Noi italiani eravamo maestri del film di genere. Quante volte abbiamo sentito questa frase, tra chiacchere da bar, live su Twitch o discussioni sui vari forum online? Nessuno può negarlo ed anzi a testimoniarlo, qualora ce ne fosse il bisogno, ci hanno pensato numerosi registi contemporanei di fama internazionale che continuano a citare come loro fonti di ispirazione Leone, De Feo, Bava, Fulci e la lista continua. Allora per quale motivo ancora capita di sedersi in sala e udire di sfuggita la coppia seduta dietro di noi commentare come “il cinema italiano ormai è andato, è anni che un buon film non arriva in sala”? Difficile trovare una risposta, o ancor meglio è difficile riuscire ad esporla nel poco spazio che abbiamo qui a disposizione, soprattutto perché distoglierebbe l’attenzione dal vero protagonista di queste pagine, La valle dei sorrisi, opera terza di Paolo Strippoli che anzi ci aiuta proprio a contrastare l’affermazione di poco sopra come, in realtà, hanno già fatto diversi autori e le rispettive opere negli ultimi anni.

Con questa pellicola Strippoli, però, non solo dimostra che il cinema italiano di genere è più vivo che mai, ma centra talmente tanto l’obiettivo da costruire una nuova base: cinema horror italiano, we are so back!

Remis, la pace dei sensi

“Ma che c’avete tutti quanti in questo paese?

Siamo solo felici. È una cosa bella, no?”

Un veloce lavoro di supplenza di appena tre mesi: solo questo conduce Sergio Rossetti a Remis, piccolo paese tra le montagne nel quale però, fin da subito, sembra essere un pesce fuor d’acqua. Non è soltanto la sua provenienza dal sud Italia, quanto un dolore profondo che non riesce a nascondere e che stona fortemente con l’atmosfera pacifica e spensierata della cittadina. Ovviamente non è solo l’aria di montagna o l’acqua fresca, ma qualcosa di ben più contorto ed inquietante a rendere tutti così felici e sorridenti.

Non vogliamo approfondire oltre, non tanto perché il mistero in sé che ben presto il film comincia a svelare scena dopo scena, quanto piuttosto per non rovinare la sorpresa del trovarsi di fronte un horror che in 122 minuti – durata leggermente sopra la media nel genere – costruisce una storia che riesce a narrarsi a pieno, senza momenti morti ma prendendosi tutto il tempo necessario a presentare e raccontare pochi personaggi caratterizzati magnificamente (chi più in profondità e chi meno). Tanto del film si mostra attraverso piccoli gesti: uno sguardo di sbieco, un abbraccio dalla stretta eccessiva, una lacrima che scorre sulla guancia, un movimento bizzarro del capo, un sorriso a troppi denti, tutti elementi che, più di mille parole, raccontano tanto dei personaggi e della loro vita passata e presente, oltre che degli innumerevoli sottotesti presenti nel racconto che, affiancandosi alla tematica principale, costruiscono un microcosmo ben definito e circoscritto, ma che facilmente può essere esportato ed applicato a innumerevoli situazioni del mondo reale.

Costruire l’orrore

Strippoli non è al suo esordio e tutto ciò che ha imparato con A Classic Horror Story e Piove si presenta qui, ma senza mai dare l’impressione di un copia e incolla quanto piuttosto di una vera maturazione artistica. L’orrore messo in scena da Strippoli non cede mai al jumpscare o allo spavento facile, preferendo invece una costruzione dalla forte tensione che spesso sfocia in sequenze estremamente ansiogene e inquietanti, capaci di costruire un forte senso di disagio nella spettatore mantenendo però costante l’interesse voyeuristico: più la pellicola procede e più le stranezze aumentano, più lo spettatore si ritrova coinvolto in un orrore da cui è praticamente impossibile distogliere lo sguardo.

Non tutto è perfetto, soprattutto avvicinandosi ad una conclusione che a molti potrebbe sembrare scontata o poco interessante e, seppur comprendendo l’idea estremamente interessante di fondo, non possiamo che chiederci se non ci fosse un modo leggermente diverso per concludere il tutto senza questa piccola scivolata, che rimane però pur sempre più soggettiva che oggettiva. Al tempo stesso risulta impossibile lasciarsi condizionare da un finale imperfetto rispetto ad una costruzione precedente e di contorno così ottima: le scenografie, i costumi, la fotografia, la recitazione, le musiche ed il sound design, perfino gli effetti visivi si mantengono sempre su un livello estremamente alto, tanto che risulta quasi impossibile commentare con il canonico “per essere un film italiano comunque è fatto bene”. Perché ne La valle dei sorrisi niente mostra il fianco e tutto anzi aiuta ad immergersi completamente in una storia che, una volta conclusa, si vuole subito rivedere, ma certamente non perché quanto visto non sia abbastanza quanto per il livello incredibile raggiunto.

Conclusione

Quasi ironico che il tema centrale de La valle dei sorrisi siano i miracoli, perché l’opera stessa di Strippoli ha inevitabilmente del miracoloso: mai negli ultimi anni ci si è ritrovati davanti ad un horror italiano così ben costruito in tutto, dalla narrativa agli aspetti più tecnici. Strippoli incanala quanto imparato con le precedenti opere per costruire un racconto ricco di spunti narrativi e di personaggi interessanti, con momenti immediatamente iconici e numerosi rimandi al passato.

Poco importa un finale (forse) non perfetto, perché davanti all’opera completa risulta inevitabile affermare come non solo Strippoli abbia confezionato l’horror italiano (e probabilmente non solo) dell’anno ma soprattutto abbia dimostrato, ancora una volta, l’enorme valore del cinema di genere in Italia. Un nuovo standard è stato stabilito, ora bisogna solo riuscire a mantenerlo.

Mattia Bianconi
Mattia Bianconi,
Redattore.