Dopo essere stato presentato in anteprima al Festival di Cannes, in cui era in concorso per la Palma d’Oro, arriva anche nelle sale italiane il nuovo film di Mario Martone.
Fuori racconta una figura della letteratura italiana tornata alla ribalta solo recentemente: Goliarda Sapienza, autrice del romanzo L’arte della gioia. Pubblicato nella sua interezza solo a seguito della morte dell’autrice, il libro è stato (ri)scoperto dai più dopo l’uscita quest’anno di una miniserie Sky omonima con protagonista una magnetica Tecla Insolia.
Per uno strano caso del destino, nei panni dell’incendiaria Sapienza troviamo, nel film di Martone, la regista della miniserie: Valeria Golino. Affiancata da Matilda de Angelis ed Elodie, Martone ripercorre una pagina interessante della vita della scrittrice che lei stessa ha raccontato nei suoi libri L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio: il periodo trascorso in carcere dopo il furto di alcuni gioielli, nel 1980, e il successivo rapporto con le compagne di cella.

Con una narrazione inizialmente disordinata (un eco dello stile della sua protagonista?), Martone ci trasporta attraverso le peculiarità di una scrittrice straordinaria nella sua libertà tanto 50 anni fa quanto adesso: il matrimonio con l’attore Angelo Pellegrino, più giovane di vent’anni, che non le impedisce di vivere e discutere liberamente di altre relazioni sentimentali, con uomini e con donne; la voracità nei confronti delle storie altrui e al contempo l’atteggiamento disincantato con cui si confronta con gli altri, rifugiandosi in un mondo tutto suo per evitare il conflitto; un concetto totalmente personale di moralità che la spinge a rubare, senza rimorso, i gioielli di un’amica pur di sopravvivere.
Ma paradossalmente a catturare lo sguardo e l’attenzione non è Sapienza: l’interpretazione più stratificata è offerta da Matilda De Angelis nei panni di Roberta, l’amica carcerata ribelle ed eroinomane con cui la scrittrice stringe un rapporto dai contorni sia materni che erotici. De Angelis è magnetica, una potenza che cattura lo sguardo, fumantina, rozza e volitiva ma, allo stesso tempo, delicata, simile ad un soffione sul punto di essere continuamente soffiata via dall’inquadratura o dalla storia nella sua interezza.
Il suo legame con Sapienza, ambiguo e tenero, è forse l’elemento più interessante e concreto del film, il quale, nelle sue due ore, ci fornisce tante idee ma non sembra mai davvero afferrarne qualcuna.

Sì, perché di idee in Fuori evidentemente ce ne sono. Lo hanno dimostrato regista ed attrici quando lo hanno presentato in un intervento al Teatro Ariston, trasmesso in streaming in 180 cinema italiani. Martone e Golino hanno parlato della paradossale libertà offerta dal carcere, del sentimento di estraneità provato da Sapienza nei circoli letterari snob e quello di appartenenza provato al contrario con le compagne di cella, del tentativo (inconscio?) di ricreare uno spazio di carcere anche una volta uscite di galera.
Eppure, di tutto ciò nel film c’è veramente poco o niente: la parentesi carceraria, a conti fatti, è breve se confrontata allo spazio occupato da altri elementi come le preoccupazioni economiche di Sapienza, o ancora la lunga sezione dedicata alla rappresentazione della sfavillante estate che la scrittrice trascorre con le sue compagne. Una sezione piacevole e bellissima a vedersi, in cui la calura romana traspare da ogni inquadratura, ma che sembra assumere un peso maggiore rispetto a quella che, per dichiarazione dello stesso autore, sarebbe dovuto essere il cuore della storia, lo sguardo offerto sulla vita dell’autrice.

Vero è che il titolo dell’opera è pur sempre “Fuori”, uno sguardo sulla vita dopo un’esperienza tanto radicale da poter mettere in dubbio le proprie certezze riguardo alla società. Tuttavia, è difficile comprendere il peso di un simile terremoto se non una volta arrivati alla fine, quando in una scena durante i titoli di coda vediamo un filmato della vera Goliarda Sapienza che ci racconta cosa abbia significato l’esperienza del carcere. Se la chiave di lettura va ricercata nell’extra diegetico, nel racconto esterno al film da parte di cast, troupe e persino della stessa autrice, forse c’è qualcosa che non ha funzionato del tutto.
Sia chiaro, il nuovo film di Martone è un prodotto di ottima fattura, con una fotografia estremamente curata, tre interpretazioni forti e il racconto sfaccettato di un rapporto femminile complesso ma sincero. Tuttavia, Fuori risulta quasi più interessante per quello che sarebbe potuto essere, per le pistole di Cechov che introduce senza mai farle sparare. Un vero peccato, vista la materia che regista e sceneggiatrice avevano tra le mani e per il momento estremamente propizio al racconto della storia di un’intellettuale troppo spesso dimenticata.

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