A quattro anni dall’esordio al Festival di Cannes con il suo Piccolo Corpo, Laura Samani approda nel concorso veneziano di Orizzonti con Un anno di scuola, adattamento del libro omonimo di Giani Stuparich, già portato sul piccolo schermo nel 1977 con una miniserie Rai. Se il testo letterario attingeva a piene mani dal vissuto del suo autore, ambientando il racconto a Trieste nel 1909, questo nuovo adattamento cinematografico viene trasportato nel 2007, anno in cui la regista frequentava l’ultimo anno delle scuole superiori, proprio nell’istituto presente nel film.
È evidente, quindi, il tentativo di instaurare una continuità tra il testo di partenza e il suo adattamento, cercando di coglierne i punti nevralgici piuttosto che realizzare una letterale trasposizione dalla carta al grande schermo. Fondamentale, perciò, in questa operazione è far calare lo spettatore in quegli anni, farlo ripiombare in tutte quelle dinamiche adolescenziali impulsive e immature, al tempo stesso tenere e problematiche, che hanno caratterizzato la vita dei giovani nei decenni che separano il racconto di Stuparich e il film di Samani. 

Fred è una ragazza svedese iscritta all’ultimo anno di scuola all’Itis Marie Curie: è appena arrivata in Italia con il padre, il quale è stato assunto presso un’azienda locale con il ruolo di “tagliatore di teste”. L’inizio di questo nuovo, e ultimo, anno di scuola è per lei traumatico in virtù della diversità che incarna. Se lo scoglio linguistico complica in partenza le possibilità di farsi nuove amicizie, il fatto di essere l’unica ragazza in un istituto prevalentemente maschile sembra rendere impossibile un rapporto sano con l’altro sesso che, vista l’immaturità, il contesto e una generale mancanza di empatia, non esita a perpetrare comportamenti molesti incoraggiati da quell’attitudine animalesca e “da branco” tipica degli adolescenti delle scuole superiori. 

Nonostante gli ostacoli, Fred è una ragazza matura, sveglia, sul pezzo, forse proprio perché proviene da un paese dall’atteggiamento meno provinciale del nostro. O, forse, per la propria storia individuale, che potrebbe averla costretta a rapportarsi con le difficoltà della vita molto presto. Questa sua spigliatezza la spinge a reagire: risponde a tono ai commenti sessisti, cammina a testa alta e, infine, riesce a instaurare un rapporto con Antero, un compagno di classe che, pur avendo un gruppo di amici fumantini – Pasini e Mitis – sembra più interessato alla letteratura che ad aderire a delle dinamiche in cui non si riconosce del tutto. Il gruppo di tre amici accetta progressivamente Fred e ne nasce un’amicizia intensa ma delicata, proprio per via di queste quattro vite che si incrociano. Vite che bramano libertà, pervase dal desiderio di fare esperienze, ma anche ossessionate dal trovare un senso e un motivo per andare avanti.
Laura Samani mette alla prova questi ragazzi facendogli vivere situazioni che, inevitabilmente, gli adolescenti non sono in grado di gestire, sia che le bramino, sia che le temano in tutta la loro terrificante e desolante concretezza.

Il rapporto che si crea tra i protagonisti e lo spettatore è simbiotico. Samani comprende che, per rappresentare una categoria diversa da quella di appartenenza bisogna assumerne il punto di vista. Per questo motivo è fondamentale, ed efficace, il cambiamento dell’epoca di ambientazione, perché permette alla regista di mettere in scena personaggi e dinamiche reali e riconoscibili senza far mai percepire il peso della sceneggiatura, la quale invece che scandire meccanicamente gli eventi, lascia che questi accadano e generino conseguenze in autonomia. Apparentemente un piccolo film, un coming of age non particolarmente innovativo, ma che cela nello storytelling – perfetto come lo era in Piccolo Corpo – il talento di una regista che mette il cinema davanti a tutto il resto.

Per il tipo di storia che racconta, Un anno di scuola avrebbe potuto contenere quelle forzature, quei dialoghi impostati e finti, che servono a veicolare in maniera inequivocabile il senso del film. Invece la regista decide di dare piena centralità al racconto e ai personaggi, senza soffermarsi inutilmente su facili riflessioni da offrire allo spettatore. Non che il film sia complicato, anzi, ma è tutt’altro che un film da vedere e archiviare come “un film carino che si lascia vedere”: la storia, così naturalmente raccontata, e i personaggi, così verosimili nella messa in scena, rimangono in mente grazie a una forza cinematografica mai esibita ma sempre presente e alle interpretazioni dei quattro protagonisti, tutti attori esordienti, così credibili anche perché, stando alle parole della regista, i ruoli sono stati assegnati sulla base delle loro reali personalità.

Finito il film, ciò che resta è la sensazione di un cerchio che si chiude: il piano sequenza che lo aveva aperto viene percorso a ritroso, nascondendo il futuro verso cui ci si avvia, ma con lo stesso entusiasmo percepito all’inizio, a cui si aggiunge la consapevolezza di una maturità raggiunta.

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Riccardo Fincato,
Redattore.