Non si deve credere a Jackie (Adèle Exarchopoulos) quando, nel primo incontro dopo anni con il suo amato Clotaire (Francois Civil), dice che non ha ma ripensato alla loro storia d’amore con nostalgia. Ma per il semplice fatto che il film di Gilles Lellouche costruisce il suo baricentro proprio attorno a questo sentimento, così ingannevole e inafferrabile, ma a cui vengono ricondotti tutti i momenti centrali della vita dei due protagonisti. Che sia tramite l’ossessiva presenza di poster di band o cantanti alle pareti, i vestiti d’epoca che tutti i personaggi indossano con naturalezza posticcia, le musiche o i riferimenti cinefili espliciti a opere del periodo, l’obbiettivo del regista è quello di ricreare le epoche in cui hanno luogo i fatti, stilizzandone i loro caratteri più riconoscibili ed inserendovi una tormentata storia d’amore fra due giovani che cresceranno insieme.
Quinto incasso francese per lo scorso anno con ben 38 milioni di euro, L’Amore che non Esiste è un film ingombrante, infarcito di barocchismi, quasi spropositato e carico di tantissime intuizioni visive e trucchetti reiterati, che punta al racconto epico di formazione rifiutando compromessi e utilizzando un linguaggio che contrappone momenti di ingenua tenerezza adolescenziale e di dramma mai troppo serio ad un uso del mezzo cinema didascalico e piacevolmente fastidioso.

Anni ’80. Dopo aver perso la madre in un terribile incidente la piccola Jackie rimane sola con il padre che la cura teneramente. Nella stessa cittadina portuale vive Clotaire, indisciplinato figlio di una numerosa famiglia proletaria. Arrivati alle scuole superiori i due si innamoreranno, ritrovandosi ad avere quell’affinità che solo chi non ha nulla in comune può condividere. Ma Clotaire finirà presto in traffici molto più grandi di lui, che lo costringeranno ad allontanarsi forzatamente da Jacqueline (lui le aveva affibbiato il soprannome Jackie) per molti anni. Reincontratisi dopo un decennio i due cercheranno di capire se quell’amore di gioventù abbia resistito al tempo e alla vita.
Fra Micheal Mann e Il tempo delle mele, Lellouche costruisce un melò crime e coming-of-age che mette al centro la sua inventiva visiva. Un film di formazione cha ambisce al racconto totale di un romanzo ottocentesco, e che cerca di raggiungere il suo obbiettivo concentrandosi maggiormente sui valori formali che su quelli contenutistici. A partire dalla ricostruzione storica che alle volte risulta fastidiosa per quanto è decisa a mettersi in mostra, una sequela di pezzi d’arredamento e cimeli che oltrepassano la pura funzione di supporto alla credibilità dell’epoca rappresentata, ma che riempiono maggiormente gli occhi rispetto alle storie dei personaggi, soprattutto quelli di contorno, per i quali si percepisce, a corrente alterna, un’enorme empatia, ma che comunque soccombono al peso di tutte le istrioniche scelte estetiche messe in campo da Lellouche. Un continuo susseguirsi di zoom lenti o rapidissimi, split-diopter, scene che sfocano l’una dentro l’altra, colori portati a livelli di saturazione degni dei migliori Technicolor, rifuggono la staticità della narrazione anche se, così facendo, viene sacrificata la stratificazione/problematizzazione delle situazioni messe in scena, cosa che toglie sapore a tutta l’opera ma che, soprattutto, si traduce in un didascalismo visivo che reitera più volte ciò che già si sa o già si è capito. Ed è proprio quando si ferma un attimo a riprendere fiato che il film funziona.

Il corteggiamento iniziale fra il ragazzaccio che ha abbandonato la scuola e la principessa borghese, è puro materiale da commedia teen anni ’80 (Il tempo delle mele appunto, anche se forse più il secondo). Ed è attraversando un passaggio già solcato da tantissimi altri che Lellouche rimescola le carte in tavola, lavorando con le luci e i colori esterna quella tenerezza che i due giovani provano ma che difficilmente riusciranno a tirare fuori perché la figuraccia è dietro l’angolo. Con una stupenda scena di ballo a due (saltando da un tavolo all’altro nella mensa scolastica) ogni pudore viene annientato ed inizia l’idilliaco amore adolescenziale che sembrerebbe non conoscere differenze di classi e, soprattutto, la fine. Un tripudio di amore barocco ed ingenuo si inceppa nelle intricate trame di una storia di bande e rapine, e Lellouche inizia a perdere il controllo di un film comunque dolcissimo e diverso da tutto il resto.

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