Ad oggi sull’MCU sono state spese una quantità ormai infinita di parole: elogi ai primi film ed alla rivoluzionaria costruzione di un universo condiviso, a come la visione registica fosse sempre più schiacciata a delle necessità produttive, a come il binomio Infinity War–Endgame avesse creato un precedente come evento cinematografico, a come la formula serializzata delle varie pellicole costituisse un muro invalicabile per i novizi che si volessero approcciare, delusioni continue su come il tono generale sembrasse vertere su una messa in scena sempre meno seria, a come ad ogni minimo raggiungimento si parlasse di un “grande ritorno” per poi rendersi conto che di “grandioso” e di “ritorno” c’era ben poco.
A febbraio parlavamo di Captain America: Brave New World e di come, nonostante i numerosi difetti, sembrasse essere un esempio di ritorno in carreggiata; ma è facile al tempo stesso guardarsi indietro ed ammettere che i problemi in quel caso erano davvero molti e che gli elogi più grandi derivassero dal definire il film come “una piacevole visione, se capaci di passare sopra ai numerosi ed eventi difetti”. Difetti che non inficiavano di certo il prodotto come visto in precedenza ad esempio con The Marvels o Moon Knight, ma che costruiscono senz’altro una visione generale che, anche da fan, porta ad approcciarsi con un certo timore ed una ipotetica delusione già in partenza, apparente unico modo di godersi questi ultimi film targati Marvel.
Forse proprio per questa mentalità ormai così devastata dagli insuccessi o per le aspettative sempre basse, usciti dalla sala post-visione di Thunderbolts*, pellicola diretta da Jake Schreier e che conclude la Fase 5, viene senz’altro da esserne felici tanto che, questa volta per davvero, ci si sente quasi di condividere il proverbiale “we are so back!”. Ma andiamo per gradi.

Uno scatenato sestetto (+1)
Dopo un lavoro svolto nel Sudest asiatico – e che mette subito in scena le abilità registiche di Schreier nelle componenti più action –, l’ex vedova nera Yelena Belova (Florence Pugh) accetta di svolgere un ultimo lavoro per Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus), attualmente al centro di un impeachment per diverse attività illegali e che la invia, assieme ad Ava Starr/Ghost (Hannah John-Kamen), John Walker/U.S. Agent (Wyatt Russell), Taskmaster (Olga Kurylenko) ad un sito segreto per distruggere le prove delle sue attività ed eliminarsi tra loro. Superfluo sottolineare come il piano della de Fontaine non abbia successo e gli agenti rimasti, assieme al misterioso Bob (Lewis Pullman) apparso all’interno della stanza con loro, riescano a fuggire. Presto si scopre che Bob è l’unico sopravvissuto al progetto Sentry, mettendolo quindi al centro delle mire di una Valentina alla ricerca di un nuovo volto per sostituire gli Avengers: si costruiscono così due strade parallele, con la de Fontaine che cerca di manipolare Bob/Sentry a diventare un volto eroico perfetto ed il resto del gruppo, a cui si uniscono presto l’ex Soldato d’inverno Bucky Barnes (Sebastian Stan) e Red Guardian (David Harbour), che cerca di salvare Bob e l’America dalle conseguenze di alcune scellerate azioni.
Lo scandire delle vicende di Thunderbolts* non brilla di certo per originalità o sorpresa, costruendo un canovaccio semplice (a cura di Eric Pearson, storico screenwriter Marvel, e Joanna Calo, co-showrunner di The Bear) costruito attorno ai personaggi: Yelena è protagonista assoluta di numerose sequenze sia d’azione che più dialogate, riflettendo in maniera mai così profonda (per gli standard Marvel, ovviamente) sulla depressione e la svalutazione di sé stessi; in egual maniera Bob, che funge da perno narrativo, ne guadagna nella caratterizzazione di un personaggio duplice, costruendo quindi ottimi momenti capaci di sensibilizzare sui disturbi mentali, tra deliri di onnipotenza e personalità multiple; Red Guardian ne esce di certo più a fuoco rispetto che a quanto visto in Black Widow, relegato nel ruolo di comic relief che però non sembra essergli troppo stretto; meno a fuoco risultano invece tutti gli altri, con Bucky meno centrale di quanto ci si potesse aspettare e l’accoppiata Walker-Starr che, per quanto protagonista di qualche approfondimento personale, sono più che altro sfruttati per alcuni scambi di battute e per le scene d’azione.

Dinamica centrale che risulta condivisa tra i vari personaggi è l’affrontare il proprio vuoto, quel lato oscuro che non ti permette di vivere e di affrontare appieno il futuro. La collaborazione tra personaggi solitari, sicari e mercenari che non sembravano avere altra possibilità se non quella di uccidere a pagamento, diventa quindi la chiave per rompere questo stagnante meccanismo mentale: non a caso i momenti più impattanti si manifestano nelle fasi finali, quando le dinamiche del gruppo si dimostrano più rodate e la collaborazione tra loro li porta a mostrarsi sotto una luce differente davanti agli occhi del popolo americano.
Davanti ad una sceneggiatura tematicamente forte ma che si lascia senz’altro andare a dinamiche non sempre ritmicamente efficaci, è forse l’aspetto tecnico quello che più colpisce durante la visione: la regia di Schreier riesce perfettamente a donare forza alle diverse sequenze più action, mostrandole sempre in maniera chiara ma ricca di adrenalina; aiutata poi dalla fotografia di Andrew Droz Palermo e dalle ottime performance attoriali del cast (su tutte la Pugh e Pullman spiccano senza fatica) riesce a costruire anche degli ottimi (forse leggermente troppo numerosi) momenti dialogati, in cui riusciamo ad entrare pienamente in empatia con i vari personaggi.
Dulcis in fundo, due parole vanno spese per una CGI che, finalmente, riesce a mostrarsi non in pessime condizioni e capace di donare la giusta forza anche agli elementi più “fantastici” del film senza creare un effetto di finzione che distrugge l’immersione.

Conclusioni
Con Thunderbolts* si chiude in maniera inaspettatamente positiva una Fase 5 che sembrava ormai destinata a divenire la pietra tombale dell’MCU. Il film di Schreier riesce, nonostante una semplicità di fondo, a trattare tematiche importanti come la depressione, la salute mentale e le seconde possibilità senza risultare banale e riuscendo ad intrattenere bene per 127 minuti senza annoiare e stancare, il tutto anche (e soprattutto) grazie ad un buon occhio registico di Schreier, ad un ottimo comparto tecnico e ad un cast decisamente in parte.
Alcuni personaggi restano forse un po’ troppo di contorno e la narrazione non mantiene un ritmo sempre costante, ma davanti ad una situazione finora così disastrosa, Thunderbolts* è senz’altro una boccata d’aria fresca ed un piacevole sospiro di sollievo per i fan della Marvel. Rimane però importante rimanere consapevoli che i grandi “punti di forza” del film si dimostrano tali solo all’interno del paragone con delle pellicole precedenti così problematiche: sarà forse possibile una “svalutazione a posteriori” qualora la situazione dell’MCU dovesse progressivamente migliorare? Ai posteri l’ardua sentenza.

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