“Il mondo è un palcoscenico e gli uomini sono attori, ma alcuni devono essere anche spettatori. E questi ultimi sono quelli più dotati di ricchezza interiore.”
Jacques Tati, nome d’arte del regista di origine russa Jacques Tatischeff, è riconosciuto come uno dei nomi più importanti della Storia del cinema. Con sole sei produzioni ha rivoluzionato la storia della settima arte, riportando la tradizione del cinema muto nell’epoca del sonoro. La sua lungimiranza e originalità, però, gli hanno anche complicato la vita: debiti, sequestri, perdita di diritti e il perseguimento di un’indipendenza artistica difficile da difendere.
Molto apprezzato dagli autori della Nouvelle Vague, era un grande osservatore dell’uomo e dell’ambiente in cui viveva. Frequentava intellettuali quali Marguerite Duras e Boris Vian, ma non attori e produttori cinematografici. Truffaut lo aveva persino definito come “il primo cineasta marziano” perché grazie alle sue tecniche innovative aveva anticipato il cinema degli anni Duemila.
La sua carriera iniziò dal teatro quando, trasferitosi a Londra, scoprì la passione per il rugby e il suo talento comico. All’inizio degli anni Trenta elaborò il suo numero Impressions sportives, una serie di imitazioni gestuali di varie discipline sportive, e la critica ne ha sin da subito riconosciuto la portata pionieristica. Ben presto si rende conto che il palco del teatro non è sufficiente a contenere le sue intuizioni e la sua creatività, perciò, si avvicina al mondo del cinema come sceneggiatore, scrivendo e recitando in diversi cortometraggi. La sua poetica comica si contraddistingue sin da subito all’interno del panorama a lui contemporaneo: si basa su gag fisiche, in cui la comicità deriva dalla causa stessa della gag, piuttosto che dalle sue conseguenze. Faceva apparentemente omaggio a Charlie Chaplin e Buster Keaton, ma dietro la sua leggerezza comica si cela un’inquietudine per il futuro.
Il debutto alla regia e la creazione di Monsiuer Hulot
Il debutto alla regia avviene nel 1947 con L’école des facteurs, un corto della durata di 18 minuti in cui interpreta il postino François, anche lui un outsider come il regista. I protagonisti sono dei giovani che frequentano una scuola per diventare postini e in seguito uno di questi, François, gira goffamente per la città e, tentando di imitare il modello americano, fa del binomio “efficienza e rapidità” il suo leitmotiv. Introduce un tema a lui molto caro, cioè il conflitto tra la modernità che si affaccia nel mondo tradizionale, stravolgendo le abitudini e il metodo di lavoro, e creando una scissione tra chi vi si adegua e chi rifiuta il cambiamento.
Il corto ha convinto il produttore Fred Orain a investire nel suo primo lungometraggio Jour de fête (1949), la cui trama infatti si propone in diretta continuazione. Torna François e con lui il conflitto tra la frenesia del progresso e la lentezza della tradizione, ma in un universo più ampio e in un tempo dilatato. Qui, la città e gli abitanti di Saint-Sévère si preparano per una festa di paese. Jour de fête è il suo primo lungometraggio di successo, in cui iniziano a delinearsi i tratti del suo cinema: sguardo disincantato verso un mondo attratto dalla modernità, irreparabile distanza tra il goffo protagonista e il resto dei cittadini, dialoghi pressoché assenti in favore di suoni quali versi di animali, il campanello della bici e il vocio degli abitanti. Ciò però non vuol dire che trascurasse la dimensione sonora, anzi, vi poneva un’attenzione maniacale.
D’altronde, Tati stesso diceva: “Un film dovrebbe essere come una passeggiata in città: guardare, ascoltare, perdersi.”

Dopo una breve pausa, torna al cinema nel 1953 con Les vacances de monsieur Hulot. Come preannuncia il titolo, Mr. Hulot va al mare per trascorrere le vacanze, ma il suo modo di fare maldestro e incurante delle convenzioni sociali si scontra con il resto dei villeggianti ben più attenti al decoro. In un ambiente così rigido, solo gli incidenti da lui causati rompono un equilibrio apparentemente imperturbabile. Diventa così bersaglio di un rimprovero silenzioso e quasi unanime, anche se qualcuno lo apprezza perché in fondo è l’unico che si sta davvero divertendo.
L’evoluzione rispetto alle produzioni precedenti è evidente: le tematiche sono più complesse, la descrizione degli ambienti e delle varie personalità è più capillare. Ma c’è un cambiamento che prevale su tutti: Mr Hulot prende il posto dell’impacciato postino François, sempre interpretato da Tati. E’ un personaggio altrettanto misterioso, di cui non sappiamo provenienza o mestiere e un protagonista così “vuoto” e privo di identità è funzionale a mettere in risalto le situazioni e gli altri personaggi: se del postino conoscevamo solo il nome, di Hulot solo il cognome; la mimica facciale è nascosta da campi lunghi; i villeggianti, intrappolati in rigide routine, sono incapaci di un divertimento spontaneo. Lo sforzo analitico è interamente dedicato ai gesti, ai vizi e pregi dei vacanzieri e ciò è per il regista parte fondamentale della sua poetica. Prende le distanze dall’idea tradizionale di personaggio comico che provoca la risata, vuole piuttosto dimostrare che “in fondo, tutto il mondo è divertente. Non c’è bisogno di essere un comico per fare una gag”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Bazin e Truffaut. La comicità però non è fine a se stessa, ma un tramite per attaccare una società corrotta, che annulla l’individualità a favore dell’omologazione e, per fare ciò, l’intento quasi documentaristico si intreccia con una descrizione caricaturale dell’universo di Hulot. La comunicazione orale è quasi azzerata, perché non necessaria in un mondo in cui si parla per convenzione e non per comunicare. Ciò non vuol dire che Tati non dedichi attenzione alla dimensione sonora, anzi vi presta una cura quasi ossessiva, ma il silenzio di Hulot lascia trasparire una certa nostalgia per l’atmosfera festosa della pellicola precedente che ormai è solo un lontano ricordo. Il film fu molto apprezzato in Europa e negli Stati Uniti. Gli valse il Gran Premio della Critica Internazionale al Festival di Cannes e il Premio Louis Delluc.
Dopo qualche anno di pausa, torna alla regia nel 1958 con Mon oncle, il suo primo film a colori e quello che lo ha consacrato definitivamente come regista grazie al Premio Oscar vinto nel 1959. Mr Hulot, interpretato da Tati, è ancora una volta il personaggio restio ad integrarsi in un mondo moderno, in cui l’apparire conta più dell’essere. La Signora Arpel, sorella di Hulot, trascura il figlio Gérard poiché troppo concentrata a rendere la casa “perfetta” rispetto al loro status sociale, mentre il marito è autorevole e rivolge tutte le sue attenzioni all’azienda di produzione di plastica di cui è presidente. È per questo che Gérard trova rifugio e comprensione solo nello zio.

Ad aver condizionato il tema centrale della storia è stata la dura educazione impartita dal padre, il culto del lavoro e dell’efficienza, la necessità di non lasciar trapelare i propri sentimenti. In questo senso, Mon oncle è una protesta contro questa eccessiva rigidità, per la noia di mantenere il decoro e il protagonista è lo zio che tutti vorremmo avere: affettuoso, protettivo e sempre pronto all’avventura. Ancora una volta Tati propone la contrapposizione tra la modernità e la tradizione, incarnata rispettivamente dai coniugi Arpel e lo zio Hulot. I primi, membri della società borghese, vivono in una casa dotata dei nuovi elettrodomestici che rendono la vita più agiata, ma di cui si diventa schiavi senza accorgersene. L’architettura della loro abitazione è spigolosa, i sentieri perfettamente tracciati e il lavoro in fabbrica è dettato da automatismi. Ciò evidenzia le gerarchie e le norme imposte, che in fin dei conti non sono altro che sentieri già tracciati che i cittadini seguono senza farsi troppe domande. Mr Hulot con il suo passatismo non riesce ad adattarsi al progresso che sta irrimediabilmente rivoluzionando la società: vive alla giornata, non ha un lavoro fisso o una famiglia e i suoi spostamenti non seguono i sentieri battuti, né fisicamente né metaforicamente.
Rispetto alla pellicola precedente, lo stile del regista francese evolve ulteriormente, con scelte stilistiche (tra cui inquadrature, colori, costumi) molto più mature. La trama è più strutturata, ma cambia la presenza di Mr Hulot: il suo apporto alla trama è sempre meno significativo e la sua presenza è sempre più discreta, così da lasciare più spazio agli altri personaggi e al contesto in cui si muovono; i suoni continuano a prevalere sulle parole, ridotte a futili chiacchiere di sottofondo. Questa è forse la sua commedia più malinconica, una riflessione sul tempo che passa e sulla società che si trasforma.
Playtime: testamento spirituale di Tati
Tra il 1964 e il 1967 ha dedicato tutte le sue energie alla realizzazione di Playtime (1967), dedicato alla figlia Sophie Tatischeff, che su questo set ha iniziato la sua carriera da montatrice. È una commedia ambientata in un prossimo futuro in cui le moderne tecnologie interferiscono con le naturali interazioni umane. Il pubblico era molto affezionato a Monsieur Hulot e chiedeva la prosecuzione della sua storia, ma Tati voleva adesso concentrarsi sull’osservazione della società contemporanea in evoluzione. La trama è molto semplice: Mr. Hulot girovaga per Parigi nel tentativo di incontrare un certo Monsieur Giffard, ma si perde e rimane perplesso di quanto sia difficile orientarsi. Parallelamente, si muove un gruppo di turisti americani curiosi di conoscere la vera Ville Lumière, ma finiscono per vedere una città futuristica fatta di palazzi d’acciaio, grandi vetrate e arredamenti freddi e asettici.
Il film si struttura in sei sequenze, in cui i personaggi si muovono in ambienti estremamente modernizzati: l’aeroporto, gli uffici con corridoi labirintici, la fiera delle invenzioni, gli appartamenti-vetrina, il ristorante Royal Garden e il carosello delle macchine.

Coerentemente con la produzione precedente, rinuncia a dare a Hulot un ruolo di primo piano e lo riduce ad un personaggio che emerge a stento tra la folla e si lascia trascinare dai ritmi frenetici senza conoscere la propria direzione. Lascia invece ampio spazio alle maestose scenografie, alle nuove tecnologie e a questo spazio inumano in cui l’uomo è destinato a disperdersi. Conferma quindi l’incompatibilità tra l’uomo e un imminente futuro in cui non c’è spazio per le relazioni genuine. Tutto ciò è sintetizzato nella seconda metà del film, durante l’inaugurazione del Royal Garden, in cui tutto va a rotoli, dall’insegna luminosa non funzionante all’aria condizionata rotta che fa sciogliere i dessert. Il futuro che intravede Tati è un castello di vetro mascherato d’acciaio, è un mondo sbagliato destinato all’autodistruzione.
Sono serviti tre anni per portare a termine il film e a richiedere l’investimento maggiore è stato il set, conosciuto come Tativille, finanziato personalmente dal regista. Fu presentato come il film dell’anno, ma la via scelta da Tati si rivelò fin troppo coraggiosa e, proprio quando la sua carriera era all’apice del successo, al botteghino fu un fiasco, il pubblico lo accoglie freddamente e la critica è durissima. Le conseguenze furono disastrose: ha venduto la casa di Saint-Germain, ha perso i diritti della Specta Films (la casa di produzione da lui fondata), i film precedenti messi sotto sequestro.
La sua carriera da regista si è conclusa con due ultime produzioni: Traffic (1971), costretto ad accettare di dirigere a causa del disastro finanziario causato da Playtime, e Parade (1974), in cui torna alla sua arte inscenando uno spettacolo al circo, una dichiarazione d’amore al mondo che non ha mai abbandonato. Nel 1977 ha ricevuto un Premio César onorario alla carriera per il suo contributo al cinema francese e internazionale. Lasciò incompiuta un’ultima opera, Confusion, con cui avrebbe chiuso definitivamente con il personaggio di Monsieur Hulot. La figlia ha in seguito fondato la società “Les films de mon oncle” per riacquistare i diritti dei film del padre persi a causa di un rovescio finanziario, e per occuparsi del restauro delle pellicole.

Conclusione
Come ha affermato David Bellos, purtroppo Tati ha sperimentato sulla sua pelle che al desiderio di una tale indipendenza corrisponde un alto rischio e di conseguenza un prezzo da pagare. Dopo aver raggiunto l’apice del successo, gli ultimi anni della sua carriera sono stati segnati da enormi difficoltà personali e professionali che lo hanno costretto a ridimensionare le sue ambizioni. Come spesso purtroppo accade, l’importanza delle sue opere è stata compresa solo a posteriori e la sua eredità ha ispirato e continua ad ispirare i più grandi registi del cinema.
Dietro il film, in cui metteva in primo piano il trionfo della plastica, l’alienazione causata dalla vita moderna e dai suoi ritmi frenetici, la visione di Tati non era negativa: manifestava anzi una sua speranzosa idea di resistenza dell’uomo. Riassumeva così il tema di Playtime:
“Nel mondo pianificato e organizzato che è in fase di preparazione per noi, dove tutto ha lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro e le infrastrutture, c’è sempre posto per gli individui, finché riescono a mantenere abbastanza del loro individualismo e personalità”

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