Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Krysianna Papadakis e Stergios Dinopoulos, registi di Bearcave, film vincitore del Premio Europa Cinemas Label alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia

A Tirna, un villaggio che sorge su una montagna in Grecia, Argyro è una contadina energica, mentre la sua migliore amica Anneta è la ragazza più popolare del paese e lavora come manicure. Quando Anneta le rivela di essere incinta e di avere intenzione di seguire il suo fidanzato poliziotto abbastanza sfigato, Argyro la sfida a intraprendere un’avventura: trovare la mitica grotta dell’orso. Però, prima che Argyro abbia la possibilità di dichiarare il suo amore, Anneta parte per la sua nuova vita nella grande città. Argyro è a pezzi. Intanto, nella sua nuova casa, con la suocera che le sta sempre attaccata, Anneta comprende che il suo destino è altrove.

Parliamo dei vostri inizi. Come avete iniziato a fare film insieme? Cosa vi ha fatto incontrare e quali temi vi hanno spinto a fare film insieme? 

Stergios: Io e Krysianna frequentavamo la stessa università negli Stati Uniti e siamo tornati in Grecia durante la pandemia. Avevamo entrambi interesse nel realizzare qualcosa, soprattutto nella scrittura cinematografica. Le ho fatto conoscere il mio paese, Tirna, per fare escursioni e immergerci nella natura, da qui sono nate alcune idee: due amiche che fanno escursione nei boschi, si perdono nella notte, succede qualcosa di drammatico e misterioso, …e così è nata l’idea del corto originale.

Krysianna: l’idea di creare un lungometraggio è venuta dopo, immaginando la vita dei nostri personaggi prima e dopo la loro vita nel corto, i loro desideri, le loro aspettative, tutto è divenuto sempre più reale molto in fretta. Eravamo già sul luogo per girare il corto e nel frattempo scoprivamo le nuove location, parlavamo con le persone del posto e il lungo si è scritto man mano, in maniera organica ma anche esplosiva.

Il film affronta vari temi: la maternità, la maturazione emotiva e sessuale, il rapporto con i luoghi d’origine e la natura. Avete detto che è stato proprio quest’ultimo a dare il via al film. Quanto invece il contesto del piccolo paese, che, se vogliamo può essere anche crudele, ha influito sulla creazione dei personaggi?

K: più che sulla crudeltà ci siamo concentrati sulle aspettative che appesantiscono ogni persona, anche perché i personaggi attorno alle nostre protagoniste potrebbero essere molto più crudeli di così. Non volevamo rappresentare il paese in una maniera banale o prevedibile, e volevamo rappresentare il disagio delle nostre protagoniste in una maniera più intima e diversa da quelle a cui il pubblico è abituato. Ogni personaggio è diverso, le aspettative di uno nei confronti dell’altro non sono nemmeno necessariamente sbagliate. Il conflitto è anche nelle diverse risposte che le due protagoniste danno a queste aspettative.

S: E non volevamo nemmeno rendere questo il fulcro del film. Un pochettino lo spettatore si aspetta una popolazione di campagna bigotta e conservatrice, non sentivamo il bisogno di mostrarlo più di troppo. Ci interessava molto di più mostrare la storia d’amore, e come si sviluppa dentro e fuori il paese.

“Bearcave” mi ha fatto tornare in mente due film, molto diversi tra loro: “Picnic a Hanging Rock” (anche qui abbiamo giovani ragazze nei pressi di una roccia con una sorta di enrgia sovrannaturale) e “Speriamo che sia Femmina” (film sempre al femminile, ambientato in campagna, in cui l’uomo è assente, o vecchio e malandato, oppure semplicemente scemo). Sono stati effettivamente una ispirazione per il film? Se no, quali sono i riferimenti?

K: In realtà questi film non li abbiamo visti (ridendo), e abbiamo preso da molti film ma è difficile identificarne alcuni in particolare.

S: Credo che stessimo cercando di resistere alla tentazione di guardare troppe cose. C’è un po’ di Ritratto della Giovane in Fiamme di Celine Sciamma, nel sapore un po’ sovrannaturale, e di Moonlight di Barry Jenkins: La struttura temporale, i capitoli, il sentimento somatico, intimo e sentito. Volevamo dare l’idea sì di un dramma sentimentale incentrato sui personaggi ma con un ritmo e dei toni più rarefatti.

K: Moonlight anche nell’idea di soli due personaggi a portare avanti una storia, anche quando non sono insieme, nella presenza forte della musica, nell’aria talvolta spettrale. Volevamo dare al film anche un po’ il tono fiabesco, dei ricordi infantili, c’è anche un po’ di Alice insomma. 

Quindi le idee sono venute più dalla vita reale, dalla natura e dalle vostre esperienze?

K: Forse non strettamente dalle nostre esperienze. Spesso ho la sensazione che, quando parliamo del film, la gente pensi che abbiamo vissuto esattamente quello che hanno vissuto i personaggi. Ma penso anche che semplicemente derivi dal fatto che conosciamo certe dinamiche di vita, non ci siamo basati su persone specifiche ma più su tutto ciò che abbiamo visto: nelle feste, nella musica che ascoltavamo con gli amici, e poi su cose meno quotidiane ma non per questo meno reali o impattanti, come la morte degli animali.

S: Penso anche che ci sia un sentimento molto profondo e universale, molti di noi hanno avuto un amore giovanile nel loro posto di origine e volevamo rappresentarlo, e rappresentare anche cosa comporta il doverlo abbandonare. Questo è stato sicuramente motivante. 

Quanto sono state “selvagge” le riprese di Bearcave?

S: abbiamo vissuto in due case, quella di mia nonna e quella di suo fratello, in 20 persone. Facevamo tutto insieme come in una grande comune, cucinavamo e subito dopo andavamo ad ispezionare le location, facevamo le riprese dentro casa e sulle montagne circostanti. Era un po’ come vedere un gruppo di ragazzini fare un film vivendo nello studio, 

K: avevamo energia, fame di avventura e ambizione. Eravamo contenti di essere in Grecia ma in mezzo alla natura e non in una città grande o turistica. Normalmente quando si lavora sul set sei in mezzo agli studi, in qualche zona periferica, noi pranzavamo tranquillamente nel giardino di casa e mentre qualcuno sistemava l’attrezzatura, qualcun altro dava da mangiare ai cani o qualcosa del genere. Tutto questo ci ha unito e motivato allo stesso tempo, eravamo quasi tutti al nostro primo lungometraggio, Insomma è stato tutto davvero unico.

S: Il programma di riprese, quello sì che era selvaggio. Giravamo con pochissime camere e allestimenti, perché la luce era prevalentemente naturale. E c’erano pochissime riprese, quindi ci spostavamo da una location all’altra sulla montagna, come se stessimo girando la scena senza sosta. 

Quanto del film è stato scritto in fase di montaggio?

S: Abbiamo giocato e sperimentato molto ma alla fine ci siamo attenuti molto allo script originale, abbiamo avuto incidenti felici, emozionandoci davanti ai paesaggi che dovevamo riprendere ma volevamo rimanere molto rigorosi nella gestione delle diverse linee narrative.

K: Sicuramente col montaggio abbiamo cercato di dare al film una forma più omogenea, limando le transizioni tra le tre parti, ma avevamo girato molto anche in previsione di questo. Un esempio molto specifico possono essere quelle serie di zoom lenti e inquadrature che si ripetono all’inizio di ogni capitolo. Teniamo presente anche che eravamo limitati sia dal clima (caldo di giorno e freddo di notte) sia dalla luce naturale. Volevamo anche evitare di sprecare non solo il tempo e le energie delle persone, ma anche la bellezza dei paesaggi ripresi.

Parliamo di uno dei miei personaggi preferiti del film, la madre di Giorgos. Un personaggio quasi estraneo alle dinamiche degli altri e forse l’unico personaggio visibile completamente solo. Lo avete scritto immaginando un possibile futuro per le donne che compiono scelte di quel tipo?

K: Possiamo vederla così: ogni donna che compare nella vita di Anetta rappresenta un diverso percorso di vita possibile.

S: Sicuramente lei la vede così, ed è per questo che compie la sua scelta, vedendo una potenziale versione futura e provando anche un certo affetto per questo personaggio sì invadente e irritante ma con cui condivide un legame fortissimo. Sono un po’ come due animali intrappolati, non hanno altro che la casa e il figlio/fidanzato che però non c’è mai. Sophia, l’interprete, è riuscita sicuramente a darle un aspetto tridimensionale e una certa aurea di tristezza e rimpianto.

Eccoci all’ultima domanda: quali temi che avete introdotto in questo film vorreste esplorare nei vostri prossimi progetti? E quali nuovi?

S: Sicuramente il folklore. Penso che siamo entrambi molto interessati al folklore greco, ma e soprattutto a come si manifesta nel presente. Adoro le storie d’amore, il tipo di dinamica che più mi appassiona. Una bella storia d’amore è una storia perfetta

K: Magari la natura, soprattutto nei suoi aspetti più politici. Metà del paese è minacciato dai cambiamenti climatici e questo si ripercuote nella vita di tutti i cittadini, che stanno anche rispondendo alle difficoltà riscoprendo la natura, soprattutto la montagna, anche come via di fuga dal turismo di massa

Bearcave è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il premio Europa Cinemas Label. La sua anteprima negli Stati Uniti avrà luogo al NewFest37 il 18 ottobre. L’uscita italiana sarà confermata a breve.

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Nicolò Cretaro,
Redattore.