Se Raw era un adolescente e Titane una giovane adulta tormentata, Alpha è il punto di piena maturazione, terrena e spirituale. La conclusione della trilogia che la regista francese Julia Ducournau porta avanti da quasi dieci anni, un trittico di film in cui a dominare la scena è il corpo umano in qualsiasi sua declinazione.
Abbiamo avuto la fortuna di vedere Alpha in anteprima al festival del Biografilm di Bologna, nella sua primissima proiezione dopo Cannes, ed è il momento perfetto per parlarne in attesa dell’uscita italiana fissata per settembre di quest’anno.

Alpha, sua madre, suo zio
Dopo aver raccontato le storie allucinanti di due giovani donne in Raw e Titane, Ducournau affida la narrazione del suo terzo film agli occhi e alla mente di Alpha, una ragazzina di appena tredici anni, che vediamo per la prima volta sullo schermo mentre si fa fare un tatuaggio improvvisato in casa di amici; tatuaggio più simile alla ferita lasciata da un pugnale o a una lettera scarlatta che a un disegno vero e proprio. Alpha (Mélissa Boros) vive con la madre (Golshifteh Farahani), infermiera nell’ospedale della città senza nome in cui si svolge il film, e la sua situazione familiare appare fin da subito molto problematica. La ragazzina sta per entrare nell’adolescenza, ma il suo periodo di ribellione sembra essere iniziato già da molto tempo; non aiuta l’improvvisa comparsa di suo zio Amin (Tahar Rahim), fratello della madre da anni dipendente dalle sostanze e senza un posto dove vivere.
Mentre Alpha si ritrova a condividere la stanza con quell’uomo quasi sconosciuto che ha visto solo un paio di volte da molto piccola, al di fuori delle quattro mura di casa, nell’ospedale dove lavora la madre, sempre più persone si presentano contagiate da una malattia che sembra essere incurabile: un virus che trasforma lentamente i tessuti del corpo in marmo bianco. E se l’ago con cui Alpha è stata tatuata fosse contaminato da questo strano morbo? Se anche lei fosse destinata a fare la stessa fine di quei pazienti mentre sua madre infermiera assiste impotente?

Corpi immobili di dolore e ricordi
La storia narrata da Alpha non è sempre comprensibile, ma la sua apparente confusione è giustificata dal fatto che ci stiamo basando solamente sulla mente di una ragazzina. Il racconto dei rapporti tra la giovane protagonista e quella strana famiglia formata dalla madre e dallo zio procede in un costante rimbalzare tra passato e presente, che a un certo punto sembrano fondersi tra di loro, mentre le immagini del film si lasciano influenzare dalle paure della piccola Alpha nei confronti del mondo che la circonda.
Il ricordo è una parte fondamentale del film, ma un ruolo ancora più importante lo ricopre il corpo umano come deposito dei ricordi stessi. Se in Raw avevamo davanti dei corpi quanto più carnali possibili, mossi da desideri logoranti, e in Titane si assisteva a qualcosa di ibrido tra corpo umano e macchina, tra carne e metallo, qui in Alpha vediamo corpi trasformarsi in vere e proprio rocce, quasi dei monumenti che sfidano il tempo. Le vene del corpo umano e il sangue all’interno, ciò che Amin sceglie di “sporcare” con le sostanze che si inietta nelle braccia, si trasformano nelle venature del marmo bianco, quella pietra di cui sono fatte le statue e i templi antichi che sono arrivati fino ai giorni nostri. Del resto, statue e monumenti non sono altro che un modo per mantenere vivo il ricordo di qualcosa o di qualcuno che non cammina più tra noi.

Una storia di fantasmi
Per usare le parole di Ducournau, Alpha è una storia di fantasmi, intima ma anche spaventosa, al confine tra il sogno e l’incubo. E la sua regia si muove in modo più che sicuro all’interno di questo viaggio allucinante alla scoperta di questa strana famiglia protagonista. Il film è anche ricco di molte citazioni, una delle più riconoscibili è la famosa Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, ma c’è anche qualcosa de Il vento di Victor Sjöström andando verso il finale.
Le musiche di Jim Williams, compositore che ha affiancato Ducournau in Raw e Titane (ma anche il buon Brandon Cronenberg per Possessor), sono una delle parti più belle di Alpha, accompagnano lo spettatore dai momenti più dolci a quelli più genuinamente disturbanti, spesso si fondono al battito del cuore della giovane protagonista.
Insomma, Alpha è la conclusione di una trilogia atipica, un film che riflette sul passato e sulla perdita, mostrando allo spettatore che tipo di dolore si prova nel lasciar andare qualcuno, nel raccogliere il coraggio di chiudere un cerchio per sempre. Alpha è una tela macchiata di lacrime, inchiostro e sangue, dipinta da Ducournau con il coraggio e la consapevolezza del suo cinema come divisivo e polarizzante. E il coraggio è sempre qualcosa da ammirare.

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