“Il rettangolo dello schermo dev’essere caricato di emozioni”, con questa frase riassuntiva del suo modo di fare Cinema, il maestro della suspense termina il secondo travolgente capitolo del celebre saggio intervista Il cinema secondo Hitchcock. François Truffaut, insieme ai critici dei Cahiers du Cinéma, è stato il primo a considerare Hitchcock un autore, a tirarlo fuori dalla massa di registi esecutori del periodo d’oro hollywoodiano e dai collezionisti di Oscar. Nel corso delle pagine di quella brillante scambio, Truffaut incalza e punzecchia il regista britannico per far emergere il profilo di Hitchcock e la sua completezza in artistica, sancita dal suo essere uno specialista di ogni immagine, di ogni scena e di ogni inquadratura. In virtù del suo mettere bocca sempre su tutto, persino sulle campagne pubblicitarie dei propri film, Hitchcock può vantare una cinematografia che spazia dallo sperimentale al commerciale, senza troppe difficoltà. Tuttavia, l’argomento che nel corso degli anni ha acceso numerose discussioni riguarda il singolare rapporto tra Hitchcock e i suoi attori.  Un rapporto che sembra mettere in secondo piano l’immagine glamour delle star hollywoodiane, fondamentale per incidere positivamente sul box office.
Quegli stessi attori elogiati dal pubblico, dalle majors e dalla stampa, sono stati amabilmente definiti da Hitchcock “bestiame”.

“Gli attori sono bestiame” 

Tutto parte da quella celebre citazione provocatoria, attribuita al maestro. Queste parole sono passate alla storia nel definire e riassumere il suo rapporto con gli attori, da molti spesso frainteso. Per Hitchcock la direzione degli attori è secondaria rispetto all’espressività dell’immagine, così come sono secondari il tema e i personaggi. Il critico cinematografico Jacques Aumont chiarisce con puntualità che l’attore hitchcockiano è solo un elemento costitutivo dell’immagine, alla quale deve piegarsi sempre e comunque. All’interno dell’industria hollywoodiana, il rapporto tra immagine e attore/divo è sempre stato piuttosto complesso e influenzato dalle leggi del botteghino. Gli attori cinematografici erano merci, prodotti che vendevano la propria immagine in movimento – anzi, un istante riproducibile della loro carriera – al pubblico pagante, alla massa. Rispetto allo status degli attori, il produttore David O’ Selznick si è espresso in modo piuttosto netto:

“La presunzione che gli attori sappiano tutto della sceneggiatura è ridicola.  Se solo facessero il loro lavoro con una buona prestazione sarebbe già abbastanza. Questo è tutto ciò che devono fare e per cui sono strapagati”.

Tra il 1955 1962 Alfred Hitchcock rimescola le carte dello Star System con la serie tv Alfred Hitchcock Presents, in cui presenta una serie di film brevi più o meno macabri, accomunati da un unico elemento: il crimine. Nell’introduzione Hitchcock mette tutto sé stesso, il suo modo di raccontare, il suo humor britannico cinico e il suo volto che diviene presto un’icona divistica inconfondibile. Nel fare ciò, Hitchcock trasforma sé stesso in un personaggio, una maschera stereotipata e piuttosto caricaturale. Un’ operazione già iniziata anni prima con la ricorrente presenza di suoi camei all’interno dei film. La serie raggiunse, infatti, una straordinaria popolarità e incrementò ulteriore la visibilità autoriale del regista. Da quel momento, Hitchcock decise di “metterci la faccia” non solo continuando ad apparire nelle pellicole, ma anche prendendo parte attivamente alle campagne pubblicitarie, ricche di indizi e suggestioni utili per interpretare le sue opere. 

All’interno della discussione dei Cahiers du Cinéma, il maestro britannico viene considerato un autore, nonostante la sua collocazione nell’industria hollywoodiana. Hitchcock, infatti, pur essendo un cineasta di intrattenimento, è sempre riuscito a conciliare le esigenze industriali della fabbrica dei sogni sia a dare sfogo al suo estro creativo e alla propria visione delle cose, tracciando uno stile personale ben caratterizzato e tematiche costanti. In virtù di questo, Hitchcock attuava un controllo minuzioso dell’intero processo filmico, arrivando persino a realizzare inquadrature in funzione del montaggio, impostate su uno storyboard dettagliato di ogni singola scena e sequenza. Per tale ragione, dal momento che l’attore è uno strumento nelle sue mani, non c’è spazio per l’improvvisazione. Nel corso di questo complesso rapporto, Hitchcock assumeva il ruolo di burattinaio, dirigendo i propri attori a distanza, come fossero dei modellini plastici. Come sottolinea J. Aumont, per Hitchcock dirigere gli attori significava inquadrarli e ridurre i loro corpi a una figura all’interno di un’immagine più ampia. Parlando di Sabotage (1936), Hitchcock esprime uno degli elementi cardine nella sua visione dell’attore:

”Secondo me l’attore di un film deve essere molto più docile e, in verità, non deve fare assolutamente niente. Deve avere un atteggiamento calmo e neutrale – cosa che non è così semplice come appare, e deve consentire a essere utilizzato e completamente inserito nel film dal regista e dalla macchina da presa. Deve lasciare alla macchina da presa il compito di sottolineare le diverse sfumature e i punti più drammatici”

– A. Hitchcock, il Cinema secondo Hitchcock

A questo proposito, sottolinea James Naremore nel suo saggio Filmguide to Psycho del 1973: “I metodi di Hitchcock sono inusuali, si pone di fronte alle sue opere con la competenza di un costruttore di modelli”. Nel fare ciò, Hitchcock esorcizzava quella che è una delle paure più frequenti tra i registi “cerebrali”, ovvero che i personaggi, incarnati dai corpi degli attori, siano altro da ciò che i creatori hanno in mente. Da qui la sua propensione, quasi ossessiva, al controllo delle proprie “bestie”, senza mai lasciarsi intimorire dalla loro apparenza di stelle. D’altronde come rivela Hitchcock stesso a Truffaut in merito alla sua propensione all’ordine: 

“Sono uno molto pauroso. Ho fatto il possibile per evitare ogni genere di difficoltà e di complicazioni. Mi piace che attorno a me tutti sia limpido, senza nubi, perfettamente calmo. […] Questo senso dell’ordine va di pari passo in me con una netta ripugnanza per ogni complicazione”

– A. Hitchcock, il cinema secondo Hitchcock

A questa citazione di Hitchcock, si accorda l’impressione che Truffaut riportò nell’introduzione dell’intervista: “poco alla volta ho notato il contrasto tra l’immagine dell’uomo pubblico, sicuro di se stesso, volentieri cinico, e quella che mi sembrava la sua natura: un uomo vulnerabile, sensibile ed emotivo, che sento profondamente la sua carriera, i suoi colpi di fortuna e di sfortuna, le difficoltà, le ricerche, i dubbi, le speranze e gli sforzi”. In conclusione, nel cinema di Hitchcock la vera diva è l’immagine filmica, la sua costruzione minuziosa, la sua espressività emotiva.
L’attore altro non è che uno strumento nelle mani del regista attraverso il quale caricare lo schermo di emozioni e agire sullo spettatore.
In merito all’espressione “gli attori sono bestiame”, comparsa come titolo di un articolo del 1941 di Kate Holliday, pubblicato sull’ Hollywood Magazine, nel giugno del 1972 Alfred Hitchcock ha puntualizzato ulteriormente il suo rapporto con gli attori attraverso il suo inimitabile senso dell’umorismo: 

“Naturalmente può essere accaduto perché una volta mi è stato attribuito un paragone tra attori e bestie. E ho detto che non sarei mai capace di dire una cosa così insensibile e scortese sugli attori. Ciò che probabilmente ho detto è che tutti gli attori dovrebbero essere trattati come bestie

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Benedetta Lucidi,
Redattrice.