Nel cinema di Richard Linklater, il tempo non è un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso. È nel fluire ordinario delle giornate, nei gesti ripetuti e nelle conversazioni apparentemente futili che si rivelano le domande essenziali: chi siamo, cosa vogliamo, e cosa resta quando tutto sembra sospeso. Everybody Wants Some!! (2016), spesso liquidato come una commedia leggera, prosegue invece con coerenza la riflessione del regista sul tempo, sull’identità e sull’esperienza collettiva della giovinezza.
Definito dallo stesso Linklater come il “seguito spirituale” di Dazed and Confused (1993) e come ideale continuazione di Boyhood (2014), il film racconta i giorni che precedono l’inizio del college per un gruppo di giovani atleti nel Texas del 1980. Una cornice narrativa semplice, ma che apre a un’indagine più ampia: quella sulla costruzione di sé in un’età in cui ogni possibilità è ancora aperta e nessuna scelta è definitiva. Con queste premesse Linklater muove una riflessione più profonda: chi siamo, quando nessuno ci guarda?

L’università come limbo
L’università, nel film di Linklater, non appare come un luogo di studio o di formazione accademica, ma come un territorio liminale, sospeso tra ciò che si è stati e ciò che si potrà diventare. C’è un prima (l’adolescenza scolastica, mostrata in Boyhood) e ci sarà un dopo (la maturità), ma Everybody Wants Some!! si svolge in un eterno presente. Non si vedono lezioni, né professori; il campus è presente solo di sfuggita. Quello che il film mostra, invece, è il tempo vuoto prima dell’inizio ufficiale, i tre giorni che precedono il primo lunedì di lezione. È un tempo di attesa, privo di obblighi, ma colmo di potenzialità: un momento in cui tutto può ancora accadere.
In questa dilatazione narrativa, il tempo si svuota di funzione e si riempie di esperienze minute. I personaggi non affrontano conflitti drammatici né eventi risolutivi, ma sperimentano, in una libertà quasi assoluta, modi diversi di essere, di presentarsi, di entrare in relazione. È un tempo “inutile” dal punto di vista narrativo classico, ma prezioso per la costruzione di sé.
L’ambientazione, il Texas del 1980, non è solo un contesto storico, ma una scelta significativa. Linklater evita ogni tentazione nostalgica e ricostruisce l’epoca con una precisione affettuosa, in cui ogni dettaglio (la musica, i vestiti, le automobili, i riferimenti culturali) contribuisce a rendere l’atmosfera tangibile, concreta. Ma la funzione del passato non è quella del ricordo: è piuttosto un mezzo per osservare da vicino il presente dei personaggi, per metterci a contatto con un momento universale della vita, quello in cui la libertà non ha ancora conseguenze, ma già comincia a definirci.

La filosofia del quotidiano
La narrazione in Everybody Wants Some!! sfugge deliberatamente alla struttura classica fondata su un obiettivo, un conflitto e una risoluzione. Non c’è un traguardo da raggiungere, nessuna trasformazione eclatante. La trama è sostituita dalla presenza: l’attenzione non è su cosa accade, ma su come si vive ciò che accade. È una poetica dell’attimo, già esplorata da Linklater nella Before Trilogy, ma qui declinata con leggerezza e ironia.
I dialoghi rappresentano la materia prima del film: battute che scorrono tra uno scherzo e una birra, conversazioni in auto, confessioni notturne che non pretendono di risolvere nulla. Ma in questa frammentazione emerge una forma implicita di pensiero: una filosofia della quotidianità, in cui ogni interazione contribuisce alla definizione reciproca delle identità.
Jake, il protagonista, non ha caratteristiche particolarmente distintive: è gentile, curioso, riflessivo, ma soprattutto è in ascolto. In lui si riflette lo sguardo del regista, che non impone giudizi morali né archi psicologici complessi, ma osserva con pazienza il farsi delle relazioni. È l’esperienza condivisa, più che la singola individualità, a costruire il significato. E così il film si fa ritratto collettivo di una generazione in formazione, più che viaggio individuale di un personaggio, ed è proprio questo il cuore della poetica di Linklater: l’identità non è un punto d’arrivo, ma un processo continuo fatto di prove, errori e metamorfosi sociali.
Anche la regia contribuisce a questa filosofia: movimenti di macchina fluidi, piani-sequenza morbidi, composizioni visive che privilegiano lo spazio condiviso più che il primo piano psicologico. Lo stile di Linklater è profondamente coerente alla narrazione: un cinema che non forza il senso, ma lo lascia emergere lentamente.

Il gioco delle maschere
Il gruppo di atleti protagonista del film incarna un certo immaginario della mascolinità americana: competitivo, rumoroso, orientato alla prestazione. Ma la pellicola non si limita a ritrarre questo mondo, lo decostruisce con ironia e attenzione. Dietro la facciata goliardica emergono dinamiche più complesse: il bisogno di affermarsi, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di essere accettati. La virilità, qui, non è un dato naturale, ma una performance sociale costante.
Le relazioni tra i personaggi oscillano continuamente tra rivalità e complicità. Ogni gioco, che sia una sfida a baseball, a ping pong o una battuta arguta, è anche un rituale di affermazione. Ma la competizione non è fine a sé stessa: è un modo per mettersi alla prova, per cercare riconoscimento all’interno del gruppo. L’identità maschile è costruita nel confronto, nel bisogno di occupare un ruolo, di “funzionare” agli occhi degli altri.
Particolarmente interessante è la rappresentazione delle maschere sociali: ogni sera i protagonisti si immergono in un ambiente diverso (la discoteca, la festa punk, il locale country, la festa del dipartimento di teatro) e si adattano ai codici estetici e comportamentali richiesti. Non c’è incoerenza in questo continuo travestimento: al contrario, Linklater sembra suggerire che la molteplicità è una forma di verità. Essere sé stessi, nel suo cinema, non significa essere sempre uguali, ma sapersi mettere in gioco in contesti diversi, senza fissarsi in un’identità monolitica.

Come dice Willoughby, il più eccentrico e spirituale tra i compagni di squadra, durante una conversazione tra fumo e introspezione:
“La bellezza di un essere vivente non sta negli atomi che lo compongono ma in come gli atomi stanno insieme.”
È una battuta che suona stralunata, eppure custodisce un nucleo di verità: l’identità non è nella materia grezza, ma nel modo in cui ci si dispone nel mondo, nel come si è, e non solo nel cosa si è. In questa prospettiva, ogni maschera, ogni ruolo giocato, ogni versione di sé diventa legittima, perché riflette una combinazione possibile tra corpo, mente e contesto.
In questo senso, il film si allontana da ogni stereotipo di “maschio dominante”: seppure alcuni personaggi incarnano inizialmente ruoli caricaturali (il macho, il buffone, il saggio del gruppo), col tempo mostrano sfumature, fragilità e tentativi di autenticità. Anche qui, Linklater non giudica né idealizza: osserva e restituisce un ritratto maschile che, pur immerso nella sua cultura e nel suo tempo, apre uno spazio di riflessione più ampio sulla costruzione sociale dell’identità.

Tutti vogliono qualcosa
Il titolo del film, tratto da una canzone degli ZZ Top, allude a un desiderio universale ma indefinito. Tutti vogliono qualcosa (sesso, successo, amicizia, riconoscimento) ma nessuno sembra sapere davvero cosa. Quindi cosa vogliono davvero i personaggi del film?
La risposta resta elusiva, e proprio in questa indeterminatezza sta la chiave di lettura. Il desiderio è ovunque, ma raramente è consapevole. I protagonisti si muovono spinti da pulsioni (sessuali, sociali, identitarie) senza mai formalizzarle. Vogliono essere visti, riconosciuti, accolti; vogliono vincere, distinguersi, trovare un ruolo. Ma non c’è un oggetto preciso del desiderio: il film mette in scena il desiderio come forma, non come contenuto. È un movimento, non una meta.
Linklater tratta questo tema con leggerezza, ma anche con una certa malinconia. I suoi personaggi non si interrogano su cosa vogliano: lo vivono, lo attraversano, lo recitano, e proprio per questo risultano credibili. Il desiderio non è nobile né volgare, non è idealizzato né ridicolizzato: è semplicemente umano, quotidiano, costitutivo.
La forza del film sta anche nella sua capacità di non dare risposte. Non c’è una morale finale, nessuna illuminazione. Ma in questa apertura si riflette una delle intuizioni più profonde del cinema di Linklater: che il desiderio non va risolto, ma abitato. Che volere qualcosa, senza sapere cosa, è forse l’unica forma autentica di esistenza.
Everybody Wants Some!! è spesso considerato un film minore, ma solo da chi cerca nella narrazione un conflitto tradizionale o un arco trasformativo evidente. In realtà, è una delle opere più coerenti con la visione di Linklater: un cinema del tempo vissuto, dell’istante condiviso, dell’identità in divenire. In fondo, quello che Linklater continua a suggerire, da Slacker a Boyhood, è che l’identità è un processo, non un punto d’arrivo, e che il cinema può essere lo strumento ideale per osservarlo: non attraverso grandi eventi, ma attraverso gesti minimi, battute scambiate, silenzi condivisi.
Come dice lo stesso Linklater, “Il presente è tutto ciò che abbiamo e il cinema è il mezzo perfetto per viverlo, per trattenerlo un istante prima che ci sfugga.”
Fonti: IndieWire, The Guardian.

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