Per tre punti non allineati del piano passa una e una sola circonferenza. Se assumiamo che i tre punti siano l’autore statunitense William S. Burroughs, l’attore britannico Daniel Craig e il regista italiano Luca Guadagnino, Queer potrebbe essere quella famosa circonferenza in cui loro si incontrano. Ma un triangolo come questo può davvero essere inscritto in una circonferenza perfetta?
Presentato in concorso a Venezia ma clamorosamente snobbato agli Oscar, Queer è nelle sale italiane a partire dal 17 aprile distribuito da Lucky Red, dopo un evento di presentazione a Milano che ha visto protagonisti Guadagnino e Craig. Accanto a quest’ultimo nel cast figurano Drew Starkey, Jason Schwartzman e Lesley Manville.
William S. Burroughs
Tratto dal romanzo di William S. Burroughs, Queer si svolge nella Città del Messico del 1950 e racconta la storia di William Lee, un omosessuale tossicodipendente che passa il suo tempo nei locali della capitale messicana. Qui incontra e si invaghisce del giovane Allerton, con il quale intraprende una tormentata relazione e un viaggio nella giungla alla ricerca di una droga dai poteri telepatici.

Come tutti i libri di Burroughs, anche Queer è autobiografico, e sarebbe impossibile parlare del film senza inquadrarne l’autore originario. Nonostante oggi sia riconosciuto come ispiratore della Beat generation e precursore di generi, Burroughs fu la pecora nera della propria famiglia, dedito a qualsiasi tipo di vizio, un reietto alla ricerca di legami. Nonostante l’omosessualità dichiarata ebbe due mogli, la seconda delle quali morì proprio per mano del marito in un incidente mai del tutto chiarito. Questo episodio costrinse Burroughs a scappare dal Messico agli Stati Uniti, altro luogo da cui era già fuggito in precedenza per via della sua inaccettabile condotta di vita.
Daniel Craig
Il continuo rigetto dell’autore si riflette nel suo alter ego William Lee, nel film magnificamente interpretato da Daniel Craig nella performance migliore della propria carriera, ingiustamente sottostimata dai molti festival e premi dove avrebbe potuto trionfare. In questo film l’attore appare fragile, insicuro, incapace, goffo, sudato e appiccicoso, un inetto che si comporta come un adolescente con una cotta per qualcuno che non ricambierà mai il suo sguardo, la sua cura, il suo interesse. Siamo molto lontani da quel macho di James Bond.
Eccolo qui, l’elefante nella stanza: James Bond, quel ruolo che un attore non riesce mai più a scrollarsi di dosso e per cui Craig è arrivato a mettersi (letteralmente) a nudo in Queer pur di allontanarsene. E infatti l’argomento 007 è stato strategicamente evitato il più possibile durante la promozione del film, anche se l’intero progetto sembrava sorreggersi proprio nell’assegnare il ruolo di Lee all’attore che aveva incarnato il maschio più maschio della storia del cinema. Ma in effetti Queer arriva proprio come atto culminante di un percorso che Daniel Craig ha intrapreso da anni, persino nei suoi 5 film di James Bond, un processo di decostruzione dello stereotipo maschile machista che si era trovato cucito addosso con Bond. E qui ci è riuscito senza dubbio.
Luca Guadagnino
Sembra che Craig e Guadagnino volessero lavorare insieme da anni, e che Queer si sia rivelato l’occasione perfetta per farlo. L’attore dà corpo a un personaggio che è il perfetto protagonista di Luca Guadagnino: fragile, alla scoperta di se stesso, appassionato fino in fondo di ogni emozione che la vita offre. Il protagonista di Queer appare però anche come un tributo del regista a Burroughs, un reietto trattato sempre con tenerezza, rispetto e compassione, che addirittura rivive esperienze fatte dall’autore reale ma non dal personaggio del romanzo.

Se in Challengers il regista italiano celebrava la bellezza di corpi perfetti, allenati ed atletici come nello spot di un marchio sportivo, in Queer (che appare un progetto molto più personale) ritorna ai suoi corpi sudati, appiccicosi, alla calda afa estiva di Chiamami col tuo nome e Bones and All. E non è l’unico gioco che Guadagnino fa coi corpi di Queer, che sono fatti di positivi e negativi, si compenetrano e si smaterializzano in fantasmi che esprimono le pene d’amore di Lee. Non è un caso che il protagonista rimarchi più volte il desiderio di farsi capire senza dover parlare, struggente necessità che lo spinge alla ricerca di un’erba in grado di fornire poteri telepatici.
Queer
Tutte le esperienze e gli stati d’animo di Lee, dall’innamoramento alla frustrazione amorosa fino all’allucinazione, sono espressi tramite virtuosismi di regia, elementi molto simbolici e un certo clima onirico che abbraccia tutta la durata del film, rendendolo sempre più visionario fino alla conclusione mistica e quasi incomprensibile, che in un certo senso è un’ultima parola finale anche sull’autore del romanzo.
È proprio il carattere onirico di Queer sia il suo punto di forza che di debolezza, rendendolo un film molto solido visivamente ma poco a fuoco nella riuscita globale. Un film che cerca di unire fra loro tre personalità, così simili ma così diverse, ma alla fine ci riesce in maniera traballante e finisce per essere un po’ troppo didascalico all’inizio ed eccessivamente sfilacciato nel finale. Un autore dalla personalità complessa viene incarnato da un grande attore nella prova della vita, ma il tutto forse si inceppa nella visione di un regista di acclarato talento, ma stavolta non al suo meglio. Una circonferenza non troppo perfetta.

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