C’è un film legato a Martin Scorsese presentato in una realtà relativamente circoscritta come il Trento Film Festival. Si chiama El Aroma del Pasto Recién Cortado (The Freshly Cut Grass il titolo internazionale) ed è un film argentino diretto dalla regista Celina Murga. Un Paese d’origine non scelto a caso: ogni anno, infatti, il Trento Film Festival seleziona una nazione attorno alla quale ruota una serie di eventi e proiezioni, e la scelta dell’Argentina non è stata affatto casuale. Parliamo di un Paese grande nove volte l’Italia, che nel 2024 ha contato un totale di zero film finanziati dallo Stato. Avete capito bene: il cinema in Argentina non è in crisi; è in coma. Registi e produttori si trovano costretti a due opzioni: girare e produrre all’estero, oppure realizzare film a bassissimo budget, investendo di tasca propria. Il governo di Javier Milei, in poche parole, ha introdotto misure drastiche per ridurre i finanziamenti pubblici al cinema. Ad esempio, è stato imposto un limite del 20% ai sussidi statali sul budget totale di ciascun progetto, obbligando i produttori a coprire almeno la metà dei costi tramite fondi privati.
È in questo contesto che arriva Martin Scorsese in soccorso. La regista Celina Murga racconta di come, grazie a una borsa di studio vinta in giovane età, abbia avuto l’opportunità di collaborare con Scorsese al film Shutter Island. Da quel momento, per usare le sue stesse parole, Scorsese ha assunto il ruolo di “padrino” nella sua carriera, accompagnandola nei vari progetti fino ad arrivare a finanziare The Freshly Cut Grass.
Un film che con la politica sembra non avere nulla a che fare, ma che in realtà c’entra moltissimo. Presentato in anteprima al Tribeca Film Festival, il film esplora le vite parallele di due professori universitari, Pablo e Natalia, entrambi coinvolti in relazioni extraconiugali con rispettivi studenti: Gonzalo e Luciana. Le loro storie si intrecciano, offrendo una riflessione sulle dinamiche di potere e sulle aspettative di genere nel contesto accademico e familiare. Vite parallele nel senso filmico-letterale del termine: la stessa storia si ripete, i dialoghi si rispecchiano, le parole si rifrangono in due universi narrativi speculari. Ne emerge un racconto intimo, chiuso all’interno di quattro mura (domestiche o scolastiche), ma capace di esprimere un linguaggio universale: una lite in un letto argentino ci suscita vicinanza e compassione, perché riconosciamo in un gesto, in un’espressione o in una parola di troppo qualcosa che ci appartiene, che abbiamo vissuto anche noi nei nostri rapporti più intimi — soprattutto in quei momenti che sembrano precedere lo scoppio finale.
Quando entra in scena il tradimento, non ci sconvolge nemmeno troppo: è quasi giustificato, perché ci sentiamo rispecchiati in quei personaggi, che potrebbero essere chiunque. Anzi, profumano di erba appena tagliata, perché come esseri umani siamo sì indignati, ma allo stesso tempo attratti dal caos che scuote la nostra quotidianità. Abbiamo più paura che i personaggi vengano scoperti, piuttosto che nel vederli compiere l’atto del tradimento, che anzi appare sorprendentemente naturale.

Il film gestisce bene questa doppia narrazione, almeno all’inizio: da un lato Pablo, che con lo sguardo brama un’alunna in bicicletta; dall’altro Natalia, che forse non aveva mai pensato al tradimento, ma ci finisce “per caso”. Lo fa rapendoci in un vortice di interesse e desiderio che fa del cinema narrativo il momento di escapismo: nessuno ha voglia di vedere una coppia felicemente sposata; ci piace la rottura, lo squilibrio, l’eccesso drammatico (siamo nel Paese della telenovela, del resto).
C’era quindi la possibilità di biforcare le due narrazioni in modo molto intelligente: rappresentare il doppio standard, ovvero il modo in cui uomini e donne vengono trattati dopo un tradimento. Tuttavia, già dall’incipit emerge una contraddizione: se l’obiettivo era davvero mettere in discussione questo meccanismo, perché allora la donna viene ritratta come quella che tradisce “per caso”? Come se il semplice desiderare un uomo non fosse già, di per sé, un atto giudicato diversamente rispetto a quando lo compie un uomo? Un uomo che desidera è considerato “normale”, una donna che fa lo stesso viene vista come colpevole: ecco il doppio standard che andava denunciato, non assecondato.
Verso la fine del film, soprattutto, la regista sembra non scegliere una voce distinta e chiara: si perde in sfumature di dialoghi talmente impercettibili da risultare quasi inesistenti. Peccato, perché in un Paese in forte difficoltà anche sul piano dell’emancipazione femminile, questo poteva e doveva essere un film di protesta. Sarebbe stata un’occasione perfetta, ma la regista se la lascia sfuggire con un finale ambiguo, aperto a interpretazioni soggettive — come lei stessa ha dichiarato — quando invece serviva una voce forte e decisa. Nella vita reale, nel momento in cui è la donna a tradire, la sua vita va in frantumi, mentre quella dell’uomo resta sostanzialmente intatta – o questo era comunque l’intento di rappresentazione della regista. Nel film, lui al massimo appare vittimista, ma non produce nello spettatore quell’indignazione necessaria. Una scelta narrativa che lascia l’amaro in bocca, proprio là dove si sarebbe potuto colpire più forte sul doppio standard misogino che colpisce l’America Latina come il resto del mondo.
The Freshly Cut Grass è un film che, nonostante la potenza del tema e la ricchezza dello sguardo registico, manca di una presa di posizione decisa. È elegante, raffinato, curato nella forma e sostenuto da un’idea strutturale originale, ma resta sospeso, trattenuto. E nel momento storico in cui si trova il cinema argentino — fragile, isolato, affamato di voce — forse non c’è più tempo per sospensioni narrative. Servirebbero urgenza, rabbia e chiarezza. Anche a costo di essere imperfetti.

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