incisiva e piena di ritmo, a portarlo a incrociare il percorso di Giuseppe Marrazzo, giornalista e scrittore campano, autore del romanzo Il camorrista. Il loro incontro diede vita all’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo-inchiesta, incentrato sulla figura di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata e figura di potere oscuro che, dal carcere di Poggioreale, riuscì a controllare una fitta rete criminale negli anni Settanta e Ottanta.

Il film di Tornatore ne rielabora la vicenda con una certa fedeltà, senza mai citarlo esplicitamente per nome, ma mantenendo intatte le dinamiche di potere e il profilo psicologico del personaggio (interpretato magistralmente da Ben Gazzara). Già all’esordio, dunque, Tornatore si confronta con temi complessi e universali, ma lo fa in un modo che non ritroveremo più con la stessa forza nei suoi film successivi. Il camorrista è un’opera sporca, cupa, nervosa, priva di qualsiasi nostalgia o poetica del ricordo. È un film che sembra appartenere a un altro regista – o forse, a una versione primitiva, ancora incandescente, di quello che Tornatore sarebbe diventato.

Un film sul potere: tra analisi politica e ossessione filosofica

A rendere Il Camorrista un’opera così interessante non è solo il tema trattato, ma lo sguardo profondo e stratificato che Tornatore getta sulla materia. Il film non si limita a raccontare l’ascesa di un boss della camorra: è una riflessione sul potere in tutte le sue forme – criminale, istituzionale, religiosa, persino comunicativa. Il protagonista, soprannominato “il Professore”, è una figura ambigua: colto, carismatico, manipolatore, capace di costruire un impero con le parole più che con le armi. Dal carcere riesce a influenzare politici, giudici e membri del clero, creando un sistema che non è solo criminale, ma profondamente politico.

Ciò che colpisce, già in questa prima opera, è la lucidità con cui Tornatore mette in scena l’intreccio tra potere e linguaggio, tra carisma e controllo. Il film non mostra solo gli effetti della criminalità organizzata, ma analizza la sua capacità di penetrare nel tessuto dello Stato, di mescolarsi alla religione, alla burocrazia, all’informazione. Il Professore è un uomo che ha capito il valore del tempo, della pazienza e soprattutto della parola: non urla, non minaccia, non conquista con la forza bruta – è la sua autorità simbolica, quasi profetica, a renderlo temibile. In un Paese che spesso si è affidato al carisma di figure ambigue per colmare il vuoto delle istituzioni, Il camorrista diventa uno specchio inquietante.

Il potere che il Professore esercita è anche metafisico, sacrale: si muove tra il carcere e la chiesa, tra la cella e l’altare. In questo modo Tornatore sembra suggerire che la criminalità organizzata non è solo un fatto sociale, ma un’ideologia, una religione del dominio. I codici, i rituali, persino le liturgie che scandiscono la vita carceraria e mafiosa sono assimilabili a una fede distorta, in cui il perdono è sostituito dalla vendetta e la salvezza dalla sopravvivenza.

In questa rappresentazione del potere come forma totalizzante, capace di travestirsi da Stato, da fede, da giustizia, Il Camorrista assume una forza simbolica rarissima nel cinema italiano degli anni ’80. È un film che, pur essendo radicato nella cronaca, parla in modo universale della nostra sete di controllo, della paura del caos, della fascinazione per chi offre ordine e sicurezza in cambio di libertà. Temi che, con diversa intensità, attraverseranno anche i film successivi di Tornatore, sebbene in forme più intime, interiorizzate e poetiche.

Uno stile tra realismo e simbolismo

Lo stile registico di Il Camorrista riflette e amplifica la visione politica e filosofica che anima il film. Tornatore non sceglie un taglio documentaristico puro, né si rifugia in una rappresentazione iperrealista: opta invece per un linguaggio ibrido e sofisticato, che unisce il rigore dell’inchiesta alla potenza simbolica della grande narrazione. La macchina da presa è spesso mobile, instabile, vicina ai corpi, come per cercare di cogliere l’umanità ferita dietro il meccanismo del potere; ma al tempo stesso, molte inquadrature sono composte con rigore pittorico, con un gusto per l’iconografia quasi sacra, che conferisce ai personaggi, soprattutto al Professore, un’aura mitologica.

Questo dualismo tra un approccio immersivo e uno quasi liturgico si riflette anche nella gestione dello spazio e della luce. I luoghi del potere – le carceri, i salotti ministeriali, le sacrestie – sono rappresentati come teatri chiusi, claustrofobici, dove ogni gesto è calcolato, ogni sguardo pesa. La fotografia alterna tinte fredde e livide a bagliori dorati e artificiali, quasi a suggerire la distanza tra la brutalità della realtà e l’illusione della legittimità che il potere cerca di costruire intorno a sé. In questo, Tornatore sembra rifarsi alla lezione del cinema civile italiano (Francesco Rosi su tutti), ma vi innesta una componente quasi operistica, che sarà poi una delle sue firme stilistiche più riconoscibili.

Il montaggio, spesso incrociato, è una delle scelte più potenti del film: momenti di vita familiare si intrecciano a esecuzioni violente, cerimonie religiose fanno da controcampo a riunioni segrete di stampo paramafioso. Questo dialogo continuo tra sacro e profano, tra vita e morte, tra ordine e caos, crea un effetto di straniamento ma anche di inquietante familiarità: il potere, suggerisce Tornatore, non è mai dove ci aspettiamo che sia e spesso si nasconde proprio nei rituali che sembrano innocui.

Persino la recitazione è diretta in funzione di questo impianto. Ben Gazzara, con il suo volto imperturbabile e la sua voce bassa e autoritaria, non interpreta il Professore: lo incarna. La sua presenza scenica è così imponente da ridurre quasi a comparse gli altri personaggi, creando un effetto di gerarchia che rispecchia quella del mondo narrato. Intorno a lui, gli altri personaggi – politici, soldati, religiosi, giornalisti – si muovono come pianeti attorno a una stella oscura, incapaci di sfuggire al suo campo gravitazionale.

In definitiva, la regia di Il camorrista è già quella di un autore consapevole, capace di usare gli strumenti del cinema non solo per raccontare una storia, ma per incarnarne il significato più profondo. La forma diventa sostanza: la messa in scena non illustra il potere ma lo costruisce e così, ancora una volta, la regia si intreccia con il tema del controllo narrativo, un tema che, in forma più poetica e malinconica, tornerà in gran parte del cinema successivo di Tornatore.

Contraddizioni e anticipazioni: Tornatore in controluce

Guardando Il Camorrista con gli occhi di chi conosce il resto della filmografia di Tornatore, il contrasto è lampante. Dove sono finiti l’infanzia, la nostalgia, i ricordi che tornano come ombre gentili? Dove sono la musica di Morricone che avvolge lo spettatore come una carezza, le lettere mai spedite, i personaggi fragili e poetici?

Eppure, a ben guardare, il legame con i suoi lavori successivi non è assente. In Il Camorrista, il potere è anche una questione narrativa: il Professore domina perché sa raccontarsi, sa manipolare le storie, sa plasmare la realtà attraverso il linguaggio. È una figura che anticipa, in forma cupa e corrotta, il cineasta di La Migliore Offerta (2013), dove anche lì il protagonista costruisce un castello di finzioni e apparenze. Inoltre, la tensione tra realtà e rappresentazione, tra autenticità e messinscena, è un filo rosso che percorre tutta la sua opera, anche se spesso declinato in termini più lirici e meno brutali.

Si potrebbe dire che Il Camorrista rappresenta il lato oscuro del mondo poetico che Tornatore esplorerà dopo: la sua notte prima dell’aurora. È un film che parla di come il potere costruisce se stesso attraverso la narrazione, mentre i film successivi racconteranno come le persone cercano sé stesse dentro le narrazioni. Il primo è un film sulla manipolazione; i secondi, sulla memoria. Ma in entrambi i casi, al centro c’è sempre il bisogno umano e politico di raccontare.

Il Camorrista non è solo un esordio promettente ma un film che, a distanza di quasi quarant’anni, resta attuale e sorprendente. È un’opera che merita di essere riscoperta, non solo come curiosità per cinefili, ma come tassello fondamentale nella storia del cinema italiano contemporaneo. Perché prima di raccontarci i sogni, Tornatore ha saputo guardarci negli incubi.

Michael Pierdomenico
Michael Pierdomenico
Redattore news.