Blockbuster ha chiuso undici anni fa. Le (poche) videoteche ancora in vita sono ormai dei luoghi di culto, delle mecche per cinefili battaglieri. Oppure, per comprare film in edizione fisica c’è MediaWorld. Dal discorso escludiamo tutto l’online, perché il punto da cui partiamo per parlare di Werewolves sono gli interi pomeriggi spesi nei negozi di home video. Quelle due o tre ore di scrutamento ossessivo di scaffali di dvd (prima vhs, poi blu-ray e infine 4K) alla ricerca di titoli da recuperare e di nuove uscite, oppure in cui lasciarsi guidare dal sentimento nudo e crudo: dal desiderio di spendere il meno possibile. Film a un euro, a due euro, massimo a quattro virgola novantanove. Dove li trovavamo? Nel cestone, ovviamente, in cui potevi ravanare per decine di minuti trovando cinque o sei copie dello stesso film, quello che, ovviamente, nessuno voleva. Oppure ti lasciavi guidare dall’intuito, dall’attrattività della copertina, per esempio. Ed era così che, se eri un bimbetto sprovveduto, finivi per chiedere ai tuoi genitori di comprare il film di Super Mario Bros del 1993. Sì, lo avete capito, stiamo parlando dei film da cestone, perché Werewolves, in linea teorica, sarebbe potuto andare benissimo nell’home video di vent’anni fa se, quantomeno, fosse stato sufficientemente dignitoso per essere definito, appunto, film da cestone. Ma invece Werewolves, dodicesimo lungometraggio di Steven C. Miller (lo stesso di Silent Night del 2012, il remake dello slasher Silent Night, Deadly Night, da non confondere con Silent Night di John Woo), è semplicemente indecoroso.

Wesley Marshall (Frank Grillo), la cognata Lucy (Ilfenesh Hadera) e la figlia Emma (Kamdynn Gary)
La trama, quella sì, potrebbe essere il plot di un perfetto film da cestone, perché si parte da un espediente tamarrissimo e (quindi) efficace per un action-horror, una superluna che una volta all’anno trasforma chiunque si esponga ai suoi raggi in un lupo mannaro assetato di carne umana. In questa notte à la The Purge seguiamo Wesley Marshall (Frank Grillo: déjà vu, se pensiamo che compare anche nel secondo e terzo capitolo della trilogia ideata da James DeMonaco), ex militare con formazione da biologo molecolare che si ritrova coinvolto nello sviluppo del Moonscreen, un siero che previene le mutazioni in licantropi. Inutile aggiungere che qualcosa va storto e la superluna scatena il caos in città (non sappiamo bene quale, sappiamo solo che è una città statunitense), costringendo Wesley, la cognata Lucy (Ilfenesh Hadera) e la figlia Emma (Kamdynn Gary) ad affrontare le belve notturne. Bene, con queste basi, forse, potremmo pensare a un perfetto film direct-to-video, proprio com’erano la maggior parte dei film da cestone di una volta (potete sentire quell’odore di plastica che vi porta ad aprire il portafogli per comprare Prossima fermata: l’inferno di Ryūhei Kitamura, oppure Shark Attack 3 – Emergenza squali di David Worth?), il problema è che Werewolves è uscito al cinema. Primo fra tutti i requisiti per comparire nei cestoni era la produzione low budget: per Werewolves, Briarcliff Entertainment non ha ancora dichiarato ufficialmente il budget, ma non dovrebbe essere troppo low, e con un box office mondiale di poco meno di 2 milioni di dollari (in Italia è uscito l’8 maggio, ma negli States il 6 dicembre dell’anno scorso) è scontato che si rivelerà un flop. Secondo requisito era la fiera natura di B-movie: ecco, in questo il film di Miller potrebbe ricordare un Dog Soldiers di Neil Marshall con molta meno personalità e inventiva. Perché è questo il vero problema di Werewolves, non quello di essere un film di serie B (che, di per sé, è una grandissima virtù), ma quello di essere un bruttissimo film di serie B. Mai cafone quanto vorrebbe esserlo, con personaggi B-dimensionali ma non tamarri al punto giusto (e che finiscono così per risultare solo tremendamente piatti e anonimi) e con un montaggio che sembra fare la staffetta con la (scriteriata) sceneggiatura per chi corre più veloce – e il fatto che vinca la partita non è per nulla un pregio. Miller non sfrutta gli spazi per l’azione (non capiamo la topografia di questa anonimissima città, dove si trovino esattamente i personaggi, a quanti quartieri di distanza gli uni dagli altri) e nemmeno la violenza grafica o i tagli di luce per l’orrore, restando in una via di mezzo insipida e senza carattere. Quindi, regia, sceneggiatura e montaggio sono da buttare nel cestino (e non nel cestone). Ma dunque, quale carattere avrebbe dovuto avere il film? Beh, ci sono i lupi mannari, quindi, magari, quelli potevano essere un elemento su cui puntare: è apprezzabile il tentativo di renderli di ciccia, tutti in prostetica (e una delle poche sequenze in digitale, la prima trasformazione nel laboratorio, non è nemmeno male), ma agli effettisti devono aver tagliato molti fondi, perché i lupi si assomigliano tutti terribilmente e i movimenti limitati rendono sempre troppo palese la loro natura sintetica.

I licantropi un po’ troppo “plasticosi”
Potremmo allora chiederci se nello stesso anno in cui il licantropo è stato riletto da Leigh Whannell come simbolo della mascolinità oppressiva trasmessa su base genetica (Wolf Man), magari anche Miller ragiona sul mostro? Magari fonde il macabro e il faceto per descrivere l’alienazione sociale come Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis? Magari riprende la velata critica al fascino dei mass-media de L’ululato di Joe Dante? Oppure rimane fedele alla natura di mero film d’intrattenimento come L’uomo lupo di George Waggner con Lon Chaney Jr. (anche se ricordiamo che il primo film hollywoodiano sui lupi mannari fu Il segreto del Tibet di Stuart Walker)? Ahimé, Werewolves è inerte anche sotto questo punto di vista. Il lato simil-Notte del giudizio si limita a far vedere la paranoia di un vicino di casa armato fino ai denti che si decora il viso con bandiere patriottiche (l’unico personaggio che conosciamo al di fuori del nucleo domestico e che vediamo trasformarsi in lupo in men che non si dica), oppure a mostrare qualche civile proporsi come cavia da laboratorio e lasciarsi rinchiudere in gabbia per testare l’antidoto. C’è qualche massima che tenta di dare un contesto ideologico anti-giustizia privata (“Il governo non pensa ai nostri diritti” / “È nostro diritto difendere l’America” / “Se il governo non lo fa per noi, lo faremo noi stessi”), ma sono frasi dalla portata evanescente che si dissolvono presto come lacrime nella pioggia.
Werewolves è un flop. In casi come questo, una volta si poteva rimediare con l’home video, dove un film poteva acquisire lo status postumo di cult (Donnie Darko), oppure recuperare sugli introiti (The Blair Witch Project). Oggi c’è la distribuzione digitale su piattaforma, dove purtroppo (per Werewolves, meno per gli spettatori) il film si perderà nel marasma convulso e livellante dei cataloghi on demand. Peccato, perché, come accennato all’inizio, nei cestoni era fondamentale l’appeal della copertina, e quella di Werewolves non è niente male, l’avrei visto benissimo in un bel carrello a un euro e chissà, magari qualcuno l’avrebbe comprato solo per quella. Anche questo rituale faceva parte della (incosciente) formazione cinefila di un bambino. Era un modo per dare valore e dignità a tutta l’arte. Cosa che, comunque, è bene ricordarlo, meriterebbe anche Werewolves, a prescindere da tutti gli sbeffeggi e sberleffi.

Scrivi un commento