Gli Stati Uniti post-guerra del Vietnam sono una nazione attraversata da una crisi senza precedenti, in cui le ferite della guerra si intrecciano con una profonda sfiducia nelle istituzioni. La fine del conflitto, con la caduta di Saigon nel 1975, segna la prima sconfitta politico-militare nella storia americana, dando vita a un sentimento di disillusione che si diffonde a macchia d’olio nella società. La fiducia in un’America invincibile, baluardo della democrazia e del progresso, crolla sotto il peso di una guerra che, impopolare e moralmente ambigua, ha lasciato cicatrici indelebili. A questo quadro già drammatico si aggiunge la crisi politica interna: lo scandalo del Watergate e le dimissioni di Richard Nixon nel 1974 erodono ulteriormente la fiducia nel governo.
E sullo sfondo di questa America, sfregiata e irreversibilmente disincantata, Taxi Driver emerge come uno specchio delle ferite più profonde della nazione. A quasi 50 anni dalla sua uscita, il film diretto da Martin Scorsese e scritto da Paul Schrader è forse ad oggi il miglior esempio di rappresentazione del disagio e del decadimento di un’intera generazione, incarnati da Travis Bickle (uno strepitoso Robert De Niro), un reduce insonne di appena ventisei anni e tassista notturno in una New York quasi post-apocalittica.
L’Uomo e la Metropoli
“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo.”
Travis Bickle è un’anima alla deriva, un uomo fuori posto in un mondo che non lo riconosce e che lui stesso fatica a decifrare. Reduce dal Vietnam, insonne cronico, passa le notti al volante di un taxi che diventa al tempo stesso il suo rifugio e la sua prigione: lo separa dal mondo ma gli permette di osservarlo, scrutare il marciume senza mai toccarlo davvero. Le sue giornate scorrono tra solitudine e alienazione, scandite da appunti ossessivi su un diario che è insieme confessione e manifesto.
La New York che attraversa, come testimone muto e giudicante, è una giungla di cemento, una distesa febbrile di crimine, prostituzione e degrado sociale, un luogo senza redenzione.
La guerra qui non è mai arrivata, eppure è come se l’avesse fatto. È tornata insieme ai reduci che non sono mai riusciti a lasciarsela alle spalle, che la portano dentro come una ferita che non si rimargina. Non un abbraccio di ritorno, ma il vuoto, la solitudine e la violenza, in una città dove il vuoto e la desolazione convivono con il caos: non una massa omogenea, ma un aggregato di individui solitari.
Travis è profondamente disgustato dal degrado urbano che lo circonda, dalla criminalità che corrode la città e che sembra invadere ogni angolo di New York. La città diventa la personificazione di tutti i mali che lo tormentano, la causa di ogni sua frustrazione e malessere fisico. Agli occhi di Travis, la città deve essere ripulita, liberata dalla violenza e dalla corruzione che la pervadono.
“Un giorno o l’altro verrà un diluvio universale e ripulirà le strade una volta per tutte”.

A Prophet and a Pusher
“Non credo che si debba dedicare la propria vita a un’attenzione morbosa verso se stessi. Credo che si debba diventare una persona come le altre.”
Nel baratro apatico della sua esistenza, Travis cerca uno spiraglio di luce. In questo senso è fondamentale l’entrata in scena di Betsy (Cybill Shepherd), una figura che egli descrive nel suo diario come “un angelo in mezzo a tutto quel sozzume”. Betsy rappresenta inizialmente l’immagine di una vita normale, pulita, una possibilità di connessione. Travis vede in lei una persona sola proprio perché pura, di una bellezza e ordine che sono lontani dal marcio che la circonda.
Travis crede che la loro solitudine, seppur diversa, li renda inevitabilmente connessi. Ma quando Betsy getta uno sguardo nel suo mondo – il cinema a luci rosse – fugge via senza voltarsi. Ciò che per lui è normale, per lei è inaccettabile. Per Travis, il sesso esplicito del porno è l’unica rappresentazione autentica della realtà: crudo, privo di sovrastrutture emotive, violento ma tangibile. Come la guerra che ha vissuto, non concede illusioni né spazio ai sentimenti. È diretto, fisico, senza filtri e quindi, in un certo senso, onesto. È lì che cerca un contatto con qualcosa di reale, ma è lo stesso sguardo deformato dalla guerra a rendergli impossibile ogni connessione umana autentica.
L’allontanamento di Betsy lascia Travis ferito e profondamente umiliato. Si convince di essere stato ingannato: lei non è l’angelo puro che aveva idealizzato, ma solo un’altra maschera della società corrotta e indifferente che detesta.
Il fallimento con Betsy, simbolo appunto di purezza e salvezza da un mondo contaminato, segna la frattura definitiva tra Travis e la società. Il suo bisogno di uno scopo assume connotazioni sempre più radicali.
Essere Pioggia
L’incontro con un passeggero del suo taxi (interpretato dallo stesso Martin Scorsese) segna per Travis un momento di rivelazione. Il cliente gli confessa senza esitazione di voler uccidere la moglie che lo tradisce, perché “non posso fare altro”. Non c’è rabbia nella sua voce, perché l’ha già razionalizzata. Ha già deciso. La scena è fondamentale, in quanto il passeggero è il primo a dare voce a ciò che Travis non ha ancora riconosciuto in sé stesso. Dopo questo incontro, l’idea di violenza come unico mezzo per porre fine alle sue sofferenze prende definitivamente piede dentro di lui. Da quel momento, Travis decide di diventare quella pioggia evocata nel suo diario all’inizio del film, il diluvio universale che avrebbe ripulito la città.
Ma un concetto astratto di “società corrotta” non basta; deve esserci qualcuno da colpire, un simbolo da abbattere. Ed è in questo momento che entra in gioco Palantine (Leonard Harris), il candidato alla presidenza. Palantine rappresenta tutto ciò che Travis disprezza: la facciata di una società che, pur di apparire giusta e pura, nasconde la sua vera indifferenza. Per Travis, Palantine è l’incarnazione di ogni ipocrisia, ogni promessa non mantenuta, ogni inganno subito (Betsy lavorava per la sua campagna elettorale).

Iris
L’ingresso di Iris (Jodie Foster), una prostituta di appena dodici anni, nel taxi di Travis segna una frattura, una rottura della quarta parete non in senso metacinematografico, ma come svolta drammatica nella sua vita. La sua osservazione passiva della città viene spezzata dall’irruzione di un corpo vivo, reale, che lo trascina fuori dall’isolamento e lo costringe a interagire. I venti dollari lanciati dal pappone Sport (Harvey Keitel) sul sedile non sono solo il prezzo del silenzio: diventano un oggetto ambivalente, un simbolo sporco che sembra attraversare lo schermo e oltrepassare la barriera tra il mondo che Travis contempla e quello in cui è costretto ad agire. Quel denaro accartocciato diventa un richiamo ossessivo, la traccia di un’ingiustizia che lo tormenta. Anche Iris, come Betsy prima e Palantine dopo, si trasforma in un simbolo. Lei è la vittima innocente, la manifestazione di un’innocenza sacrificata e ignorata dalla facciata ipocrita di un sistema che si presenta come salvifico (Palantine) ma che la lascia marcire nell’ombra. Travis vuole salvarla a tutti i costi. Ma se Betsy è già sfuggita al ruolo che lui le aveva assegnato, anche Iris non chiede di essere tratta in salvo. È Travis a volerle dare un senso che forse non ha mai chiesto.
Il Diluvio Universale
Travis acquista le armi da un venditore del mercato nero e, davanti allo specchio, inizia a provare le pistole, affinando la postura, ripetendo le battute che segneranno il suo ruolo di giustiziere solitario. Lo specchio, però, non è solo il riflesso della sua immagine: è il luogo dove la sua identità si sgretola e si ricostruisce. Si prepara a fronteggiare un nemico invisibile, mentre la città scorre indifferente e ignara oltre la sua finestra.
Poi, il primo sparo. L’omicidio del rapinatore non è solo un gesto di autodifesa, ma il primo atto di purificazione. Travis si sente giustificato, come se stesse compiendo un dovere. Non c’è rimorso, solo una convinzione ossessiva di violenza come unica soluzione.
Dopo il fallito tentativo di assassinio di Palantine, Travis si ritira su una missione più personale, un atto che sembra al tempo stesso nobilitare la sua violenza: il salvataggio di Iris. Ma se Palantine rappresentava per Travis il volto rispettabile del sistema che disprezza, Sport è l’incarnazione fisica di quella corruzione che Travis vede e tocca ogni giorno nelle strade della città. La strage al bordello, che termina con Travis in fin di vita e Iris totalmente scioccata dalla brutalità di quella violenza, non è solo una conseguenza del fallimento con Palantine, ma l’esplosione di una rabbia che non poteva più rimanere sopita e che aveva un disperato bisogno di un bersaglio. La violenza, che ora non ha più direzione, si indirizza su chi Travis vede come un altro prodotto di quel sistema marcio. In qualche modo, con questo gesto, Travis compie finalmente la sua missione: essere quel diluvio purificatore che travolge tutto, distruggendo la corruzione con la stessa violenza che ha conosciuto in guerra e che ora riversa sulla città.

Sbatti il Mito in Prima Pagina
Anche se il finale del film sembra suggerire un ritorno alla normalità, con Travis accolto come un eroe, la realtà è ben diversa. Travis non viene celebrato dalla società sana e “purificata”, ma dalla stessa società malata che si era promesso di ripulire. La città lo acclama perché la sua furia si è rivolta contro la manifestazione più tangibile della corruzione – come Sport -, ma se avesse indirizzato quella violenza verso chi quella società la rappresenta – come Palantine – sarebbe stato visto come un mostro.
L’esplosione di violenza di Travis non è un punto di arrivo, ma un ingresso in un ciclo senza fine. Non c’è redenzione per lui: la violenza non si è esaurita, ma è solo temporaneamente sopita, destinata a esplodere di nuovo. Nella scena finale, durante l’ultimo incontro con Betsy, lo vediamo quasi indifferente ai suoi commenti sul suo “salvataggio eroico”.
Una volta lasciata a casa, Travis riparte, e mentre il taxi si muove, i suoi sguardi nervosi e continui allo specchietto retrovisore rivelano una tensione che non lo abbandonerà mai. L’immagine riflessa di Travis scivola via sulle note della meravigliosa colonna sonora di Bernard Herrmann, come una traccia che si dissolve, mentre le luci al neon della città prendono il sopravvento, intrappolando per sempre Travis nella sua solitudine, pronto a esplodere di nuovo.

Scrivi un commento