Se è vero che la vita quotidiana è spesso fonte primaria di ispirazione per la scrittura di nuove storie, ciò vale in particolare modo per il celebre commediografo e drammaturgo Alan Bennett, che ha deciso di rendere protagonista di una sua opera teatrale una misteriosa vagabonda che ha posteggiato nel suo vialetto.

The Lady in the Van è il film diretto da Nicholas Hytner (2015) e la sceneggiatura è curata dallo stesso Bennett. I protagonisti sono interpretati da Alex Jennings, nei panni del celebre drammaturgo, e una straordinaria Maggie Smith nei panni di Mary Shepherd, ruolo per il quale ha ricevuto nel 2016 una candidatura ai Golden Globe come Miglior attrice in un film musicale o commedia e ai BAFTA per la Miglior attrice protagonista.

La commedia si ispira ad una vicenda realmente accaduta al protagonista e sceneggiatore: Mrs. Shepherd e Alan sono passati dall’essere dirimpettai a due atipici coinquilini per 15 lunghi anni, dal 1974 al 1989. La storia di questa amicizia è stata raccontata dallo stesso Bennett nel saggio “The Lady in the Van”, che è in seguito diventato un libro, poi una pièce teatrale (diretta anch’essa negli anni Novanta da Nicholas Hytner) e infine un film.

La trama del film e la storia vera coincidono perfettamente. Alan, in quanto sceneggiatore e d’accordo con il regista, ha deciso di non romanticizzare la vicenda. Per essere più precisi, l’unica differenza è che l’idea di basarvi una pièce teatrale non venne contemporaneamente ai fatti ma solo dopo la morte della vagabonda nel 1989.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo insieme questa bizzarra e affascinante storia.

Londra, anni Settanta, più precisamente nel quartiere Camden Town. Mary Shepherd è una senzatetto che vaga con il suo furgoncino e di volta in volta posteggia davanti a varie abitazioni. Nel saggio Bennett descrive la via come abitata da personalità di rilievo che, se da un lato tentano di essere gentili, per esempio portandole dei regali di Natale o dei piatti cucinati da loro, dall’altro lato la tenevano a distanza con un fare giudicante. Indubbiamente lei non è una vicina facile da apprezzare: è scorbutica, non emana un buon odore, e decisamente non è silenziosa.

Un giorno si ferma al numero 23 di Gloucester Crescent, davanti la casa di Alan.

Lui conduce una vita solitaria, passa gran parte del tempo a lavorare alle sue opere e di tanto in tanto riceve la visita della madre: vedova, piuttosto invadente e fin troppo premurosa.

La finestra del suo studiolo dà sulla strada in cui posteggia Mrs. Shpherd e negli anni aveva avuto modo di osservarla, scambiare con lei brevi conversazioni, talvolta provato apprensione per lei, difendendola dalle vessazioni dei passanti.

Quando il comune fa dipingere le strisce gialle per impedire i parcheggi abusivi, Alan le permette di sistemarsi nel suo vialetto di casa. I due, così, hanno instaurato una particolare forma di convivenza.

Bennett aveva già capito che fosse una donna particolarmente tenace ma ne ha avuto la conferma: “She had a very strong will, she knew she was going to stay and she did stay”, afferma.

Il drammaturgo ha ammesso che lasciarla posteggiare lì “it wasn’t, at the time, a humanitarian gesture […] it might seem as thought it was humanitarian, but the larger part was pure selfishness”. Era innanzitutto un favore che lei faceva a lui, e non viceversa.

Osservarla e difenderla dai passanti lo distraeva dal suo lavoro di scrittura. Il risultato era quindi un beneficio reciproco: Mrs Shepherd veniva sottratta agli occhi dei curiosi, mentre lui poteva finalmente dedicarsi ai suoi lavori.

Alan però ha un animo buono, si affeziona realmente alla donna ed è curioso di conoscere la sua storia. A raccontargliela è il fratello Leopold, contattato quando le condizioni di salute di Mary sono peggiorate drasticamente. Scopre che il suo vero nome è Margaret Fairchild parla francese, era una promettente pianista, un’autista di ambulanza durante la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto aveva intrapreso questo stile di vita in seguito ad uno sventurato evento.

Tra gli abitanti di Camden, Alan era l’unico che era riuscito ad abbattere il muro di diffidenza che Mary innalzava spontaneamente poiché, in quanto donna di strada, doveva continuamente difendersi.

La storia di Alan e Mary è una di quelle storie che ci si augurerebbe di ascoltare più spesso, un atto di umanità che nasce dal superamento delle barriere sociali che porterebbero a guardare una senzatetto dall’alto in basso. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un gesto di apertura indubbiamente faticoso, ma altrettanto gratificante. Solo così ha potuto conoscere la grandezza che Mrs. Shepherd nascondeva dietro la sua maschera scontrosa e soprattutto, ha imparato cosa significa “prendersi cura” senza aspettarsi niente in cambio.

Alessia Agosta
Alessia Agosta,
Redattrice.