Il Re Leone del 1994 è un film stupendo, probabilmente il film Disney più ambizioso e magnificente di sempre insieme a Fantasia. Incasso stratosferico, apprezzamenti eterni, una mucca da mungere più del solito in un periodo in cui dalle parti di Burbank non ne va male una. E quindi prima viene la serie animata Timon & Pumba (1996-98), in cui i Rosencratz e Guilderstern della savana in più di 150 cortometraggi (raggruppati in varie forme tra episodi regolari, speciali e perfino videoclip musicali) danno vita ad un campionario sterminato di gag più o meno riuscite; e quindi il musical di Broadway The Lion King (1997) a cui partecipano anche Elton John e Tim Rice (autori delle musiche del film) con brani inediti. Poi in casa Disney arriva la febbre dei sequel da cassetta, a basso costo e utili a scaricare l’IVA. Al nostro amato film comunque va meglio che a tanti suoi compagni di sventura: Il Re Leone II – Il Regno di Simba nel 1998 vede Kiara (figlia di Simba) e Kovu (figlio “adottivo” di Scar) ritrovarsi nella più classica delle storie alla Romeo e Giulietta (e ricordiamo che il primo film altro non è che un Amleto in pelliccia). Il Re Leone 3 – Hakuna Matata del 2004 invece è una sorta di remake/prequel del primo film dal punto di vista di Timon e Pumbaa. Se il secondo film cerca di creare un respiro drammatico abbastanza accettabile per un film costato così poco, il terzo è genuinamente divertente, e per essere film da videoteca l’animazione è più che discreta. Negli anni 2010 poi abbiamo una serie animata per un pubblico molto giovane, The Lion Guard (2014-19) e soprattutto nel 2019 uno dei tanti remake in live action (anche se qua si apre un dibattito infinito) diretto da Jon Favreau (con annesso album e musical firmati Beyoncé). E qua iniziano i dolori. 

Favreau, che in Disney aveva già diretto sia il primo Iron Man nel 2008 (dove interpreta anche il ruolo di Happy Hogan), sia Il Libro della Giungla del 2016 (appena accettabile), è la mera firma di un’inutile e costosissima baracconata senza anima in cui il film animato viene ripreso quasi ad ogni shot privandolo però di colori, epicità, respiro drammatico ed espressività nei disegni. Gli animali animati in maniera fotorealistica (che qualcuno definirà fotorealismo magico) sono orripilanti e alzano l’asticella dell’uncanny valley (e provocano tante battute sull’assenza di genitali), mentre il resto è uguale al film di 25 anni prima, ma più brutto. Però i soldi abbondano (nel 2019 ben sei film Disney superano il miliardo di dollari, ultime bottiglie di champagne stappate prima di fare scorte di lievito e chiudersi in casa), e quindi perché non mettere in cantiere un sequel? O un prequel dai. 

Un film sul rapporto tra Mufasa e Scar, una storia originale che però prende elementi da alcuni racconti semi ufficiali (al confine tra la fanfiction e la gadgettistica), dai due sequel animati degli anni ’90, e con la presenza di numerosi leoni leucistici (ovvero bianchi ma non albini, tipo le pantere nere ma al contrario) per richiamare Kimba, il Leone Bianco, l’opera di Osamu Tezuka che molti associano al Re Leone. Il tutto con la solita animazione fotorealistica, diretto dal premio Oscar Barry Jenkins. Un capolavoro annunciato insomma.

Sono passati alcuni anni da Il Re Leone e il mandrillo-sciamano Rafiki racconta a Kiara, figlia di Simba e Nala nonché erede delle Terre del Branco, la storia di suo nonno Mufasa e del fratello di quest’ultimo, che prima di essere chiamato Scar si chiamava Taka.

Mufasa è sicuramente il personaggio più interessante e solenne della saga, la sua morte è uno dei momenti più drammatici e iconici della storia dell’animazione, e Scar è uno dei migliori cattivi Disney (negli anni ‘90 ancora li scrivevano bene, i cattivi). Il film sceglie di parlare del loro passato, del loro rapporto fraterno sbilanciato. Mufasa è più grande, più forte, più coraggioso, più saggio e più buono, Scar (o meglio, Taka) è solo più furbo, forse. Mufasa è un leader amato, un re dalla testa alla punta delle zampe. Taka è la rappresentazione del potere che logora chi non ce l’ha. Poteva uscire un film quantomeno interessante se fosse nato in un contesto produttivo diverso.

Guardare i nuovi remake dal vivo (vabbè, si fa per dire ma avete capito) dei Classici Disney animati è un’esperienza sempre più ripetitiva, noiosa e superflua. Si fa fatica quindi pure a scriverne perché sembra quasi ridicolo ripetere i soliti discorsi sul poco senso artistico dell’operazione, però si sa, pecunia non olet e quindi questi filmetti vengono prodotti. Costano tanto, molto spesso guadagnano ancora di più, nella maggior parte dei casi nessuno dice di apprezzarli, un po’ come nessuno ammetteva di votare Berlusconi negli anni 2000. 

Mufasa almeno, al contrario del suo predecessore, ha una storia “nuova” anche se prevedibilissima (come molti prequel d’altronde), ma non ci mostra nulla di interessante o rilevante. La tecnologia ha permesso di creare un mondo animale fotorealistico dal nulla ma tutto questo continua ad essere inutile ed insignificante, appiattisce qualsiasi emozione o dinamica narrativa e annulla il concetto di recitazione (sia per gli animatori che per chi presta la voce). E se pure un genio come Lin-Manuel Miranda scrive le musiche con la mano sinistra allora questo film non ha davvero niente di interessante da offrire.