Nel vasto firmamento del cinema, pochi direttori della fotografia sono riusciti a scolpire la luce con la grazia e la consapevolezza di un poeta. Tra questi, Vittorio Storaro occupa un posto unico. Non è solo un maestro della composizione visiva: è un pensatore, un teorico, un alchimista dell’immagine. Definito da Bernardo Bertolucci “il poeta della luce”, Storaro è riuscito a trasformare l’immagine in una forma di scrittura visiva, dove ogni inquadratura è una parola e ogni luce una metafora.

In questo articolo vogliamo esplorare la sua visione della fotografia cinematografica, cercando di comprenderne l’essenza attraverso i suoi film e le sue scelte artistiche. 

Ma prima di immergerci nella sua idea di immagine, è necessario conoscerne il percorso, perciò vediamo brevemente chi è Vittorio Storaro e come è diventato uno dei nomi più importanti nella storia della cinematografia mondiale.

Vittorio Storaro nasce a Roma il 24 giugno 1940 e fin da piccolo sviluppa una profonda fascinazione per la luce e il cinema grazie ad un ambiente legato all’immagine, infatti il padre era un proiezionista. A soli undici anni si iscrive all’Istituto Tecnico di Fotografia e Cinematografia e successivamente frequenta il prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia, dove studia come operatore.

Durante questi anni si forma una sensibilità unica, nutrita anche dallo studio della pittura, della filosofia e della musica, discipline che influenzeranno profondamente la sua concezione della luce come linguaggio espressivo. Prima del debutto cinematografico, lavora come assistente operatore e direttore della fotografia in progetti minori, soprattutto documentari e cortometraggi, dove affina il controllo dell’illuminazione naturale.

Il suo vero esordio arriva nel 1969 con Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi, ma è con Il Conformista di Bernardo Bertolucci (1970) che si afferma come uno dei più innovativi direttori della fotografia a livello mondiale.

Luce – Il pensiero visivo

Per Vittorio Storaro, la luce non è semplicemente uno strumento per rendere visibile l’inquadratura: è il primo vero linguaggio dell’essere umano, un alfabeto visivo con cui si può scrivere un pensiero, un’emozione, un’intera filosofia. 

Fin dagli inizi della sua formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Storaro intuisce che illuminare un volto o una stanza non è solo un’azione tecnica, è un atto poetico. Da qui nascerà il primo volume della sua trilogia: Scrivere con la luce – La luce, dove raccoglie decenni di esperienza e pensiero filosofico.

Nei suoi film, la luce diventa il mezzo per raccontare l’animo umano. Non illumina mai tutto: il buio è parte integrante del linguaggio visivo, così come lo è il silenzio nella musica. La sua idea si fonda sul dualismo archetipico tra luce e ombra; Luce come consapevolezza, conoscenza, spirito; Ombra come mistero, inconscio, materia. Questo binomio non è solo filosofico, ma profondamente visivo: ogni scena diventa una battaglia interiore tra ciò che si mostra e ciò che si cela. È una lezione che raccoglie dalla pittura di Caravaggio, dalla filosofia orientale e dalla fisica della luce.

Nel suo lavoro con Bernardo Bertolucci, in particolare in Il conformista (1970), questo approccio diventa manifesto. La luce non descrive semplicemente gli ambienti, ma li scolpisce. I fasci luminosi attraversano persiane, spaccano gli interni in geometrie emotive, trasformano lo spazio in un palcoscenico psicologico. La luce in quel film è ideologica, racconta la repressione, la manipolazione, la fuga. Il protagonista non è mai completamente illuminato: vive in uno spazio visivo interrotto, pieno di fratture e angoli ciechi, come la sua coscienza.

Negli anni successivi, questa riflessione si evolve. Per Storaro, la luce diventa anche una forma di introspezione: illumina ciò che non può essere detto, ciò che vive sotto la superficie. È il caso di Apocalypse Now (1979), il capolavoro di Francis Ford Coppola in cui Storaro sublima la sua poetica luministica. Qui, la luce diventa esperienza spirituale: da quella densa e rossa del Vietnam all’interno dell’elicottero, fino al buio sacro e impenetrabile che avvolge il colonnello Kurtz. 

«Non si trattava di rendere le scene visibili. Si trattava di raccontare la discesa nell’anima»

Non c’è mai luce neutra. Ogni illuminazione è una scelta narrativa, filosofica, esistenziale. In Apocalypse Now la luce non solo guida l’occhio, ma guida la coscienza dello spettatore lungo un viaggio nella follia e nel cuore della tenebra. È un’opera in cui l’illuminazione racconta ciò che la sceneggiatura non può esprimere.

E così, per Storaro, la luce non è solo uno strumento. È una materia invisibile che scolpisce il visibile, un pensiero visivo verso l’umanità e verso il cinema.

«Scrivere con la luce è come scrivere un pensiero. Non illumino per far vedere, ma per far percepire»

Colori – L’armonia del racconto

Se la luce è il linguaggio primordiale con cui Vittorio Storaro ha iniziato a scrivere il suo cinema, i colori rappresentano la grammatica emotiva che ne amplia la voce. Con il tempo, la sua fotografia evolve da una danza di luci e ombre verso un uso consapevole, filosofico e psicologico del colore.

Nel suo secondo libro, Scrivere con la luce – I colori, Storaro si interroga: “Perché un colore suscita una determinata emozione? Che significato archetipico, culturale o spirituale porta con sé?”. Per lui ogni colore è un simbolo, una frequenza vibrazionale che parla direttamente all’inconscio.

Storaro si ispira alla teoria di Goethe, secondo cui i colori sono manifestazioni della luce che incontrano l’ombra ed è questa visione gli permette di costruire una fotografia non più descrittiva ma psicologica. I colori non servono a rappresentare un ambiente, ma lo stato interiore di un personaggio, l’anima di una scena.

Un esempio emblematico è il film Il tè nel deserto (1990) di Bernardo Bertolucci. In questo viaggio visivo attraverso il Nord Africa, i colori assumono un ruolo drammatico: il giallo sabbia diventa alienazione, il blu profondo della notte evoca introspezione, il rosso dell’orizzonte al tramonto parla di passione e perdita. Ogni tono ha un significato preciso, ogni scelta cromatica è pensata. Non c’è naturalismo, c’è simbolismo.

Nel corso degli anni, Storaro crea un vero e proprio alfabeto cromatico, associando ai colori valori morali e stati dell’essere. Il rosso diventa la vita, il giallo la ragione, il blu la spiritualità. Non esiste più il colore “bello”, esiste solo il colore necessario. È un approccio che fonde la fotografia alla musica, i colori sono come note musicali.

Nei film con Woody Allen, come La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel (2017), questa poetica cromatica raggiunge un’intensità quasi pittorica. Ambientato negli anni ’50 a Coney Island, il film si muove tra nostalgie da melodramma e tensioni da tragedia greca, e i colori seguono fedelmente questo spartito drammatico. Il blu e il rosso, in particolare, si alternano in modo strategico: il blu tinge i momenti di solitudine e introspezione, il rosso quelli di passione e conflitto.

Storaro utilizza luci direzionali forti, quasi teatrali, per creare campi emozionali, come se ogni personaggio fosse messo in scena da un riflettore interiore. La fotografia diventa così uno strumento di chiarificazione emotiva e la realtà viene filtrata o amplificata.

Allen stesso ha dichiarato:

«Quando Vittorio illumina una stanza, sembra che stia raccontando la storia ancora prima che si apra bocca».

Il suo uso del colore non è mai decorativo ma essenziale alla struttura del film, come un accordo nella sinfonia del cinema. È la pittura che respira, si muove, diventa emozione pura.

Con l’introduzione dell’uso consapevole del colore, la fotografia di Storaro raggiunge un nuovo livello: il direttore della fotografia non è più solo un tecnico dell’illuminazione, ma un autore che scrive con le frequenze dell’anima, che pone armonia al racconto.

«Ogni colore è come una nota musicale: può essere armonico o dissonante, ma deve sempre contribuire all’armonia del racconto».

Elementi – La voce della natura

Dopo aver esplorato la luce e il colore, Vittorio Storaro arriva al suo terzo e più astratto stadio: gli elementi. Acqua, fuoco, terra, aria, sono concetti antichi, archetipici, ma nelle mani del direttore della fotografia italiano diventano strumenti espressivi di un cinema che vuole tornare alla sua radice.

Nel suo pensiero, gli elementi non sono mai fini a sé stessi: diventano veicoli drammatici, trasposizioni psicologiche, materia narrativa. L’acqua può significare instabilità o rinascita, il fuoco può accendere il desiderio o distruggere, la terra radicare oppure intrappolare. Il direttore della fotografia non si limita a rappresentarli ma li interpreta e li carica di senso.

Questa visione prende forma soprattutto nei suoi lavori più recenti, come il già citato Wonder Wheel, dove il fuoco del tramonto si riversa sulle pareti di legno, incendiando i conflitti interiori dei personaggi, o Colpo di Fortuna (2023), l’ultimo film di Woody Allen, dove il vento tra gli alberi e la pioggia leggera sembrano commentare in silenzio le casualità del destino. In entrambi i casi, l’elemento naturale diventa una voce invisibile del racconto, una specie di voce fuori campo affidata alla fotografia.

In Un giorno di pioggia a New York (2019), invece, l’elemento acqua è centrale: la pioggia non è solo un contesto atmosferico, ma una lente emotiva. Il riflesso delle luci sulle strade bagnate, le trasparenze, le ombre che si dissolvono e si ricompongono… tutto contribuisce a creare una visione fragile, sospesa, dove il tempo sembra galleggiare in un eterno pomeriggio autunnale.

Storaro, in questa fase, cerca un cinema ancora più armonico, dove ogni immagine dà voce alla natura dei personaggi e delle ambientazioni. L’obiettivo non è più solo descrivere, ma sintetizzare, comporre e unificare, cercando una coerenza visiva al mondo, un respiro comune tra la natura e lo spirito umano, scrivendo sinfonie fotografiche come fosse un compositore della luce.

“Non filmo ciò che vedo. Filmo ciò che sento nella natura delle cose.”

Michael Pierdomenico
Michael Pierdomenico,
Redattore news.