Se oggi Adam McKay è uno dei registi più riconoscibili e discussi del cinema contemporaneo, il motivo è semplice: ha saputo unire due mondi che raramente comunicano. Da un lato l’ironia disarmante della comicità surreale, dall’altro l’urgenza politica della denuncia sociale. Non un percorso che si improvvisa, anche se l’improvvisazione, nel suo caso, è stata parte fondante della formazione.
Prima di girare film come La grande scommessa, Vice o Don’t Look Up, McKay era uno sceneggiatore, un comico, un provocatore culturale a suo modo, ma ciò che davvero lo distingue è la sua capacità di leggere i meccanismi invisibili che muovono persone, media e potere. Infatti, quello che sarà il suo esordio alla regia, Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy (2004), non è solo una commedia diventata cult, ma l’inizio di una traiettoria autoriale che oggi si può leggere con chiarezza: raccontare l’assurdità della realtà attraverso l’assurdo del racconto.
Ma partiamo con ordine e vediamo come si è formato il suo stile e come è arrivato a dirigere la sua prima opera.

I primi anni e la sua formazione: uno sguardo satirico sul mondo
Adam McKay nasce nel 1968 a Filadelfia, in Pennsylvania, ma cresce a Malvern. È figlio unico e fin da giovanissimo, sviluppa un’ironia tagliente e un gusto per l’assurdo che spesso mette in difficoltà insegnanti e compagni. Crescendo frequenta la Temple University, dove studia brevemente giornalismo, senza però completare il percorso. Lascia gli studi universitari per trasferirsi a Chicago, dove intuisce che l’azione, per lui, non è davanti a una scrivania bensì sul palco, o meglio, dietro le quinte della comicità.
È nella Chicago degli anni ’90 che Adam McKay trova il suo habitat naturale: la scena dell’improvvisazione teatrale. Si unisce infatti alla ImprovOlympic (oggi iO Theater), dove studia con Del Close, una leggenda assoluta della comicità americana, mentore di generazioni di attori e autori, ma soprattutto entra in contatto con The Second City, vera e propria istituzione del teatro comico, da cui sono passati (e passeranno) nomi come John Belushi, Bill Murray, Tina Fey, Amy Poehler e Steve Carell.
Qui McKay non si limita a recitare ma scrive, dirige sketch e soprattutto sperimenta rendendo The Second City una palestra in cui affina il suo stile. Stile caratterizzato da ritmo serratissimo, dialoghi volutamente eccessivi, improvvisazione controllata e rottura delle convenzioni narrative.
In quel periodo si definisce anche una visione del mondo che non lo abbandonerà più: la comicità non serve solo per ridere, ma per mettere a nudo il potere, per creare cortocircuiti cognitivi, per svelare il ridicolo in ciò che di solito viene preso troppo sul serio.

Saturday Night Live: la vera scuola di regia
Nel 1995 McKay tenta il provino per entrare nel cast del Saturday Night Live (SNL), sperando in una carriera da attore, ma viene subito scartato. In aiuto a questo arriva Lorne Michaels, storico produttore dello show, che intuendo il suo talento gli propone un ruolo come sceneggiatore: è l’inizio di un’altra fase fondamentale.
Nel giro di poco tempo, McKay diventa capo autore e contribuisce a ridefinire lo stile dello show, portandolo verso un umorismo più aggressivo, politico e grottesco. Oltre a questo nel corso del programma lavora fianco a fianco con comici destinati a diventare leggende, tra cui Will Ferrell, con cui nascerà un sodalizio artistico durato quasi vent’anni. Con Ferrell scrive alcuni degli sketch più memorabili di quegli anni, spesso centrati sull’assurdità delle figure pubbliche, sul linguaggio dei media e sul vuoto dei personaggi istituzionali: un famoso esempio è lo sketch in cui George W. Bush (interpretato da Ferrell) confonde concetti base di economia e geopolitica. Ironia e critica sociale, già in perfetto stile McKay.
Al Saturday Night Live, McKay sviluppa la capacità di scrivere per immagini, pensare in termini di ritmo visivo, costruire sequenze che funzionano non solo per le battute, ma per il montaggio, la mimica, l’energia del tempo comico; è qui che nasce, ancora inconsciamente, il regista.
“Il SNL è stato la mia scuola di cinema. Lì ho capito che non mi interessava solo scrivere battute: volevo controllare l’intero linguaggio”, dirà in un’intervista anni dopo.

Il caos come metodo: Anchorman e la nascita di uno stile
Dopo anni di sketch e sceneggiature al Saturday Night Live, Adam McKay e Will Ferrell iniziano a lavorare a un progetto che sembra nato da una sbornia creativa: la storia di Ron Burgundy, un giornalista televisivo maschilista e completamente fuori dal tempo, nella San Diego degli anni ’70.
Inizialmente la sceneggiatura è ancora più folle di quanto sarà poi il film finale: si parla di aerei pieni di scimmie ninja, battaglie nella giungla e una trama che più che un film sembra un episodio esteso del Saturday Night Live.
Il progetto infatti, considerato troppo surreale per i parametri della commedia cinematografica dell’epoca, viene rifiutato da diversi studios, ma la situazione cambia quando entra in gioco Judd Apatow, che all’epoca stava iniziando a ritagliarsi un ruolo sempre più centrale nel mondo della commedia americana. Apatow riconosce il potenziale del duo Ferrell-McKay e presenta il progetto alla DreamWorks che, scommettendo su un’idea, decide di finanziarlo. La chiave di questa fiducia è Will Ferrell che, forte del successo di Old School, è sempre più una star in ascesa e McKay, pur senza esperienze da regista, si ritrova a dirigere il suo primo lungometraggio carico di un curriculum comico impeccabile, affinato al SNL.

Così nasce Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy (2004), che a prima vista sembra una sequenza caotica di gag, ma che in realtà nasconde una precisa satira dei media, del linguaggio giornalistico, dell’autoreferenzialità della televisione e del sessismo strutturale. Oltre a ciò è importante come con questo film McKay abbia fin da subito una visione formale e stilistica estremamente personale:
– L’uso dell’improvvisazione come motore narrativo: gran parte delle scene sono nate sul set, con dialoghi lasciati aperti e una libertà quasi teatrale concessa agli attori. Ma non si tratta di un’improvvisazione anarchica, piuttosto McKay la orchestra con attenzione, tagliando, montando e ricomponendo le scene per costruire un flusso comico costante.
– Un’estetica volutamente kitsch: dai costumi alle luci, dalla scenografia alle musiche, tutto è esasperato, finto, sopra le righe. È la caricatura visiva di un’epoca e al tempo stesso un modo per dichiarare che questo mondo, seppur assurdo, non è poi così lontano dal nostro.
– Il linguaggio meta-cinematografico: anche se non arriva ancora a rompere la quarta parete, come farà nei film successivi, McKay gioca con la consapevolezza dello spettatore. Alcune scene sono talmente assurde (il combattimento tra redazioni, per esempio) che sembrano voler ricordare costantemente che si è dentro una messa in scena, una farsa che imita la realtà per svelarne le crepe.
Narrativamente il film rifiuta la struttura classica, infatti più che una trama, ci sono una serie di sketch legati tra loro da un filo sottile, in cui i personaggi diventano archetipi dello stupido potere maschile. In questo senso la protagonista femminile (interpretata da Christina Applegate), non è solo una spalla: è l’elemento destabilizzante che mette in crisi l’equilibrio tossico del sistema.

Eppure, McKay non fa moralismo ma ride di tutti, e attraverso il riso denuncia senza predicare, un’abilità che affinerà con gli anni. Lo dimostrerà con La grande scommessa (2015), dove userà lo stesso metodo – frammentazione narrativa, rottura della quarta parete, inserti esplicativi – per raccontare la crisi finanziaria del 2008. Ma già in Anchorman c’è tutto: il gusto per il grottesco, l’attacco al potere istituzionalizzato, la parodia della mediocrità.
Adam McKay è nato comico, è diventato autore, e continua a muoversi sul filo sottile che separa la risata dalla riflessione. Forse è per questo che i suoi film dividono, spiazzano, lasciano il segno. Non cercano l’equilibrio: preferiscono l’incidente controllato, la battuta che sfugge al personaggio, la scena che cambia direzione a metà.
Proprio come nella vita. Proprio come nel giornale di Ron Burgundy, dove ogni notizia è vera, anche se inventata.
Fonti: IMDB, Vulture, The Ringer.

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