Da oltre dieci anni, The Weeknd, nome d’arte di Abel Tesfaye, si è velocemente ritagliato un ruolo di primissimo piano nel panorama musicale mainstream, dimostrandosi uno degli artisti più mutevoli e ambiziosi della sua generazione. Capace di attraversare e mescolare generi diversi, ha saputo far evolvere la sua scrittura, passando dalle confessioni oscure e intime degli esordi a veri e propri concept sulla fama, la solitudine e la decadenza. Nel tempo, The Weeknd ha trasformato il suo percorso artistico in qualcosa che va ben oltre la musica. La sua ossessione per l’estetica e per la narrazione visiva lo ha portato a immaginare ogni canzone come parte di un racconto più ampio, vicino al linguaggio del cinema. I suoi videoclip, sempre più ambiziosi, ne sono la prova più lampante.
Hurry Up Tomorrow si configura come un’estensione visiva dell’ultimo album omonimo dell’artista canadese, che torna ad interpretare se stesso a sei anni di distanza da Diamanti Grezzi (2019). In questo caso però non si limita a una breve apparizione all’interno di una discoteca di New York, dove cantava The Morning e si faceva di cocaina con Julia Foxx, ma ne è il protagonista assoluto, oltre che produttore e co-sceneggiatore.
Se in Diamanti Grezzi eravamo nel 2012, dove il “neonato” The Weeknd era agli albori della sua fama, in Hurry Up Tomorrow siamo invece nel 2025, dove ritroviamo un artista da oltre 60 miliardi di stream e sette tour mondiali all’attivo.

Nel film, diretto da Trey Edward Shults (It Comes at Night, Waves), Abel è tormentato dall’insonnia e dalla depressione. Distrutto dalla fine della sua relazione e dalla perdita della voce, trova piccoli sprazzi di conforto attraverso Lee, il suo manager (Barry Keoghan), che ne è complice nei vizi e nell’autodistruzione. L’incontro con Anima (Jenna Ortega), una giovane fan enigmatica, lo trascinerà in un viaggio surreale tra incubi, deliri e ricordi sepolti, in cui sarà costretto a fare i conti con la parte più profonda di sé stesso.
Sia Lee che Anima non sono semplici personaggi secondari, ma vere e proprie rappresentazioni del mondo interiore di Abel, incarnazioni opposte e complementari della sua psiche. Lee rappresenta il lato più oscuro e narcisistico dell’artista: è l’emanazione dei vizi, dell’ego ipertrofico, dell’onnipotenza che accompagna la celebrità (“you’re not human, man!”) e che porta Abel a usare e manipolare gli altri per il proprio piacere, convinto di poter controllare tutto e tutti – persone, relazioni, destino. È il volto seducente e distruttivo dell’auto-compiacimento.
Anima, invece, è la manifestazione della sua parte più profonda, fragile ed emotiva. Seguendo la teoria junghiana, incarna la componente femminile inconscia della psiche maschile, quella che Abel ha soffocato dietro il personaggio pubblico, ma che continua a riemergere come voce di verità, vulnerabilità e bisogno d’amore autentico.
Il film manca però di una linea narrativa solida, sacrificata – per scelta – sull’altare di un onirismo esasperato e di un’estetica ipersensoriale che, se funziona dal lato visivo – e non sempre -, dall’altro fatica a trovare una collocazione coerente all’interno del racconto.
La regia di Shults è ricca di trovate stilistiche: cambi di formato, movimenti di macchina virtuosistici, luci stroboscopiche, giochi di montaggio (montaggio curato dallo stesso regista). Elementi che però finiscono per far sembrare il film un video-album travestito da lungometraggio, una sorta di seguito a The Dawn FM Experience (2022). Tutto si muove all’insegna di un’estetica che si compiace di sé stessa, dove il film sembra più interessato alla forma che al contenuto, fallendo quindi nel costruire qualsiasi tipo di connessione emotiva con il protagonista.
Anche quel duello psichico tra Lee e Anima, all’inizio tra gli spunti più interessanti del film e che ne rimane, a mio avviso, uno dei punti forti, tende a svuotarsi con l’avanzare del film di ambiguità e complessità, scivolando, in una scena in particolare, verso il didascalico. E lo stesso vale per l’utilizzo di alcuni brani dell’album, inseriti non tanto come parte organica del racconto, quanto come evidenti sottolineature (Drive che parte dopo che Abel dice al suo autista di “guidare e basta”).

L’unica vera forza trainante del film è la prova di Jenna Ortega, che riesce nell’ardua impresa di rendere credibile un personaggio ridotto dalla sceneggiatura ad un simbolo parlante. Barry Keoghan non ha lo spazio necessario per emergere pienamente, intrappolato in un ruolo abbastanza stereotipato e che non concede, insieme al minutaggio, grandi margini di sviluppo. Dopo The Idol, Abel “The Weeknd” Tesfaye si riconferma, purtroppo, inadatto a sostenere un ruolo da protagonista. Forse ancora ancorato alla dimensione del videoclip, appare costantemente fuori luogo, tanto da non risultare credibile persino nel ruolo di sé stesso.
Forse, nelle intenzioni iniziali, c’era davvero la volontà di dare un volto e una voce ai propri demoni interiori, un percorso che Tesfaye aveva già intrapreso nei suoi video musicali. Ma alla resa dei conti, tutto sembra finire per orientarsi più verso l’autocelebrazione che verso l’autenticità. Anche il tanto atteso climax, che dovrebbe rappresentare una catarsi – o meglio una rinascita – si riduce a una pseudo-confessione egoriferita, in cui Abel informa il pubblico di come anche dietro le sue hit da classifica si nascondano veri e propri traumi e sofferenze.
Quello che dovrebbe essere un percorso di smascheramento interiore finisce per essere un esercizio di auto-mitizzazione, più interessato a preservare il personaggio che a distruggerlo.

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