Dopo essersi aggiudicato il Premio della Giuria alla 74ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, L’Empire di Bruno Dumont è approdato in anteprima nazionale alla 42a edizione del Bellaria film festival. Citato già nel titolo (L’Impero colpisce ancora), bersaglio del nuovo bizzarro film fantascientifico-parodistico del regista francese è il franchise di Guerre Stellari, ma in generale tutto il panorama contemporaneo dei blockbuster made in U.S.A, da Dune ai supereroi in calzamaglia.

In un villaggio di pescatori lungo la costa francese si scatenano le prime avvisaglie di una battaglia intergalattica: gli abitanti locali non sanno che dietro ad alcune persone comuni si nascondono delle forze extraterrestri pronte a combattersi, il popolo degli “uno” e quello degli “zero”. La principessa dell’Impero degli “uno”, Jane (Anamaria Vartolomei), è in missione sulla terra per evitare che le forze oscure degli “zero” conquistino il mondo tramite l’erede di Freddy (Brandon Vlieghe), quest’ultimo figlio del pescatore Jony ma nato dall’unione tra un’umana e un extraterrestre.

Il franchise di George Lucas è richiamato anche dai costumi, oltre che dalle astronavi

L’Empire, ambientato nella Francia più rustica tanto cara alla filmografia di Dumont è quindi un mélange sfacciatamente rozzo (esattamente come i pescatori protagonisti, e quindi comprensibile) tra sci-fi e cinema agreste, terreno, di comunità, e il mix conserva il fascino di una provocazione (ahimé già) fuori dal tempo e al contempo costituisce un rovinoso autogol. Nel film ci sono tante idee, perlopiù interessanti, a partire dal world-building, che giustappone continuamente “alto” e “basso”, vale a dire il villaggio di pescatori con le astronavi aliene che – intuizione divertente – altro non sono che la Reggia di Caserta e una cattedrale gotica; le spade laser tagliano teste e la polizia incolpa l’Isis; al contrario dei principali blockbuster statunitensi può capitare che si faccia sesso randomicamente, in ogni momento e senza nemmeno troppi motivi (ammiccamento nemmeno troppo velato alle controverse storyline romantiche degli ultimi Star Wars, ma anche all’assenza d’erotismo in tutto il franchise della Marvel); la società è completamente polarizzata, e la contrapposizione senza alcuna sfumatura fra “uno” e “zero” può essere anche letta come l’appiattimento totale delle fazioni nemiche frequente tanto nelle saghe stellari quanto in quelle del MCU.

L’astronave degli “zero”, vi ricorda qualcosa?

Ma “uno” e “zero” sono anche i due gruppi in cui è destinata a polarizzarsi la critica di fronte a progetti estremi come L’Empire: la tesi citata anche più volte dallo stesso Dumont secondo cui il film possa costituire la “risposta europea” ai pop corn movie d’oltreoceano, anche nella sua palese provocazione, rischia comunque di scadere anche in un grossolano provincialismo, proprio in un periodo in cui il cinema europeo sembra essersi dimenticato dei blockbuster e in cui non avrebbe altro che imparare dai successi americani al botteghino (sì, anche di fronte a un fisiologico declino della progettualità dell’Mcu). È chiaro che la vena parodica serva anche da campanello d’allarme proprio per l’industria europea, ma il carico teorico del film si spegne presto, forse già dopo la prima mezz’ora, perché le gag si ripetono, i meccanismi sono farraginosi, e più che un manuale teorico sembra di sfogliare il libretto delle istruzioni con ancora tutti i pezzi da assemblare. Dopo Barbie anche L’Empire cita a più riprese i Monty Python e il loro Sacro Graal con le iconiche sequenze a cavallo, ma non sappiamo quanto sia conveniente per Dumont ricordarci il gruppo comico britannico, perché se pensiamo anche a un “gemello” come Balle Spaziali notiamo come la costante sia sempre stata il gusto del racconto cinematografico.

Le truppe si preparano alla battaglia

Autori come la compagnia di Terry Gilliam o Mel Brooks non si sono mai anteposti al racconto, sono sempre stati al servizio di una parodia sì dissacrante ma che – anche con i suoi parossismi, le sue giustapposizioni spiazzanti, le sue iperboli impossibili – ha sempre avuto il piacere di narrare una storia come punto fermo, guardando sempre al pubblico e mai con autoreferenzialità. La narrazione de L’Empire, al contrario, scricchiola perché ogni scena vuole essere teoria e la provocazione si disperde nel tedio della ripetizione e della riproposizione stolide, con un risultato di cui si percepisce l’intento ma che lascia perlopiù perplessi. Restiamo basiti soprattutto perché Dumont rischia di cadere nello stesso stereotipo di cinema agreste e provinciale europeo che lui stesso vorrebbe criticare, non capendo mai quanto strizzi l’occhio parodico al cinema di massa statunitense e quanto a quello nostrano, restando in una zona grigia che lascia tanti dubbi e pochi sorrisi. Resta qualche intuizione divertente, come le astronavi che sfrecciano sopra le barche dei pescatori, oppure l’imperatore degli “zero” e le masse amorfe che prima di atterrare sulla terra gridano “Apocalisse! Apocalisse!” con piglio infantile, ma sono piccole briciole all’interno di un calderone che smette di ribollire prestissimo e che, se probabilmente conquisterà i più indefessi seguaci della “politica degli autori”, lascerà la maggior parte del pubblico con un pugno di mosche; anzi, peggio, lascerà gli spettatori ancora con l’idea che l’unico modo possibile di fare blockbuster fantascientifici in europa sia quello de L’Empire. Speriamo che il futuro smentisca questa ipotesi, almeno significherebbe che la sirena d’allarme è arrivata alle produzioni europee.

Alberto Faggiotto
Alberto Faggiotto,
Redattore.