After the Hunt, di Luca Guadagnino (Italia, Stati Uniti d’America) – Fuori Concorso

A cura di Nicolò Cretaro

Il regista italiano più apprezzato e stimato all’estero torna a Venezia scegliendo però di non andare in concorso. Cambia il suo approccio registico, lasciamo da parte sequenze oniriche ed elementi orrorifici o psichedelici. Lasciamo soprattutto da parte l’amore e il desiderio, che ci sono ma non sono mai sembrati così aridi e poco degni di fiducia. 

Si parte da una confidenza: una molestia subita da una dottoranda (Ayo Edebiri) da parte un giovane e tanto attraente quanto mellifluo professore (Andrew Garfield) e confidata ad un’altra docente (Julia Roberts), amica e oggetto del desiderio di entrambi.

Un legal drama in cui le aule dell’università di Yale sostituiscono i tribunali, in cui cui i ruoli della giustizia vengono annullati e mescolati, dove la razionalità viene dichiarata e considerata superiore all’emotività manon praticata, come se entrambi gli approcci fossero altrettanto inutili. 

È difficile considerare uno qualsiasi dei tre personaggi protagonisti come vittima. Ci troviamo inevitabilmente davanti a tre bugiardi, scorretti, opportunisti incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, di essere all’altezza delle proprie aspettative, di saper rispettare la presenza dell’altro. La verità sembra evidente allo spettatore, così come i gradi di colpa, eppure non ci resta che provare ribrezzo per tutti, inclusi i due personaggi interpretati dagli attori feticcio del regista siciliano: un comprensivo ma flaccido e infantile Michael Stuhlbarg e una silenziosa e apparentemente marginale Chloë Sevigny. Si cercano le punizioni più semplici, immediate e crudeli, che effettivamente colpiscono ma solo nel breve termine. I tre balordi alla fine vincono tutti

La stella polare di questo Guadagnino è il Woody Allen drammatico, da alcune scelte musicali (alternate ai soliti, magnifici Reznor & Ross) ai titoli di testa, passando per il milieu colto e alto borghese. Destinato a dividere più sul piano contenutistico e ideologico che su quello cinematografico, forse riuscirà a fare breccia nel cuore di più di un detrattori di Guadagnino.

No Other Choice, di Park Chan-wook – In concorso

A cura di Alberto Faggiotto

“Sarà vero / dopo un brutto film di Park Chan Wook avremo un Papa nero” immagino avrebbero cantato oggi i Pitura Freska. Ma nonostante a Venezia 82 ci sia effettivamente un Papa nero, quello de La Grazia di Sorrentino, il regista coreano non accenna ad abbassare l’asticella qualitativa dei suoi film: No Other Choice, film che sposta l’attenzione dal dramma del desiderio e dell’incomunicabilità di Decision To Leave alla competizione (mortale) a cui spinge il sistema capitalista contemporaneo, è l’ennesimo progetto straordinariamente riuscito di Chan-wook. Man-su (Lee Byung-hun), esperto cartiere con una vita tranquilla tra famiglia e lavoro, viene licenziato all’improvviso. Dopo che tra colloqui frustranti e impieghi sottopagati la sua sicurezza crolla minacciando casa e famiglia, decide di prendere in mano la situazione con metodi drastici, forse ricorrendo persino alla violenza.

Park ce lo dice senza mezzi termini e con la sua unica eleganza formale: nel sistema competitivo e deumanizzante in cui viviamo, qualunque cosa accada, qualsiasi cosa facciamo, siamo comunque spacciati. Possiamo competere tra di noi come esseri umani, ma le macchine sono sempre dietro l’angolo. Non c’è scampo: in ogni caso, scompariremo – letteralmente. E mentre il film procede inarrestabile come se fosse un Cold Fish di Sion Sono sotto vesti di commedia nera satirica, bisogna fare attenzione anche al lavoro sul sonoro, anch’esso veicolo del sottotesto (si citi soltanto il passaggio dal timbro caldo del violoncello suonato dalla figlia al frastuono alienante delle macchine in fabbrica: la speranza per il futuro dei figli si scontra con la rovina in cui si dibattono gli adulti), un utilizzo fra i più espressivi visti recentemente.