Altro giro, altra corsa, altro remake di un Classico Disney con le idee agli sgoccioli

Lilo & Stitch, uscito nel 2002 e diretto da Chris Sanders, è stato un piccolo caso. Nato da un’idea per un libro per bambini mai pubblicato dal regista, l’idea di un piccolo mostriciattolo tanto tenero quanto pericoloso che si ritrova suo malgrado come animale domestico di una bambina orfana con seri disturbi comportamentali è uno dei tanti concept di uno dei periodi più strani della Disney, i primi anni ’00. 

Dopo il suo decennio più sfavillante tra botteghini, premi e consolidamento della propria posizione nella cultura pop, Disney vive un lustro di piccoli e medi flop, con un comparto artistico abbastanza adagiato sul modello degli anni precedenti ma con una grandissima voglia di raccontare storie diverse. Commedie in stile Looney Tunes nell’America precolombiana, dinosauri fotorealistici, ricerche pararcheologiche condite da sesso, sangue e morte, tragedie vichinghe mascherate da drammi familiari con protagonisti uomini primitivi trasformati in orsi, yodel nel Far West. 

E nel 2002, l’anno in cui Miyazaki con La Città Incantata si impone agli Oscar e al botteghino sbaragliando un bel gruppo di bei film americani, Disney sforna uno stranissimo duo di film di fantascienza. Se Il Pianeta del Tesoro è una rivisitazione fedele del libro di Stevenson in chiave di esplorazione spaziale steampunk, Lilo & Stitch è essenzialmente una versione spaziale e più sofisticata dei film con protagonisti bambini con cani e scimpanzé del sabato pomeriggio. Il primo è diretto dai veterani John Musker e Ron Clements, va malissimo e acquisirà lo status di cult negli anni, il secondo diventerà la proprietà intellettuale della Disney più redditizia. Un paio di sequel accettabili, una serie tv che sembrava fare il verso ai Pokémon (con episodi crossover con tutto il palinsesto di Disney Channel), un anime piuttosto strambo, tonnellate di merchandise dal giro d’affari milionario. E ovviamente, nel 2025, l’immancabile remake con attori.

Lo abbiamo visto con delle aspettative, basse ma comunque presenti. Ci facevano ben sperare la possibilità di giocare con un’attrice bambina perfetta per il ruolo (Maya Kealoha), la mano di Dean Fleischer Camp, regista di Marcel the Shell, che si era già dimostrato efficace nella gestione di storie di abbandono e riconquista degli affetti (e delle creaturine pucciose), la speranza che distaccandosi dalla fiaba il tutto potesse sembrare meno posticcio. Non è stato così.

Il Senato Galattico tiene a processo lo scienziato genetico “malvagio” Jumba Jookiba, colpevole di aver effettuato esperimenti genetici illegali, in particolare di aver creato l’Esperimento 626, un essere apparentemente innocuo ma in realtà capace di distruggere interi pianeti da solo. L’esperimento riesce a fuggire e ad arrivare sulla Terra, per la precisione su un’isola delle Hawaii, da cui non potrà sfuggire per via del suo unico punto debole: l’acqua. Qui verrà preso come animale domestico da Lilo, una bambina orfana ed emarginata, cresciuta con immensa fatica dalla sorella Nani.

È difficile costruire una qualsiasi forma di discorso cinematografico davanti a qualcosa di così poco stimolante sotto ogni punto di vista. Si tende a ribadire ciò che è stato detto più e più volte negli ultimi anni su qualsiasi remake di Classico Disney senza eccezione alcuna. La storia ricalca passo dopo passo l’originale, si rimescolano un minimo le carte dei ruoli ma senza farci troppo caso. Si cerca di dare un guizzo ottimista sulla possibilità di inseguire i propri sogni senza sacrificarsi per gli altri, ma non ne si percepisce la difficoltà vera, così come i sottotesti queer presenti vent’anni sono completamente eliminato. La musica, che sia Elvis o una melodia tropicale, sembra sempre buttata lì.

 L’inquadratura non indaga i volti che restano comunque piuttosto piatti (se non proprio computerizzati) né ci mostra le bellezze paesaggistiche (sempre che non siano plasticose pure quelle), i dialoghi che nell’originale suonavano ammantati da una tenera malinconia qui sembrano ridicoli, e il montaggio diciamo che si sente libero dalle basilari regole grammaticali cinematografiche.

Il pubblico sta andando in sala, la reiterazione dello schema non è un problema per molti, quando avranno finito il materiale troveranno una nuova mucca da mungere, ormai però il quadro è desolante. 

Attendiamo giugno, per vedere cosa uscirà in casa DreamWorks con il fratellastro di Stitch, il drago Sdentato protagonista di Dragon Trainer, diretto dal loro padre in comune Dean DeBlois.

Nicolò_cretaro
Nicolò Cretaro,
Redattore.