All’epoca dell’uscita, nel 1960, il meraviglioso thriller psicologico L’occhio che uccide, diretto dal regista britannico Michael Powell, non venne accolto molto bene da pubblico e critica, specialmente per le tematiche che affronta; eppure oggi quelle stesse tematiche risultano più importanti che mai.
L’uomo con la cinepresa
Peeping Tom, titolo originale de L’occhio che uccide, è un termine che nel gergo inglese rimanda alla figura del guardone, un uomo ossessionato dall’osservare gli altri, in particolare nei momenti più intimi e nascosti. E il nostro protagonista Mark (Carl Boehm) è proprio una specie di guardone, ma il suo sguardo è sempre filtrato attraverso una macchina fotografica o dalla cinepresa che porta appesa alla spalla praticamente ogni volta che esce di casa. Mark, però, non si limita a guardare e riprendere ciò che vede, non si limita a sporgersi oltre il davanzale d’una finestra per catturare la fugace immagine di una ragazza nella sua stanza. Mark desidera impressionare su pellicola il momento più intimo e personale di chiunque, quello dell’ultimo respiro prima della morte. L’occhio che uccide inizia con l’omicidio di una donna, ossessivamente inseguita dalla soggettiva di una macchina da presa che sembra essere una vera e propria arma del delitto. Incredibilmente quindici anni prima di un Profondo Rosso e oltre vent’anni di distanza da Tenebre.

Il vero lavoro di Mark è l’operatore di macchina su un set cinematografico, luogo in cui lui avrebbe tanto desiderato trovarsi come regista. E il suo progetto di realizzare un film tanto meraviglioso da far impallidire “persino lui” sta iniziando proprio ora.
“Ha gli occhi di suo padre”
L’opera di Powell, come già detto, tratta tematiche piuttosto audaci per l’epoca in cui esce in sala. Oltre all’evidente componente metacinematografica, L’occhio che uccide affronta coraggiosamente il tema del trauma infantile e delle sue conseguenze disastrose, mostrandoci il passato del protagonista e la figura decisamente ingombrante di suo padre: è proprio al padre che Mark si riferisce quando parla di un film che possa sorprendere “persino lui”. Questo perché l’uomo ha trascorso tutti gli anni di crescita del figlio a riprenderlo con una cinepresa, in qualsiasi momento della giornata, anche quando il ragazzo si trovava a letto a dormire. Mark dichiara di “non essere mai stato solo con sé stesso” per tutta la sua infanzia: suo padre lo riprendeva in modo ossessivo, cercando di generare in lui varie reazioni, ma soprattutto era interessato alla paura. E qui si trova l’origine della scopophilia di Mark, la sua ossessione per il guardare, specialmente se l’oggetto del suo sguardo è una persona terrorizzata. Per questo il protagonista uccide usando la macchina da presa come una vera e propria arma, in modo da riuscire a imprimere sulla pellicola l’immagine delle sue vittime fino al momento in cui la luce lascia i loro occhi per sempre.

Guardando oggi L’occhio che uccide non si può non pensare alla smania di riprendere qualunque cosa tipica dell’epoca contemporanea, in cui la tecnologia e soprattutto i social spingono le persone a documentare ogni istante delle loro vite. D’altronde oggi è possibile avere in tasca un dispositivo che permette di scattare fotografie e girare video in un lampo, ed è decisamente meno ingombrante della cinepresa che Mark deve portare a tracolla. C’è però una differenza sostanziale: se Mark riprende le sue vittime per riguardare poi morbosamente i suoi video tra le mura di casa, l’uomo moderno sceglie consapevolmente di condividere la sua vita con quante più persone possibili. È interessante vedere come certe immagini, a volte anche molto intime e personali, siano diventate qualcosa da mostrare al mondo intero, in un’epoca in cui l’essere guardati diventa un vanto.
Si conferma il valore cinematografico e culturale del film di Powell: se nel 1960 non aveva proprio convinto il suo pubblico, sarà sempre più potente nel mondo di oggi.

Scrivi un commento