Un microcosmo abitato da un padre e una figlia, costantemente seguiti da una camera che lascia poco spazio al resto e che sta attenta a sottolineare i passi di ciascuno dei due. Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini pone l’accento su una coppia di personaggi, incastrando lo spettatore in un corridoio di una casa romana, un punto di passaggio attraverso il quale assistiamo allo scorrere degli eventi.
Con questo lungometraggio la regista decide di raccontare il rapporto con suo padre Luigi, mettendo in scena una storia intima e tenera. Non esistono altri membri della famiglia e nell’abitazione in cui molte sequenze sono ambientate c’è solo lo studio di lui da una parte e la stanza di lei dall’altra. Tutta la cornice è fuori fuoco, la nitidezza ha ragion d’essere solo se ad agire sono i due protagonisti. Il legame che li unisce si plasma mediante il cinema, che qui assume una funzione totalmente salvifica: attraverso quell’universo fittizio lui è evaso da un’infanzia fatta di solitudine e la figlia ha superato dei momenti difficili legati alla tossicodipendenza.

Il mondo fa meno paura grazie ai film e così un mostro marino raffigurato su un libro diventa innocuo se accompagnato da un “accordo di sventura” e la “luce a cavallo” diventa un fascio luminoso portato su un destriero nero.
La sceneggiatura vuole però evidenziare che quello schermo in grado di farci fuggire dalla concretezza del quotidiano ha sì un valore redentivo, ma non bisogna mai trascurare l’esistenza tangibile, i rapporti umani. “Prima la vita e poi il cinema”, questa frase risuona per tutta la durata del racconto come un monito da tenere sempre presente.
Uno degli elementi cardine nella narrazione è Pinocchio, la fiaba del bambino di legno che Luigi Comencini trasformò in uno sceneggiato televisivo diventa metafora del legame tra i due personaggi principali. Lei come il burattino perde la strada, ma riesce a sopravvivere al pescecane grazie al suo Geppetto.
La Comencini sceglie di esporsi e soprattutto di omaggiare la figura del padre, rimarcando la sua natura mite e la fiducia che ha riposto in lei anche nei momenti più bui.
Il nome di Francesca non è mai citato, così come non ci sono mai riferimenti temporali, l’unica contestualizzazione dei fatti narrati ci è data dai telegiornali che raccontano gli anni di piombo, dalla strage di Piazza Fontana al rapimento di Aldo Moro.

I due attori principali (Romana Maggiora Vergano e Fabrizio Gifuni) entrano perfettamente nel ruolo e risultano sempre credibili, anche in alcuni dialoghi talvolta carichi di una pesantezza non indispensabile.
Il tempo che ci vuole racconta una storia reale, ma non si attiene al puro realismo e sfocia spesso in sequenze fantasiose, alternando la verità alla finzione. È quasi come se fossimo invitati a viaggiare nella memoria di una persona, fatta di ricordi che non devono necessariamente avere una collocazione ordinata e ordinaria. Nel finale la realtà è totalmente abbandonata, ma il risultato è una sequenza probabilmente superflua.
Restano comunque molte immagini evocative e talvolta commoventi e soprattutto ci viene donata, attraverso le parole di Luigi Comencini, un’idea di cinema che è meraviglia, illusione, espiazione, scoperta. Un cinema che “ti mostra quello che trova”.

Scrivi un commento