Parlare dell’opera di Rainer Warner Fassbinder è parlare della sua vita. E parlare della sua vita è parlare di un tour de force lavorativo/creativo durato circa venti anni, corroborato da feste orgiastiche all’ordine del giorno, droghe, rabbia, manipolazioni e tanto cinema.
Dagli idealistici inizi dell’Action Theatre fino alla morte prima dell’uscita di Querelle de Brest (1982), Fassbinder è stato figura centrale e controversa della rinascita culturale del suo paese dopo gli orrori del nazismo, ha creato una poetica riconoscibilissima, che si è debitrice di varie fonti (Douglas Sirk e il primo Godard su tutti), ma che ha raggiunto rapidamente lo stato di culto nonostante (o forse proprio per questa) la sua spasmodica produzione. Basti pensare che dal 1969 al 1971 ha girato ben 11 film, i quali per altro risultano molto diversi dalle opere più mature del regista, sintomo di un artista in rapido e furioso cambiamento, capace, in breve tempo, di capire quale effettivamente fosse la sua voce.

Ma si diceva della vita di RWF, e di quanto essa sia inestricabile e necessaria alla sua opera. Nato in Baviera nel 1945, a 6 anni viene abbandonato dal padre restando solo con la madre Liselotte; per stessa ammissione della donna nella casa “si respirava un clima d’anarchia, con frequenti visitatori ma poco amore”. Fondamentale è stato per lui entrare in contatto con queste realtà piccolo borghesi, realtà che non perderà mai occasione di attaccare nelle sue opere. Il primo contatto artistico è con il teatro, amore che perdurerà anche durante la carriera cinematografica del regista. Dopo aver girato vari teatri off e sperimentali si fonda l’Action Theatre, dove incontra alcuni dei membri della sua “factory” personale (Hanna Schyngulla, Irm Herman, Micheal Ballhaus fra gli altri). Nei primi anni di vita in una comune girano a piede libero gelosie, abusi, droghe, sesso e molta creatività; a poco più che 20 anni Fassbinder scrive, dirige e interpreta per teatro, cinema e televisione (sia film tv che serie, nel 1972 esce Otto ore non sono un giorno e nel 1980 lo stupendo Berlin Alexanderplatz) ma riserva anche una parte della sua produzione a degli sceneggiati radiofonici.
Il clima teso di una vita come questa finisce inevitabilmente per influire nei suoi rapporti e nel suo lavoro. Le testimonianze degli abusi morali del regista si sprecano, tra chi le cataloga come comportamenti di un uomo sadico che prova piacere nel sottomettere gli altri al proprio volere o chi li giudica come i capricci di un bambino che fa tutto ciò per essere amato e considerato. Indipendentemente da quale fosse la verità nelle sue opere tutto questo non viene mai nascosto; sono ben note le sue relazioni sentimentali molto travagliate, che lui intrecciava tendenzialmente con persone provenienti da classi sociali meno abbienti della sua e che trattava in maniera a dir poco tirannica. Le conseguenze di questi suoi comportamenti possono essere anche riscontrate nei suicidi di sue due amanti: Armin Meier, il quale si tolse la vita il giorno del compleanno del regista dopo essere stato lasciato e El Hedi ben Salem (protagonista de La Paura Mangia l’Anima) impiccatosi in una prigione francese nella quale era confinato a causa di una rissa, da lui provocata, per la gelosia nei confronti di RWF.

Ed è questo senso di estrema possessività, di desiderio d’amore sconfinato, di tendenza naturale alla sopraffazione e all’umiliazione che è ciò che muove gran parte dei suoi personaggi. Quello che probabilmente è il suo film più acclamato, Le Lacrime Amare di Petra von Kant, tratta proprio la questione della vita di coppia come rapporto di potere in cui l’unico obbiettivo è prevaricare l’altro, mentre si vuole ricevere l’amore più incondizionato. Nel film la ricca stilista Petra entra in contatto con la giovane e proletaria Karin, si innamorano e tutto va benissimo fino a quando Karin inizia a tradire la sua amante e a trattarla sempre peggio, nonostante ciò, Petra diventa sempre più ossessionata per le sue attenzioni. Sempre su questa linea si trovano alcuni dei suoi film più riusciti negli anni ’70, i quali affrontano la gabbia sociale rappresentata dal matrimonio (Martha e Effie Brist), l’identità di genere in relazione alla dipendenza affettiva (Un anno con 13 Lune) e tutto mai dimenticandosi l’analisi della rinascita di una morale sociale in un paese in ricostruzione (Lola, Otto ore non sono un giorno, Il mondo sul filo).
Ma l’elemento della sua filmografia che più ci parla direttamente del suo autore non è né un film né un testo teatrale, ma un episodio all’interno di un film collettivo che riuniva alcuni cineasti del Nuovo Cinema Tedesco, Germania in Autunno. Nel segmento da lui diretto, Fassbinder è protagonista e nel suo appartamento, filma una sua giornata tipo in cui alterna una scena di masturbazione, una pietosa chiamata alla madre e il terribile trattamento che riserva al compagno Armin Meier. Il cinema è l’occhio prediletto al quale concedere l’onore di riprendere raccapriccianti momenti di vita quotidiana, non tagliando nulla di quelli che sono gli atteggiamenti più vili e meschini della propria natura e mettendosi a nudo in maniera tanto naturale quanto spietata. Fassbinder nella sua vita ha sempre fatto questo, indagare e scrutare gli angoli più reconditi del desiderio (d’amore) che sopravvivono in ognuno di noi. E l’ha fatto mettendo tutto sé stesso all’interno del suo lavoro, non risparmiando nessuno, neanche gli affetti più cari (a sua madre in Effi Briest affida il ruolo della retrograda e moralissima madre della protagonista), perché era il primo a non risparmiarsi. Le tragiche storie d’amore, i matrimoni (veri o presunti), la sbornia creativa durata 20 anni che lo portava a girare un film ogni due mesi sono tutti sintomi di un’anima che vive per qualcosa che sta oltre tutto ciò che esiste. Per catturare un senso, per vedere come mai l’essere umano si comporta in questo modo, quali sono le ragioni della disperazione e perché scegliamo consciamente di farci del male.

La risposta forse non l’ha trovata, all’uscita di Querelle de Brest era già deceduto, e se non fosse stato per quel fatale cocktail di cocaina e farmaci tranquillanti sicuramente avrebbe continuato questa corsa folle; ma proprio nell’ultima opera inserisce una citazione che può suggerire una sua presunta, ritrovata, serenità (ipotesi confermata da Juliane Lorenz, ultima compagna del regista).
“Ogni uomo uccide ciò che ama”. Frase tratta da La Ballata del Carcere di Reading di Oscar Wilde, può essere la summa di tutto il pensiero filmico fasbinderiano, in cui l’amore non si stacca mai di dosso un senso di morte latente ed i pochi momenti in cui questo accade sono posticci o raggiunti tramite nefandezze morali. Che sia accettazione o rassegnazione allo stato delle cose non è dato sapere, ciò che è certo è che dalle opere di RWF fuoriesce così tanta voglia di capire la vita, di capire gli altri e di capire sé stesso, mettendosi costantemente inscena ed inscenando costantemente situazioni affini; la conoscenza attraverso la ripetizione. Il cinema di Fassbinder è questo: un ritratto abbozzato che ad ogni mano di pittura diventa più nitido, e in cui non esistono colori chiaramente definiti ma infinite sfumature attorno atte a rivelare un solo soggetto.

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