Da sempre l’uomo ha cercato figure di riferimento a cui guardare per plasmare la propria esistenza ed identità e in una società come quella contemporanea, così digitalmente interconnessa, la figura di un’icona è divenuta più centrale che mai. Filosofi, insegnanti, politici, scienziati, attori: che fosse un’idea particolare, un modo di parlare, un vestiario tipico, uno stile di vita, se deriva da qualcuno verso cui proviamo una stima particolare saremo più propensi a farlo nostro.
Lo sport non fa assolutamente eccezione ed è anzi forse l’ambito in cui più si può manifestare un forte fenomeno parasociale: il grande campione, capace di portare alla vittoria la propria squadra, diventa un eroe, un divo degno di ogni stima e fama. I team e le varie aziende pubblicitarie lo sanno e sfruttano appieno tutto ciò, costruendo un’identità del campione sempre più variegata ed “ampia” anche in ambiti esterni allo sport di riferimento (eventi sociali, pubblicità, recitazione in pubblicità e film).
Ma cosa succederebbe se, arrivata l’opportunità di conoscere il tuo idolo, lui si dimostrasse tutt’altro? Dev’esserselo chiesto anche Justin Tipping, regista e sceneggiatore – assieme agli sceneggiatori Zack Akers e Skip Bronkie – della nuova produzione Monkeypaw Him. La nuova grande produzione di casa Peele, però, non sembra aver ottenuto i risultati sperati.

Cam (Tyriq Withers) e Isaiah (Marlon Wayans) durante uno degli allenamenti che vediamo nel film
Essere il goat
Un bambino seduto a gambe incrociate davanti alla tv, mentre la sua famiglia si prepara a tifare per i San Antonio Saviors. La partita arriva al termine, la squadra porta a casa la vittoria ma la felicità è breve: il “goat”, Isaiah Bradley (Marlon Wayans) è a terra, con un osso che spunta dalla gamba. Lo sguardo del bambino sfugge veloce dal dolore verso il poster di un Isaiah sorridente appeso sul muro, ma il padre non approva e obbliga il figlio a guardare: perché questo è quello che fa un uomo vero, è disposto a fare grandi sacrifici.
Gli anni passano e Cam (Tyriq Withers), dopo la morte del padre, è divenuto un campione di football al college e, vista la popolarità crescente, è intenzionato a partecipare alla selezione del NFL Scout Combine. Durante un allenamento serale in solitaria però, mentre la palla lanciata comincia a roteare misteriosamente su sé stessa, una figura con indosso un costume da capra lo colpisce, provocandogli una ferita alla testa che potrebbe compromettere la sua intera carriera.
Tutto sembra finito, finché proprio Isaiah, quel goat da lui tanto stimato fin da bambino – misteriosamente riabilitato con velocità straordinaria da quella ferita e che negli anni ha portato la sua squadra a vincere un torneo dopo l’altro – lo contatta personalmente, proponendogli una settimana di allenamento intensivo nella sua gigantesca casa nel deserto. Cam accetta immediatamente, ignaro di quello che lo aspetterà.
Fin da subito Tipping pone l’accento sulla figura del goat, il migliore nel suo campo, e di quanto questa figura risulti influente non solo in campo, durante le interviste o nelle pubblicità di biancheria intima, ma anche – e forse soprattutto – nel privato degli americani, grandi amanti del football e che, proprio su di esso, costruiscono le carriere di alcuni ragazzi dalla giovanissima età fino al college, dove un’ottima performance in ambito sportivo ti può aprire la strada ad una borsa di studio per le università più prestigiose d’America. In questo Tipping non si inventa nulla e non è certo il primo regista a porre l’attenzione su questo sistema – quante pellicole sportive estremamente iconiche potremmo contare negli ultimi trent’anni su quest’argomento? – ma l’idea di veicolare il tutto attraverso un film horror, che inoltre strizza apertamente l’occhiolino a quell’elevated che tanto va di moda oggi e che tanto piace al pubblico contemporaneo, è (almeno idealmente) decisamente interessante.

Julia Fox è Elise, la popolare e bizzarra moglie di Isaiah
Tante luci e poco arrosto
La narrazione procede a passo spedito per 96 minuti che mai si fanno sentire e che mai fanno veramente percepire una sensazione di fretta, soprattutto grazie alla scelta di strutturare le vicende nell’arco di una settimana ma condensando numerosi momenti grazie ad un montaggio che fa molto il verso all’universo dei videoclip e, soprattutto per il pubblico più giovane, agli edit che si possono trovare su TikTok. Qui possiamo facilmente trovare il cuore della discussione: Him sembra in tutto e per tutto un prodotto pensato per le nuove generazioni, nell’utilizzo delle terminologie (“bro” e “goat” ritornano continuamente in un parlato che, nemmeno doppiato, rinuncia ad un vero e proprio slang contemporaneo e smaccatamente made in USA), delle musiche (mescolando brani storici ad altri appositamente composti per il film raggruppando nomi di punta della sfera Hip-Hop e Rap contemporanea) e del montaggio (ricco peraltro di filtri e transizioni che, spesso a passo delle appena citate musiche, tiene incollati allo schermo), ma soprattutto attraverso una vicenda che lancia in faccia allo spettatore molte risposte ed un immaginario chiaro e definito, forse fin troppo.
Per molti infatti il tutto può facilmente sapere di già visto, perché né l’idea di base né le dinamiche scelte per portare avanti le vicende dimostrano innovazione o novità ed anzi nella loro semplicità possono risultare, per qualcuno, addirittura fastidiose. Al tempo stesso risulterebbe un peccato liquidare negativamente questa semplicità di fondo – che di per sé costituisce un problema in maniera relativa – soprattutto perché, in relazione ad una regia comunque buona, un ottimo cast perfettamente in parte (fantastica la chimica palpabile tra Tyriq Withers e Marlon Wayans) ed un comparto tecnico convincente, contribuisce a creare una pellicola che non si mostra mai forzatamente intellettuale o “diversa” ma che anzi proprio nel suo essere standard può risultare in una visione tutto sommato piacevole seppur non memorabile.

Conclusioni
La seconda pellicola di Justin Tipping cerca una chiara breccia verso il pubblico più giovane, proponendo una storia semplice con un messaggio chiaro e diretto veicolato con un immaginario dinamico e colorato, ricco di filtri visivi e montaggi musicali che sembrano posizionarsi a metà tra un videoclip ed un edit da social. Forse proprio questa semplicità, unita all’hype costruito attorno al nome di Jordan Peele “soltanto” in produzione ed all’uscita (sfortunata) in accoppiata con il ben più acclamato Together ed alla nuova pellicola di Paul Thomas Anderson, ha portato i più ad ignorare il film che – al momento della stesura – presenta un incasso totale di 22 milioni, non raggiungendo quindi nemmeno il budget di 25.
Il poco interesse di pubblico, forse anche montato da recensione tutt’altro che positive sul fronte statunitense, sembra indicare verso un forte flop per il film, che difficilmente potrà riprendersi nelle prossime settimane e che forse, come commentato dallo stesso Wayans su Instagram, solo il tempo saprà redimere, ma che, vista la fattura del film tutt’altro che pessima, porta senz’altro con sé un forte dispiacere.

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