Nel 1843 Søren Kierkegaard sosteneva che “l’unico amore felice è quello della ripetizione. Al pari dell’altro non conosce l’inquietudine della speranza, la sfida angosciosa della scoperta, ma in più gli è ignota la mestizia del ricordo – ha la sicurezza beata dell’istante”. Su questo concetto insiste Volveréis – Una storia d’amore quasi classica di Jonás Trueba, presentato al Festival di Cannes 2024 e premiato alla Quinzaine des Cinéastes.
In una Madrid di fine estate la regista Ale (Itasaso Arana) e l’attore Alex (Vito Sanz) hanno deciso di lasciarsi dopo 15 anni di relazione, ma affrontano la rottura con serenità e pensano di celebrarla con una grande festa, che si terrà nell’ultimo giorno della bella stagione, il periodo più nostalgico dell’anno. Su tali premesse si basa un film apparentemente semplice che invece indaga le connessioni umane adoperando il cinema stesso come mezzo.
L’elemento meta-cinematografico è preponderante nella vicenda: stiamo assistendo a eventi reali o alla messa in scena della macchina da presa? Continuiamo a porci questa domanda comprendendo però che non c’è una linea di demarcazione tra la verità raccontata e quella accaduta, il confine tra la sala e la vita è decisamente labile, i due mondi non possono essere scissi.
In una società complessa in continuo mutamento anche i rapporti si evolvono e così Trueba ci trascina in questa fine mai amara, sempre vestita di quiete e pace. Siamo di fronte a una coppia perfetta e simbiotica, mai sapremo i motivi che li hanno spinti all’allontanamento. I loro amici li ritenevano un modello da seguire, un esempio che adesso non ha più ragion d’essere.
Perfino lo spettatore, accolto in una casa piena di libri e di memorie, osserva una quotidianità che sembra non avere pretesti per rompersi.

La sceneggiatura è colma di dialoghi che non danno mai una svolta alla trama, ma che sono essenziali per approfondire i personaggi. La ripetitività è fondamentale: i due continuano a ribadire di stare bene, quasi come un mantra, quasi per convincersi che sia vero.
Non avvengono trasformazioni, non vi sono grandi cambiamenti, sono le conversazioni e i fatti ad alimentare il motore del racconto. Non si vuole insegnare nulla e non c’è alcuna intenzione di sorprendere, l’obiettivo è solo quello di descrivere una situazione plausibile.
Ripensare al passato, vivere il presente o elevarsi al futuro? Queste opzioni si pongono dinanzi a loro continuamente, anche attraverso i tarocchi di Bergman (menzionato in più occasioni).
Le carte aiutano a immaginare quello che sarà, a distinguere un domani in cui non esisterà più un “noi”, in cui le certezze conservate tra gli scaffali colmi di oggetti si posizioneranno in grossi scatoloni, pronte a trasformarsi, a sciogliere due facce identiche (non è un caso la scelta dei nomi dei protagonisti) per renderle diverse e indipendenti.

La sequenza con Fernando Trueba (padre di Jonás nella realtà e di Ale nella finzione) è probabilmente la più significativa, in quanto si esplicita il fulcro sul quale posa il lungometraggio. Viene qui citato Stanely Cavell, il filosofo statunitense secondo il quale l’autenticità di un matrimonio è verificabile nel momento in cui risulta impossibile divorziare.
L’idea della possibilità di un ritorno si ripropone in tutto l’arco narrativo, dal titolo alle continue affermazioni fiduciose di conoscenti e parenti. Tornare ancora, ripercorrere gli stessi passi è utile? Può essere necessario? Forse lo scopriremo nel finale.

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