La prima volta in cui sono incappata in Ritorno al futuro ero una bambina, ho acceso la tv nell’esatto istante in cui Doc (Christopher Lloyd) è sospeso all’enorme orologio della piazza e tenta disperatamente di riagganciare dei cavi attraverso i quali passerà la corrente del fulmine in arrivo. Si tratta praticamente della fine, del punto di spannung che precede la risoluzione dei fatti.

Pur non conoscendo gli avvenimenti accaduti fino a lì, mi sono incollata per i restanti venti minuti davanti a quello schermo distorto con dietro il tubo catodico, ho alzato il volume e ho tifato con passione per quello strano tipo con i capelli arruffati e i piedi penzolanti per aria. Non sapevo quale fosse la causa che stavo sostenendo, ero solo ammaliata, caduta in un incantesimo che dura ancora e di cui ancora non distinguo chiaramente le motivazioni.

Sono trascorsi 40 anni dalla prima proiezione del film negli Stati Uniti, ne sono passati parecchi anche dal mio ricordo, eppure Ritorno al futuro continua a mantenere il suo status di cult transgenerazionale.

Cosa può accadere a uno sceneggiatore che trova nella soffitta della casa dei genitori l’annuario del liceo di suo padre? Bob Gale si immaginò come sarebbe stato incontrarlo a scuola da coetaneo, raccontò la sua idea a Robert Zemeckis e ne venne fuori una sceneggiatura che avrebbe rinnovato per sempre il cinema di fantascienza.

Il soggetto piacque a Steven Spielberg che si propose come produttore esecutivo, purtroppo però fu rifiutato dai vari studios, in quanto non ritenuto in linea con le commedie di quel momento, molto più volgari ed esplicite. Dopo una lunga trafila la Universal accettò il progetto e iniziarono le riprese, che si conclusero a pochi mesi dall’approdo nelle sale.

I guadagni furono esorbitanti e nacque un franchise che oltre ai tre lungometraggi comprende una serie animata, un fumetto, dei videogiochi, un musical, un corto, un documentario e delle giostre per parchi divertimento.

Zemeckis e Gale misero in scena un 1985 fatto di aerobica, di lavori ben retribuiti, di strade sporche, di film a luci rosse e di marchi sui vestiti. Un’America del benessere obbligatorio e del fallimento inevitabile, che relega il povero George (Crispin Glover) in un angolo e vede il malefico Biff (Thomas F. Wilson) come oppressore vincente.  Perfino quando Marty (Michael J. Fox) corregge il corso della storia i ruoli si capovolgono, ma il classismo resta.

Tornare indietro comporta invece ritrovarsi in un’ambientazione completamente diversa, in cui regna l’ordine, le pettinature sono cotonate, i televisori sono elettrodomestici rari e Ronald Reagan è un semplice attore. Certo, combinare Johnny B. Goode di Chuck Berry con un assolo heavy metal non è ancora una buona mossa, ma non si può avere tutto dalla vita!

Avviene una focalizzazione sul concetto di mutamento in ogni sua declinazione, i dettagli sono fondamentali e fungono da anello di congiunzione tra i due mondi: ad esempio viene scelta la Pepsi poiché a differenza della Coca Cola aveva variato il suo logo. Ma il vero filo rosso che unisce i decenni è sicuramente la DeLorean, che con le sue iconiche portiere ad ali di gabbiano ha un aspetto avveniristico a prescindere e riesce senza alcuno sforzo ad aumentare la nostra sospensione dell’incredulità (addirittura nel ’55 la confondono con una navicella spaziale).

Siamo testimoni della metamorfosi di una piccola cittadina, immagine riflessa di un Paese che cambia e si lascia cambiare. Il tempo in Ritorno al futuro è mutevole ed è conseguenza delle azioni di chi lo vive. Le vicende di un paesino diventano gesta eroiche, in quanto gli errori producono delle ripercussioni da sistemare urgentemente. Ad arricchire questo sfondo di quotidianità è sicuramente anche la colonna sonora di Alan Silvestri, che dona tensione ed epicità alle peripezie di un ragazzino.

La nostalgia degli anni ‘50 è un tema ricorrente in quel periodo, basti pensare a Grease o a Happy days. D’altronde il desiderio di vivere un passato che non ci appartiene alberga da sempre in tutti noi, un passato in cui possiamo immaginare di sentirci più protagonisti. E così il giovane McFly desta subito interesse nel 1955, è al centro dell’attenzione e proprio per questa ragione modifica inavvertitamente il susseguirsi degli eventi.

Fox rappresenta l’emblema del teenager della prima vera epoca consumista: giubbotto smanicato, sneakers e skate. Il suo personaggio genera un processo identificativo nello spettatore coevo che è da annoverare tra i motivi del grande successo della trilogia.

I personaggi divengono paradigmatici, un simbolo da emulare immutato, nonostante le continue trasformazioni della società. Gli oggetti restano gli ultimi appigli di una generazione ancorata al passato e così Nike propone nel 2016 le scarpe auto-allaccianti del secondo capitolo e Eastpak nel 2023 rimette in commercio l’indimenticabile zainetto bordeaux.

La malinconia è rimasta, ma si è evoluta. Negli anni ‘80 volgeva lo sguardo ai ‘50, oggi invece abbiamo superato il futuristico 2015 e guardiamo al presente di Marty con pensieri nostalgici, rimpiangiamo il nostro walkman, le videocassette, le cabine telefoniche e forse speriamo che una DeLorean si palesi e ci riporti alla nostra infanzia.

Maria Cagnazzo,
Redattrice.