C’è una netta differenza tra il Québec canadese e il sud della Francia. Sebbene condividano la stessa lingua, si tratta di due mondi che hanno poco in comune. Se prendiamo come campione del Québec le grandi città come Montréal e Québec City, ci troviamo di fronte a un contesto urbano e moderno, in netto contrasto con l’ambiente rurale e paesaggistico che caratterizza Fino Alle Montagne (Bergers), in uscita il 29 maggio 2025 nelle sale italiane più fortunate.
Mathyas, giovane pubblicitario di Montréal, decide di abbandonare la sua vita frenetica per trasferirsi in Provenza e diventare pastore, nonostante l’assenza di esperienza, e si scontra presto con la dura realtà del mondo pastorale, che lo costringe a rivedere la sua visione romantica della professione. Incontra Élise, un’impiegata che ha scelto di abbandonare la carriera in un mondo capitalista per seguirlo. Insieme, affrontano le sfide di una vita alternativa, intraprendendo un viaggio di transumanza tra le Alpi provenzali alla ricerca di un’esistenza più autentica e soddisfacente.

Il film però non inizia né a Montréal, né sulle Alpi; basta qualche accenno del protagonista al suo passato per riconoscere la vita da cui sta scappando. Ci troviamo nel sud della Francia, rimasto in gran parte immune all’industrializzazione, ed è proprio per questo che, in passato, grandi pittori come Cézanne, Renoir e Van Gogh hanno scelto questi luoghi come rifugio creativo di pace. Ancora oggi, queste terre conservano vaste distese naturali, punteggiate solo da piccoli borghi medievali e delimitate dal mare: un’oasi di silenzio votata alla ricerca della propria serenità.
È questo che Mathyas si aspetta di trovare, forse influenzato da qualche sbrigativa ricerca online su un utopico “ritorno alla natura”. Ma la realtà è ben diversa: la vita da pastore, lontana dall’idea di libertà sognata, si rivela dura e alienante. Mathyas si ritrova a lavorare sotto padroni aggressivi, psicologicamente instabili e spesso violenti, sia con gli animali, sia con le persone.

Sarà l’incontro con Élise a cambiare tutto: lei è il cuore pulsante del film. È prima complice, poi alleata, infine specchio. Come la montagna, è una figura femminile forte che dà a Mathyas un senso di casa. Inizialmente titubante, diventa in seguito un’ancora di stabilità per lui, proprio quando lui stesso vacilla. Se in un primo momento sembra solo una fantasia erotica, con il tempo diventa una presenza concreta e decisiva, capace di deviare il percorso di vita che lui aveva ormai dato per certo.
Perché, per quanto pensasse di improvvisare, Mathyas si stava inconsciamente costruendo un copione. Ma non si può pianificare un cambiamento così radicale, per quanto si sia consapevoli dei pericoli. Bergers è un film sull’istinto, sull’ascoltare la propria intuizione e fidarsi del proprio stomaco. Quando la ruralità diventa asfissiante, ogni tentativo di fuga sembra illogico. Ma c’è un disagio interiore che non si può ignorare. Il capitalismo non è solo un sistema economico: lascia segni indelebili anche sulla nostra psiche e sul nostro benessere.

Mathyas percorre un cammino fatto di scelte improvvise, ma sempre guidato da una mano femminile. Bergers è, senza affrontarlo direttamente, un film sulla mascolinità tossica. I datori di lavoro che incontra sono uomini duri, impregnati di aggressività e convinti di dover dominare ciò che ritengono inferiore – animali o altri uomini. Mathyas si sottrae gradualmente a questa logica, riconoscendosi sempre più simile agli animali che guida. Quando uno di loro muore, lo piange come un fratello.
La donna, invece, è rappresentata in modo diverso: anche lei può essere severa, ma lo è quando si sente ferita, non per affermare un ruolo di potere. La transumanza diventa così un rito di passaggio, un’uscita da una società e dal modello maschile dominante che essa impone. Vediamo Mathyas, Élise e il loro cane, simbolo di found family, di una nuova forma di appartenenza, fondersi con il paesaggio, in un’immagine finale di simbiosi con la montagna. Questa scena riecheggia la primissima inquadratura del film: una lunga dissolvenza poetica rappresentante visiva di questa simbiosi.

Finalmente riconosciamo Mathyas come pastore, non tanto per l’aspetto, ma per una trasformazione interiore. L’ultima prova della natura, un temporale improvviso, è la sua iniziazione finale: si piega alla montagna senza smettere di cercarla e abbandonarsi ad essa. Il caos, il non lineare, lo ha ora in pugno. Mathyas, Élise e il loro cane proseguiranno con questo cammino a tratti autolesionista, ma il più giusto che ci sia. Per quanto? Non importa. Per ora, l’istinto li guida; bisogna imparare ad abbandonarsi ad esso.

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