Dicono che le ore del sonno sono tutte tempo rubato alla vita. Io posso essere d’accordo, ma… ma se uno non se ne va a letto, che fa? Come arriva fin all’indomani mattina?
– Don Annibale
Fantasmi a Roma (1961) è una commedia fantasy “all’italiana” diretta da Antonio Pietrangeli e tratta da un soggetto originale di Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola, Ruggero Maccari e Sergio Amidei.
Un’opera troppo poco conosciuta che vanta un cast straordinario con alcuni tra i più grandi nomi del cinema e del teatro italiano, tra i quali Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli e infine Sandra Milo. Le scene sono arricchite dalla colonna sonora di Nino Rota, dall’uso del brillante del technicolor e da una fotografia calda e chiaroscurale curata da Giuseppe Rotunno.
Il film, a detta dello stesso regista, si propone di raccontare “il più elegantemente possibile, con continui ammiccamenti ad un certo mondo culturale e a certi dati della storia italiana, una specie di favola da cui venisse fuori la singolare e tanto romanesca idea dei fantasmi che danno i numeri al lotto ed entrano nelle case per respirare il profumo della pasta e fagioli”. La pellicola, di chiara derivazione teatrale, utilizza la tematica crepuscolare dei fantasmi e il linguaggio della commedia all’italiana per lanciare una riflessione sul fenomeno della speculazione edilizia, scaturito dal boom economico degli anni Sessanta, che contribuì a ridisegnare il profilo urbanistico della Capitale.

Il cinema fantastico incontra la commedia teatrale
Flora: Ma perché quando uno muore, piangono tutti? Io non capisco.
Fra’ Bartolomeo: Credono solo nella vita e pensano di stare meglio di noi.
Il film si apre all’interno del decadente palazzo del solitario principe di Roviano, il quale vive il proprio privilegio nobiliare come fosse cristallizzato in una Roma papalina che non c’è più da molto tempo. Le scenografie del film sono state affidate alle esperte mani di Mario Chiari e Vincenzo Del Prato, che hanno saputo dare vita a questa Roma trasognata, dove passato fantastico e presente frenetico si incontrano e si influenzano a vicenda. Eduardo De Filippo è l’attore scelto per incarnare il loquace principe Annibale e la sua presenza all’interno del film sembra ammiccare alla celebre commedia Questi fantasmi!, scritta e interpretata nel 1954 dallo stesso De Filippo. Non è dunque casuale la scelta di un monologo teatrale in apertura, che il protagonista sembra rivolgere a sé stesso in preda alla follia, dal momento che non siamo ancora entrati in contatto con quei fantasmi che abitano nella sua dimora polverosa. Quattro sono gli spettri suoi coinquilini: frate Bartolomeo (Tino Buazzelli, ridoppiato da Giuseppe Rinaldi) ossessionato dal buon cibo delle trattorie romane; il libertino e cavaliere “senza scarpa” Reginaldo di Roviano (Marcello Mastroianni) che non perde occasione per corteggiare le donne vive e ignare della sua presenza; la svampita donna Flora (Sandra Milo) che si diletta nel sospirare d’amore, spiando gli innamorati e facendo lunghi bagni notturni nel Tevere che le causano continui raffreddori; infine il piccolo Poldino, fratello maggiore del Principe, che aiuta i bambini con i compiti scolastici e veglia suo fratello sino alla fine. Si scopre presto che don Annibale, pur non essendo in grado di vedere i fantasmi come tutti i vivi, li conosce uno ad uno come se fossero suoi inquilini.
Affascinante è la scelta dei costumi dei fantasmi, caratterizzati da abiti d’epoca con colori perlati, tendenti al bianco, all’oro e all’argento, e arricchiti da lunghi mantelli velati che fluttuano nell’aria al loro passaggio. Questo loro estetica, accentuata dall’uso frequente della sovrimpressione, sottolinea una natura onirica e conferisce agli spettri un aspetto quasi pittorico. La Roma dei fantasmi è la stessa dei vivi con tutte le complicazioni quotidiane. Gli spettri hanno imparato a comunicare con loro attraverso burle più o meno innocenti, consigli e persino baci e carezze fugaci. I fantasmi sono legati ai vivi, spesso loro parenti, li sostengono e si preoccupano per loro, come fossero degli angeli custodi. Tutte le presenze che infestano il palazzo, rivela il Principe, sono decedute per morte violenta: Flora suicida per amore, il piccolo Poldino bruciato da una castagnola, il frate avvelenato da alcune polpette, Reginaldo precipitato nel tentativo di fuggire dal balcone di un’amante e infine il pittore Caparra morto in un incendio – ma di lui ancora non sappiamo nulla. E’ questa specifica condizione ad impedir loro di trovare pace, costringendoli a vagare tra le vie di Roma, talvolta ammoniti da un roboante tuono celeste ogni volta che ne dicono una di troppo. Nessuno sfugge al rimprovero divino, tranne lo spergiuro Caparra, per il quale il Padre Eterno pare aver ormai rinunciato a ogni speranza di redenzione.
La resistenza dei fantasmi romani all’avanzata del cemento

“Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro!”
– Il principe Annibale di Roviano
L’uso del Technicolor enfatizza ancor più il genere fantastico cui Fantasmi a Roma aderisce pienamente, a metà tra sogno onirico e ritratto vivido della quotidianità romana degli anni Sessanta. I fantasmi sono ciò che rende davvero viva Roma in un contesto in cui la modernità vuole privarla della sua memoria storica, in nome di garage e centri commerciali.
La denuncia contro l’urbanizzazione caotica di quegli anni è un tema cardine del film, come anche la corruzione e il capitalismo sfrenato, incarnato dalla figura dell’attricetta Eileen, nonché compagna di Federico di Roviano, nipote del Principe, sempre interpretato da un Mastroianni con una nobiliare R moscia. Dopo la tragica morte di don Annibale, il nipote “mastroianni-forme” eredita la dimora e decide di venderla agli speculatori, sotto consiglio della fidanzata arrivista. A questo punto, i nostri fantasmi si trovano costretti a ingaggiare una lotta contro una grande società che vuole demolire la loro casa. Nel tentativo di salvare la situazione, gli spettri chiedono aiuto allo spergiuro Giovan Battista Villari (Vittorio Gassman), detto “il Caparra”, maestro pittore, che compare nelle Vite del Vasari, dal grande ego e dalla scarsa fama riconosciuta – noto solo per chiedere in anticipo i soldi ai suoi committenti. Come loro, il Caparra è stato più volte costretto a cambiare casa, giacché l’ignoranza spinge i vivi a buttar giù tutto quello che reputano “passato”: il suo palazzetto a Montecavallo fu “sbattuto giù” da quel marchigiano di Sisto V, poi ci si mise anche il governatore di Bonaparte, successivamente perse la casa a Porta Pia per colpa dei piemontesi e infine ci si mise anche Mussolini che spianò tutto per costruire via della Conciliazione. Da quel momento, Giovan Battista Villari decise di ritirarsi in campagna, dove in quegli anni pasciavano solo le pecore. A detta del pittore, costoro hanno l’abitudine di demolire le antiche dimore dei fantasmi poiché le considerano, per citare le parole di Gassman, “ruderi fatiscenti senza alcun valore storico”. Al loro posto stendono, invece, “mari di cemento”, privi di anima e utili a soddisfare le loro smanie consumistiche. Roma è il set all’aperto ideale per questo film di spettri un po’ bricconi e tra le numerose location scelte si possono riconoscere distintamente: palazzo Gambirasi in via della Pace, convertito nel palazzo dei principi Roviano, e la Torre del Quadraro in piazza dei consoli, ovvero la dimora dell’inquieto pittore. Il sanguigno Caparra, sebbene compaia solo nell’ultima parte della pellicola, buca lo schermo contribuendo ancor più a rendere evidente quella meta teatralità che caratterizza tutto il film di Pietrangeli. L’accordo col Caparra è semplice: egli potrà trasferirsi da loro a patto che realizzi un affresco che possa ostacolare la vendita e dunque la demolizione dell’edificio. Nel proporre ciò, i fantasmi tentano un ultimo disperato tentativo sfruttando le leggi di tutela, la risonanza della stampa e, di conseguenza, attribuendo ulteriormente un valore artistico a quel palazzo storico che i vivi si rifiutano di cogliere.
Giunti nel palazzo del Principe, il piano viene messo in atto e il pittore costretto a dipingere. La comicità della scena nasce sia dalla scelta di usare fra’ Bartolomeo in abiti da femmina e Flora come modelli per l’affresco “Giove che seduce Venere travestito da lavandaia”, sia dagli sproloqui volgari e dottissimi del pittore. Giovan Battista Villari si scaglia contro tutti alla maniera di Cecco Angiolieri: le donne, Caravaggio, i preti, il Padre eterno, Guido Reni, i conventi e non si salva neppure quel santissimo uomo del suo maestro, il Cavalier d’Arpino che, a differenza sua, riposa in cielo:
“lo muro dello affresco ha da essere asciuttissimo, levigatissimo et senza asperitate alcuna, onde essere ugualmente ricoperto dall’intonaco di calce, preferibilmente grassa, sulla quale lo pittore stenderà poscia lo suo affresco […] a parole siamo tutti bravi, vero cavaliere? Ma quando lo pittore deve stendere lo affresco su un muro che sembra fatto a forza di pallate di gesso e non ha intonaco di calce né grassa né magra, allora è un altro paio di brache”.
Il Caparra, un po’ come gli altri fantasmi, ma in modo decisamente più eccessivo, si diverte a provocare i vivi, a minacciarli e persino a mettere loro le mani addosso – come nel caso dello storico d’arte Randoni (Mario Maresca) che, per una seconda volta e dopo una serie di equivoci e mazzette, attribuisce il suo affresco a Caravaggio, conferendogli ancor più valore di quello di partenza. Come conseguenza di ciò, Randoni cade improvvisamente dalle scale sotto lo sguardo sconvolto dei presenti. Alla fatidica domanda dei fantasmi su chi sia stato a spingerlo, Caparra risponde: “il Caravaggio!”.
Con non poca fatica, i fantasmi possono finalmente tornare alla loro tranquilla dimora, a quella Roma di cui sono custodi devoti, ma al tempo stesso prigionieri. Alla fine, l’unico a trovare una vera redenzione è Federico che, grazie all’aiuto dei suoi evanescenti coinquilini, arriva a comprendere l’importanza di tutelare la memoria storica della sua famiglia.

Le ultime imprecazioni colorite del Caparra al grido di “Al fuoco, al fuoco! La fiaccola dell’ignoranza ha dato fuoco al mondo!” sembrano fare da contraltare al finale amaro, affidato a una vecchia prostituta di nome Regina che sembra portare rispetto solo al Principe, tanto in vita quanto nella morte. Nel chiedere l’elemosina dentro l’osteria, Regina passa accanto al tavolo preferito dal Principe, dove è seduto Federico, in compagnia di tutti i fantasmi, compreso quello di Don Annibale. Per una frazione di secondo la donna sembra accorgersi di lui ( o del nipote?) e si lascia sfuggire un “è entrato il Principe, ha salutato la Regina, la Regina se ne va!”, prima di trascinarsi fuori gridando a gran voce:
Siete tutti su ‘a lista! La lista di Regina. Mì madre era una battona e semo tutti fratelli.
L’allusione finale all’inno nazionale, altro non è che il grido di una Roma decadente, un tempo magnifica e ora abbandonata alle polveri del tempo o sepolta da tonnellate di cemento. La denuncia rabbiosa, senza peli sulla lingua, contro un paese che sembra aver smarrito il senso della bellezza e l’importanza della memoria nella definizione dell’identità nazionale e collettiva. La morale di Fantasmi a Roma si può ricercare tanto nelle frasi allucinate di Regina quanto nelle parole malinconiche di don Annibale: “quando una cosa è vecchia, bisogna lasciarla com’è. Perché se uno cerca di modernizzarsi, rischia di non piacere più”.

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