Lunedì 14 aprile, al Cinema Chaplin situato in Piazza di Porta Saragozza a Bologna, si è svolta la prima edizione di Sguardi Brevi – short movie contest, concorso ideato ed organizzato dall’Associazione Culturale Blue Soap e dedicato ai cortometraggi indipendenti.
Blue Soap Production: chi sono?
Nel 2024, in un panorama in cui spiccare il volo e riuscire ad inserirsi nell’ambiente cinematografico sembra farsi sempre più duro, Cristiano Canevazzi, Zaccaria Agrebi e Mara Francesca Lucia danno vita, mentre lavorano alla sceneggiatura del loro primo cortometraggio Ti amo, all’Associazione Culturale Blue Soap – il cui nome, come tutte le cose migliori, è nato un po’ per caso “mentre giravamo per i viali a registrare l’audio per il traffico per il nostro progetto”, ci ha confidato direttamente Cristiano, “mia madre, che ci venne a prendere in macchina si girò e disse: Com’è che vi chiamate voi, Saponetta Blu Production? E da lì abbiamo deciso di tenere il nome”.
“Non hanno ancora trovato il logo che gli piace, manca ancora la vera icona” ci ha detto Mara aggiungendo inoltre poco dopo come “c’è un facile sostegno da parte di partner esterni […] piuttosto che un interessamento diretto da parte dei ragazzi, dovendo costruire un rapporto stretto e di fiducia, quasi come di amicizia, prima che decidessero di associarsi in prima persona”, ma nonostante ciò nulla li ha fermati dal rendere concreta quell’idea di proporre una realtà che si ponga, direttamente dallo statuto dell’Associazione, “come punto di riferimento per gli aspiranti cineasti [e] offrire supporto concreto e visibilità a progetti cinematografici originali, puntando sulla condivisione di competenze, la crescita collettiva e la creazione di una rete solidale”.

Da sinistra: i tre fondatori di Blue Soap Cristiano Canevazzi, Zaccaria Agrebi e Mara Francesca Lucia
“Vogliamo creare un ambiente lavorativo, soprattutto sui set, in cui si lavora per passione” ha aggiunto poi Zaccaria “perché quel progetto ti piace e sai che tu metti tutto quello che hai maturato nella tua esperienza proprio come fanno tutte le altre persone e tutto questo si riunisce in un unico progetto che è un sunto di questa forma mentis”. Quale miglior modo per presentare a quante più persone possibili questo progetto se non una serata dedicata proprio a quei giovani che cercano di fare le prime esperienze nel settore?
“E’ partito tutto da una cosa molto più piccola, più underground, poi, quasi paradossalmente, problema dopo problema il tutto si è ingrandito arrivando fino al Cinema Chaplin con i suoi centoventicinque posti”: collaborando tra loro, trovando il proprio spazio anche attraverso notti insonni tra e-mail da inviare, numerose chiamate e problemi tecnici, il tutto è divenuto piano piano realtà. “È stato quasi una fortuna avere quegli scogli, perché risolvendo i problemi più piccoli arrivavamo pronti a quello più grande, che a sua volta, quando veniva risolto, ci ha preparato ad affrontare quelli successivi”.
Superando le varie avversità avvenute “dietro le quinte”, aiutati dal sostegno di Wi.Me Srl e Cantina Montelliana per i cadeaux offerti al pubblico, Undervilla per il supporto tecnico e Eliobiemme per il materiale cartaceo ed infine, ma di certo non per importanza, ADCOM Srl che ha giocato un ruolo fondamentale nella fornitura dei premi del Pubblico e della Giuria in noleggio attrezzatura, l’elemento centrale dell’evento era di riuscire a porre sotto i riflettori i giusti protagonisti: seguendo la linea comune alla base dell’associazione – o fil rouge, come qualcuno potrebbe definirlo – i tre organizzatori dell’evento hanno eseguito una cernita tra i numerosi progetti inviati nel mese di apertura del bando arrivando ad ammetterne alla partecipazione sei (accettandone quindi addirittura uno in più perché “impossibile rinunciare ad anche solo uno del gruppo finale”): 03:47 di Ester Tessuti, Agape di Alessio Petrillo, L’apprendissage di Celeste Zanzi, Segaiolo di Lorenzo Mazza, La buona condotta di Francesco Gheghi e Io sono migliore di Jimmi Rodolfi.

Nicholas Ruffilli di ADCOM sul palco assieme ai rappresentanti dei due corti vincitori
L’evento è stato senza dubbio un successo: la sala, completamente sold out, era gremita di persone ed i corti presentati hanno messo in mostra non solo nuovi talenti ma hanno anche permesso un lungo ed interessante scambio tra pubblico ed autori. Ma la sorpresa senza dubbio più sorprendente è arrivata al momento della premiazione: dopo la prima votazione in cui il pubblico ha decretato 03:47 come vincitore del Premio del Pubblico, ADCOM è salita sul palco e, dopo aver tessuto le lodi di tutte le opere mostrate, ha spiazzato tutti i presenti – organizzatori compresi – decidendo di assegnare due Premi della Giuria permettendo così sia a La buona condotta che a 03:47 di portarsi a casa €1500 di noleggio attrezzature!
“ADCOM è un’azienda che lavora nel settore da trentacinque anni” come ci ha comunicato Nicholas Ruffilli che lavora già da parecchi anni in ADCOM e che era presente all’evento per assegnare i premi “e che punta molto sulla formazione dei giovani, elemento che infatti ci contraddistingue anche nell’età dei lavoratori che compongono il team stesso dell’azienda. Ci teniamo quindi a sostenere iniziative come queste perché, soprattutto a livello culturale, sono quello che noi riteniamo essere fondamentale per la crescita del cinema e la passione verso di essi; perché è un ambiente che sta diventando sempre più soltanto business, come fatto presente anche da uno dei presenti in sala di come, con poche conoscenze, fai poca strada ed il nostro obiettivo è proprio quello di contrastare, per quanto possibile, questa tendenza.”
Noi di Frames Cinema, oltre ad aver partecipato all’evento visionando i cortometraggi sul grande schermo, abbiamo avuto l’opportunità di scambiare alcune parole con la maggior parte dei registi presenti!

Ester Tessuti – 03:47
Uno squillo di telefono sconvolge una cena di Natale in famiglia, rivelandosi cruciale.
Originaria della Sardegna, ha iniziato come molti della sua generazione ad approcciarsi al mondo del cinema e ad appassionarsi attraverso YouTube; successivamente ha avuto la possibilità di partecipare ad un corso di video production durante un semestre a Vancouver in Canada, che l’ha avvicinata così agli aspetti più produttivi dell’ambiente a cui sarebbe poi tornata, dopo il diploma al liceo classico, iscrivendosi alla RUFA, Rome University of Fine Arts, laureandosi nel percorso cinema e dove, durante il secondo anno, ha realizzato proprio il cortometraggio presentato in concorso.
Nonostante sia un progetto iniziale di carriera, 03:47, essendo un progetto universitario, esula dalle logiche dell’autoproduzione tipica di questi casi. Com’è stata questa esperienza di lavoro in team?
Di certo l’università in questo aiuta molto, perché la classe diventa poi la tua troupe con ognuno i propri ruoli, direttore della fotografia, fonico, operatore di macchina, microfonista, quindi diventi agevolato nel non dover andare a cercare in ambienti esterni personalità varie per i ruoli e soprattutto limitare così i vari costi ed in questo l’università svolge ancora un ruolo importante nel fornire anche tutta l’attrezzatura. Rimangono comunque molto difficoltà, soprattutto perché l’università ti offre l’attrezzatura ed un forte background teorico e poi ti “getta sul set”, che è anche giusto, secondo me, perché affronti così tutte le varie problematiche da solo ma al tempo stesso con il supporto dei tuoi colleghi. Rimangono comunque dei costi da sopperire e che necessitano di mettere mano al proprio portafoglio per le location o le necessità varie che si presentano, anche se un ulteriore risparmio arriva proprio sul fronte degli attori che, essendo alle loro prime esperienze, diventa uno scambio: io faccio il corto e tu hai l’opportunità di metterti alla prova.
Proprio riguardo agli attori, venivano tutti da ambienti esterni o c’era qualcuno trovato all’interno dell’università?
Gli attori sono tutti da fuori, soprattutto perché alla RUFA non è presente un vero indirizzo di recitazione ma soltanto un corso di direzione degli attori pensato soprattutto per noi aspiranti registi. Ho quindi semplicemente messo gli annunci sui vari siti, con l’aiuto dell’università di mettere a disposizione l’aula e la camera per i provini. Ho potuto poi, sempre in università, avere degli spazi a disposizione per diverse prove prima delle riprese effettive.
A livello di tempistiche, quanto tempo ha impiegato il progetto?
All’incirca un paio di mesi di pre-produzione, mentre dalla produzione alla post abbiamo impiegato intorno ai sei mesi. Essendo il cortometraggio realizzato per un esame, abbiamo avuto la fortuna di poter lavorare anche durante le ore dei lezione, con l’aiuto anche del professore, però inevitabilmente all’incirca un anno c’è voluto.
Essendo tu regista, sceneggiatrice ed anche produttrice hai avuto la possibilità di mettere mano a molteplici fasi del progetto. C’è stata qualche momento di difficoltà in cui hai dovuto combattere per ottenere ciò che avevi in mente?
Sicuramente qualcosa per cui ho incontrato numerose difficoltà è stata la location, soprattutto per riuscire a trovare quella giusta senza passare per location apposta per girare in quanto non sarebbe stato possibile da sostenere a livello monetario; ho fatto quindi un po’ la location manager girando tra Booking, Airbnb e siti vari, facendo chiamate su chiamate per riuscire ad ottenere una location ottimale. Altra grande difficoltà è stata senz’altro la scena dell’incidente, per cui ho dovuto contattare direttamente uno sfasciacarrozze ed è stato tutt’altro che semplice.
Per il resto essendo un aspirante regista, per quanto tu abbia la troupe che ti copre le spalle, devi comunque arrivare sempre dappertutto, anche perché essendo tu regista magari hai un’ottica realizzativa del progetto che alcuni della troupe condividono a tuo modo ed altri meno, non trattandosi ovviamente di una troupe pagata ma pur sempre di un progetto universitario.
Quindi possiamo dire che sei riuscita a dare la tua visione al progetto senza nessun intervento esterno.
Nel caso di 03:47 si trattava di un progetto che avevo molto a cuore nel voler trasmettere la paura della morte e l’angoscia di questa tematica, quindi sono riuscita a proporre quanto volevo. Già magari con altri progetti successivi, sempre universitari, il professore è intervenuto in fase di sceneggiatura modificando alcuni elementi e portandoti a scrittura ultimata con qualcosa di molto diverso, ma penso di poter dire che non è stato questo il caso. Mi sento molto fiera di 03:47 e penso di aver inserito tutto ciò che volevo.
Ottimo, questa è sempre una cosa bella. Sempre riguardo al cortometraggio, nei titoli di coda ho notato come la protagonista non abbia il nome dell’attrice, elemento di solito comune nelle piccole produzioni, ma si chiami invece Beatrice: c’è un motivo particolare dietro a questa scelta?
In realtà no, è semplicemente un nome che mi piaceva. Unico caso in cui succede è quello della sorella che condivide il nome Eleonora con l’attrice, ma è stato del tutto dettato dal caso.
Hai avuto invece qualche ispirazione da parte di registi che apprezzi particolarmente o di film, serie tv o romanzi che ti hanno segnata in fasi della tua vita e che hai voluto poi inserire proprio in 03:47?
Sicuramente ci sono state diverse ispirazioni inconsce, ma in particolare un regista che mi piace molto e a cui aspiro è Darren Aronofsky, ad esempio con Il cigno nero in cui sovrappone finzione e realtà ed è un concetto ed un tema che apprezzo molto e che sicuramente continuerò a trattare.
Per quanto riguarda invece il futuro hai qualche progetto a cui stai lavorando?
Sì, adesso sto portando a termine il montaggio di 2080, un cortometraggio girato sempre con la RUFA e che racconta la storia di un influencer anziana in un futuro prossimo che vive rinchiusa nella sua casa assieme ad un sistema domotico che le parla di commenti, like e la aggiorna in continuazione sulle sue notifiche. Poi sto finendo anche un docu-film, intitolato La lepre, ed è una storia biografica ispirata ad una vicenda accaduta a mia nonna da giovane, ambientata quindi in Sardegna e che presenta anche alcune interviste di persone del mio paese ed anche in questo caso si parla sempre di paura della morte.
03:47 è disponibile gratuitamente su YouTube.

Alessio Petrillo – Agape
Una coppia di giovani fidanzati affronta una forte crisi scatenata dalla gelosia.
Originario di Rimini, è arrivato in terra bolognese prima con una prima laurea in giurisprudenza ed ora con una in cinema al DAMS, ha avuto la possibilità di un piccolo sneak peek nel mondo dello spettacolo lavorando alla sceneggiatura per un documentario sportivo. Il vero approdo nel mondo del cinema è però avvenuto con la scrittura di un soggetto per un cortometraggio e la fortuna di aver trovato il supporto di una casa di produzione formata da personalità molto giovani che gli hanno permesso di rendere Agape realtà.
L’idea per Agape è stata qualcosa di immediata o è qualcosa che ti sei portato dentro per diversi anni?
In realtà la stesura dell’idea è stata molto veloce, tempo un paio di mesi ed era già stato messo tutto per iscritto. È stata invece poi la produzione in sé che ha poi richiesto molto più tempo: essendo io alle prime armi e sprovvisto di esperienze passate o curriculum mi sono adattato alle necessità ed alle richieste della produzione che aveva comunque messo a disposizione una parte del budget, ottenendo invece il resto tramite un crowdfunding e, mettere poi insieme tutto, ha inevitabilmente necessitato di tanto tempo.
Vedere un supporto da parte di una casa di produzione verso un’opera prima è senza dubbio sempre bello da vedere. Addentrandoci maggiormente nel corto ti voglio chiedere: il titolo Agape proviene da un tuo background di studi o ci sono altre motivazioni dietro?
Il titolo spassionatamente proviene dal nome di una canzone che però poi non ha avuto nessun altro legame artistico con la creazione del cortometraggio. Ho infatti principalmente attinto dal significato della parola stessa che richiama il concetto, principalmente in termini religiosi, di “amore puro”, un amore spassionato e disinteressato che è il fulcro del cortometraggio; all’interno del cortometraggio questo viene letto dal protagonista come obiettivo da raggiungere, fallendo poi nel progredire in una direzione completamente opposta.
Sul finale del progetto avviene un ribaltamento completo di prospettiva, sia narrativo e tematico sia di messa in scena. Nel processo creativo hai stabilito un significato preciso alle vicende o hai preferito lasciare allo spettatore la libertà di interpretazione?
Diciamo che io ho un significato, che spero poi possa passare a livello generale, che punta al mettere sotto i riflettori una gelosia delirante del protagonista che si crea delle proiezioni di dubbi e tradimenti dentro la sua testa e che in realtà non esistono ed una successiva presa di posizione da parte della ragazza protagonista, costruendo quindi un messaggio senza eccessive pretese di accorgersi anche di piccoli atteggiamenti che, purtroppo, nei fatti di cronaca sentiamo spesso e che si rivelano spesso essere fatali.
Al tempo stesso mi piace pensare che la visione si presti ad altre alternative e che non giri tutto attorno ad una visione univoca, però spero che comunque il messaggio di fondo riesca ad arrivare.
Proprio nella costruzione dei temi e delle vicende gioca un ruolo fondamentale il montaggio: è un aspetto di cui ti sei occupato personalmente?
Facendo un giro largo per risponderti, ci tengo a parlare un attimo delle maestranze che ho avuto l’opportunità di dirigere e che, nonostante fossi io a impartire loro i comandi per le scene, mi piace considerare al tempo stesso come degli insegnanti che, durante il lungo periodo di produzione, mi hanno insegnato e trasmesso molto. Mi collego con questo discorso al montaggio che è stato affidato a Luigiantonio Perri e che mi ha permesso, con il suo lavoro, di ammirare come non sia soltanto una questione di unire le riprese ma come, in accordo alla mia visione come regista, anche solo mescolando un solo elemento si creava un mosaico completamente diverso. Per le varie scene lui mi presentava alcune proposte e confrontandoci con quanto presente nello script abbiamo avuto un dialogo continuo che, ripeto, mi ha trasmesso ed insegnato molto.
Parlavi giusto ora degli attori: il processo di casting è passato interamente attraverso la casa di produzione?
Nicolò Gorza [che interpreta il protagonista, n.d.r.] in realtà già lo conoscevo perché ha studiato recitazione nella mia zona e l’avevo perciò già individuato come volto; la ragazza invece, Anna Haholkina, è passata invece attraverso dei casting nei quali mi propose tre versioni differenti del personaggio e convincendomi così appieno. Vedere loro due recitare per me è stata un’esperienza davvero importante perché mi ha insegnato molto, soprattutto perché hanno due modi estremamente diversi di recitare: Anna molto più immedesimata nel sentimento del suo personaggio, mentre Nicolò si è presentato molto recettivo ad interiorizzare i vari suggerimenti da parte mia unendoli per creare una sua idea del personaggio. Ammetto che tutto ciò è stato davvero molto bello.
I tempi di riprese immagino siano stati molto brevi?
Assolutamente sì, abbiamo girato tutto in un’unica giornata. È stata molto lunga ma siamo arrivati preparati, con una grande consapevolezza dei tempi da rispettare; magari uno script del genere normalmente verrebbe diviso in più giornate, ma questo è quello che potevamo permetterci e l’abbiamo sfruttato appieno. Essendo però stata la mia prima esperienza ammetto di essere molto fiero del risultato e di come siamo riusciti a gestire il tutto senza problematiche invalidanti.
Proprio sulle problematiche, c’è stato qualche momento in cui avete dovuto arginare un problema la cui soluzione, alla fine di tutto, ti ha reso comunque fiero anche forse più del risultato inizialmente sperato?
Sì, inizialmente l’idea ad esempio della fotografia del film era di presentare un microcosmo opposto a quello del protagonista, quindi una giornata estiva, soleggiata e rilassante opposta alla sua visione cupa e opprimente; in realtà da diverse settimane il meteo sembrava sfavorevole a ciò, portandomi perciò a lavorare con una fotografia che descrivesse a tutti gli effetti quel mondo interiore così cupo. Un problema quindi relativo ed il cui risultato sono stato contentissimo, già più difficile è stata la gestione della pioggia prevista per quella giornata: la mattina la forte pioggia l’abbiamo evitata girando la sequenza in interno, mentre al pomeriggio, dove era necessaria la pioggia proprio da script, smise obbligandoci così a doverci adoperare per creare una pioggia finta, ottenuta con delle persone in piedi su una scala ed un paio di gomme. Se quindi siamo comunque riusciti a risolvere, il problema è stato dover utilizzare alcuni membri della troupe che, di conseguenza, hanno impiegato tutto il pomeriggio per questo “ruolo”.
Rimanendo tra il layer artistico e quello produttivo, la scelta dell’aspect ratio è stata maggiormente legata alle strumentazioni a disposizione oppure ad una precisa scelta stilistica pensata già in origine?
La ratio è stata completamente una mia scelta che, vagamente, mi riporta un po’ alla mente il cinema di una volta e ad alcuni film, di cui ammetto non essere certo se la ratio combaci, di [Luis] Buñuel ad esempio. Diciamo che mi piacevano molto quel tipo di inquadrature con quelle dimensioni ed essendo che, qui lo dico più come cinefilo che come regista, mi guardo molti film che giocano con il mondo interiore e l’immaginazione, mi sono proprio innamorato.
Questa scelta ti ha portato qualche difficoltà nella gestione delle inquadrature o in maniera opposta ti ha facilitato?
In realtà è stata più che altro una facilitazione perché era stato pensato come gusto ma, riducendo la larghezza dell’inquadratura, abbiamo potuto lavorare su scenografie più ridotte, riuscendo a ridurre i costi, soprattutto nei tempi, mantenendo comunque un alto livello di attenzione.
Riguardo al tuo futuro, invece, hai già in mente qualche progetto?
In realtà ne ho due, entrambi cortometraggi: uno che prevede un budget più corposo rispetto ad Agape che spero di girare tra Rimini e San Marino e che si imposta più a lungo termine, cercando così anche di “alzare un po’ l’asticella”; l’altro invece è molto più veloce e sempre da girare in giornata e che gireremo proprio in questi giorni per cui, in queste ore, stiamo cercando di incastrare tutto il necessario.

Celeste Zanzi – L’apprendissage
Un ritratto intimo e surreale di una giovane donna che attende il proprio destino.
Celeste fa parte di Amuse-Bouche, un collettivo situato a Padova composto da persone dal background eterogeneo tra chi viene da studi di cinema e chi invece di sociologia o arte e che vengono da un ambiente internazionale. L’obiettivo del collettivo è quello di produrre dei “cine-esperimenti” che vedono Celeste in chiave di regista e sceneggiatrice.
Voi membri del collettivo, come vi siete conosciuti?
Io sono di Ravenna, altri invece spaziano da Mosca a Treviso; ci siamo però conosciuti tutti a Padova, principalmente tramite l’università e poi tramite conoscenze personali e lavoro.
Il tuo background da regista e sceneggiatrice è completamente da autodidatta oppure se passata attraverso accademie o università?
Ho frequentato la magistrale al DAMS di Padova nell’indirizzo “Scienze dello spettacolo e produzione multimediale”. La mia prima introduzione di studio del cinema è stata alla triennale di Lettere Moderne attraverso un corso tenuto dal DAMS di Bologna da cui questa mia passione si è diciamo sistematizzata nel comprendere appieno i miei gusti, anche se ovviamente l’amore per il cinema c’è sempre stato fin da quand’ero ragazzina e mi divertivo, più che a recuperare grandi classici, a scovare qualche perla nascosta. Poi ovviamente ho incominciato a guardare i mostri sacri che, per quanto possano anche essere dei mattoni, ti possono però senz’altro essere d’aiuto nel momento in cui il cinema diventa una lente attraverso cui leggere o interpretare la realtà.
Parlando di lenti per leggere la realtà, c’è stato qualcosa che hai visto o letto che ti ha ispirato proprio per la lavorazione a L’apprendissage?
Non sono molto quella persona che, parlando di film, ti va a citare la filosofia o il pensiero particolare di qualche regista o autore, però una lettura che ho apprezzato moltissimo è stato il pensiero sul détournemont e la post-production, passando quindi un po’ per Baudrillard e simili che, poi, si è riflesso ne L’apprendissage soprattutto nel ruolo e nell’uso della musica.
Proprio sulle musiche, ed allargo il discorso anche ai materiali d’archivio, avete valutato cosa inserire tra quanto a disposizione oppure siete partiti subito con le vostre idee senza porvi limiti particolari?
Prima come sceneggiatrice e poi come regista non mi sono posta il problema di cosa potevamo utilizzare quanto piuttosto di cosa si inseriva bene nella storia. Proprio mentre pensavo alla sceneggiatura stavo ultimando la mia tesi magistrale sul “cinema militante femminista italiano degli anni ‘70” e quindi, sia ne L’apprendissage che nel progetto precedente, sono presenti scene da film di quel periodo che si legavano a doppio filo a quanto volevamo mostrare nel nostro progetto. Un esempio è il tema dell’aborto che è stato inserito sia in Demons [primo progetto di Amouse-Bouche sempre scritto e diretto da Celeste, n.d.r.] sia in questo, tanto che possiamo vederne L’apprendissage come un “sequel tematico” in cui ritorna, ad esempio, la scena in cui la ragazza gratta sul muro e che per me ha rappresentato una sfida nell’inserirla in un contesto diverso dove però trova comunque il suo posto.
Ci sono però senz’altro delle ispirazioni a quel clima da primo MTV come visto nello show [Hi Octane] della Coppola e della Cassavetes, quindi nel passaggio generazionale tra padri e figlie; si trattava quindi di costruire poi una storia cercando di non seguire per forza i criteri di linearità di stampo più classico. Non siamo di certo le prime a tentare qualcosa di questo tipo, però essendo una produzione piccola da un lato ha limitato sul fattore monetario ma dall’altro ci ha concesso grande libertà.
A livello di colore, il film è molto rosa. C’è una motivazione particolare dietro questa scelta?
Sì. Innanzitutto nel personaggio, con l’idea di creare un mix tra Relazioni pericolose ed una Mademoiselle ancora piccola, che sarebbe vissuto in quei primi anni 2000 che erano pienamente caratterizzati da questa scelta di colori. Mi piace anche vederci una riappropriazione femminile del colore rosa che per molte donne, soprattutto della mia età, è arrivata in un’età adulta dopo il classico periodo adolescenziale in cui devi dimostrare di essere diversa tra il nero come colore preferito e lo zero come numero del cuore. Penso invece che il rosa sia invece un bellissimo colore e ci piaceva proprio l’idea di giocare quindi un po’ con i codici grafici anche nell’idea di passaggio generazionale interno alla casa, dato che l’ambientazione casalinga è poi condivisa anche tra i due progetti.
Anche attraverso i materiali promozionali, realizzati in collaborazione con una grafica di nostra conoscenza, ci piaceva mimare le riviste dei primi 2000 con una it girl che però al tempo stesso manifesta un atteggiamento opposto all’icona.
Nella vostra autoproduzione ci sono state delle sfide particolari che siete però felicemente riuscite a superare?
Tantissime, soprattutto perché essendo appunto un’autoproduzione ti ritrovi a fare tutto in pochissime persone. Un esempio di problematica che mi viene in mente è legata alla scena in cui la protagonista guarda Six Feet Under alla televisione: l’idea originale era infatti di mostrare un altro programma il cui dvd però, al momento delle riprese, non funzionava ed abbiamo quindi ripiegato su Six Feet Under che avevamo portato come backup.
Ovviamente rimane tutto sempre molto complesso nel riuscire a gestire i problemi con il budget a disposizione, ma finora grazie alla solidarietà ed alla divisione coscienziosa dei ruoli siamo riusciti a trovare un bilanciamento mantenendo comunque uno spazio sempre ampio per la sperimentazione o l’improvvisazione.
Per quanto riguarda invece il futuro del collettivo puoi dirci qualcosa?
Certo. La chiusura della trilogia di cortometraggi è a buon punto, dato che siamo già in fase di montaggio. Concluso il progetto, essendo un’autoproduzione, siamo costretti a fermarci per riuscire a racimolare i soldi necessari per i vari progetti. Le idee comunque sono tante, quindi vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Sul canale YouTube di Amouse-Bouche trovate entrambi i cortometraggi.

Lorenzo Mazza – Segaiolo
Andrea, ventenne in crisi, si rifugia nella propria stanza finché non sarà costretto a confrontarsi con il mondo esterno.
Dopo il diploma al liceo classico, ha frequentato un corso di comunicazione con il quale si è addentrato nel mondo del videomaking per poi proseguire il suo percorso di studi alla Rosencrantz & Guildenstern a Bologna all’interno della quale ha svolto tutte le vasi produttive del suo cortometraggio.
Puoi descriverci il tuo corto in tre parole?
Grottesco, irriverente e ironico.
Già queste parole si rispecchiano perfettamente nel titolo del cortometraggio. Hai avuto qualche momento in cui hai pensato che come titolo potesse non essere giusto o sei sempre stato convinto al 100%?
Il titolo mi è venuto di getto mentre scrivevo il soggetto e lo presentai così all’interno della scuola. Nei momenti successivi ammetto che qualche dubbio lo avevo e volevo virare verso qualcosa come “peccato di gola”, ma mi sembravano poi tutti eccessivamente pretenziosi soprattutto rispetto al mood del progetto, quindi poi da titolo di lavorazione è divenuto il titolo ufficiale del progetto.
Riguardo all’idea, hai preso ispirazione da qualcosa o è venuto tutto di getto?
Diciamo che le tematiche del corto me le porto dietro da diverso tempo. Non si trattavano di veri e proprio cortometraggi quanto piuttosto di idee ma, ad esempio, proprio alla selezione per entrare nella scuola portai uno spunto simile che mescolasse tematiche profonde con un tono più irriverente. Quando poi ci fu l’occasione per lavorare su un progetto, inizialmente ebbi un po’ di timore soprattutto nel portare un prodotto sulla masturbazione davanti a persone con cui non avevo ancora molta confidenza, ma più ci lavoravo più la tematica sembrava perfetta per il messaggio perciò feci questa scelta definitiva.
Sul lato più produttivo, invece, la scelta del cast e della troupe è avvenuta tutta attraverso la scuola?
La troupe è stata tutta composta in ambito accademico soprattutto per un funzionamento interno alla scuola, con uno scambio continuo di ruoli tra i vari progetti così da aiutarsi a vicenda; invece, ad eccezione di Eugenia [interprete della titolare] che aveva frequentato un corso di recitazione della scuola, il cast è arrivato tutto per vie traverse, il protagonista l’ho trovato cercando tra le scuole di teatro oppure con i casting su Facebook.
Visto il ruolo molto particolare, individuare il protagonista è stato un processo veloce o ha richiesto molto tempo?
Io personalmente mi approcciai con i piedi di piombo, proprio per le tematiche che rappresentava ma soprattutto per le sue azioni davanti alla camera; paradossalmente però Giulio [Mazza] fu il primo che incontrai e mi mise completamente a mio agio, dicendomi subito quanto gli piacesse l’idea e che si dimostrò completamente coinvolta e piena di entusiasmo. Senza dubbio questo suo atteggiamento mi caricò molto sia per cercare gli altri attori che per le fasi successive delle riprese. Aggiungiamoci poi che ci chiamavamo entrambi Mazza di cognome, elemento che non potevo assolutamente ignorare!
Le attrezzature che avete utilizzato vi sono state fornite interamente dalla scuola?
Sì, esclusivamente.
Ti sei quindi dovuto adattare molto a quanto fornito oppure avevi delle idee particolari in questo ambito che sei riuscito a concretizzare
Diciamo che mi sono fortemente basato sull’educazione ricevuto all’interno del percorso scolastico e, avendo anche potuto provare durante alcune esercitazioni queste strumentazioni, ho preferito limitarmi a quelle. Unica eccezione è stato l’utilizzo di uno stabilizzatore, che solitamente non utilizziamo all’interno della scuola, e che ho voluto usare comunque in una scena che poi è stata rigirata proprio perché, vista la poca dimestichezza, non siamo riusciti a ottenere un risultato che ci piaceva. Alla fine quindi un paio di mesi dopo l’abbiamo rigirata utilizzando un carrello, ripensando però proprio da zero l’intera sequenza per adattarsi alla strumentazione diversa.
In maniera simile, ci sono state delle problematiche che inavvertitamente hanno prodotto un effetto inaspettatamente piacevole?
Diciamo che non mi ha fatto impazzire di gioia, però nell’allestimento della sua camera da letto durante i sopralluoghi non mi resi conto che i muri avevano la carta da parati, perciò quando cercammo di allestirla non si attaccava nulla. Alla fine abbiamo quindi appeso solo due giornali, rovinando anche la carta da parati, creando però così un mood forse più disordinato che, nonostante non fosse intenzionale, comunque gioca la sua parte.
Per le location che avete utilizzato siete passati attraverso vostre conoscenze oppure ci sono stati casi più “seri”?
Le case utilizzate erano tutte di amici miei o dei compagni di scuola. Già più problematico è stato gestire il ristorante, dato che presentare questo progetto a persone che non si conoscono non è un processo così immediato, tanto che cercai di raccontarlo nella maniera più “presentabile” possibile con la titolare che quindi, durante le riprese, rimase più che confusa da come le cose stavano procedendo costringendo il mio insegnante a intervenire per riuscire a calmare le acque. In maniera simile ma diversa fu un problema anche la galera sul finale, perché l’abbiamo dovuta ricreare noi in un luogo vicino ad altre location per facilitare poi gli spostamenti: alla fine abbiamo utilizzato un garage vuoto di un mio amico che abbiamo decorato un po’ artigianalmente, si vede senz’altro che non è una vera prigione ma siamo stati comunque contenti del risultato.
Per quanto riguarda il tuo futuro, hai altri progetti già in mente?
Sì. Sicuramente continuerò con la produzione di alcuni progetti più documentaristici, non studiati magari con sceneggiature o troupe quanto piuttosto andando in giro a cercare l’ispirazione e sperimentando anche alla ricerca del giusto montaggio. Questo soprattutto lo vedo come allenamento soprattutto per prendere dimestichezza con alcune attrezzature e software. Sempre assieme ad altri ragazzi dell’ambiente accademico stiamo invece progettando la creazione di un gruppo di lavoro, così da creare un ulteriore banco di prova e allenamento: attualmente sto ultimando la sceneggiatura di un nuovo progetto che seppur sia diverso da Segaiolo ne condivide un po’ il mood ed i toni più grotteschi che mi contraddistinguono.

Jimmi Rodolfi – Io sono migliore
Un viaggio poetico che racconta il rapporto tra uomo e natura, tra illusione di dominio e bisogno di appartenenza.
Ventitreenne originario di Lugo che vive a Ravenna, si è appassionato al cinema vedendo per la prima volta a 19 anni, sotto consiglio di alcuni professori del liceo, La strada di Fellini che, oltre a dargli delle prospettive di riflessione sulla vita, fa esplodere in lui l’amore per questo mondo divenuto ora motivo di vita. “Io il cinema lo ringrazio, per me fare cinema è una necessità, un bisogno”: con questa linea di pensiero si è approcciato alla realizzazione di cortometraggi per potersi così raccontare appieno.
Nel raccontarti attraverso Io sono migliore c’è qualcosa nello specifico che hai sentito il bisogno di inserire nel progetto?
Sicuramente uno dei temi principali e che ritorna spesso nei progetti recenti è quello della società e delle persone. È un tema che mi sta molto a cuore e che in questo caso specifico si pone come riflessione sul rapporto tra le persone e la natura.
Durante la serata hai accennato a come il protagonista fosse anche il tuo migliore amico: questo progetto l’hai quindi pensato tu in primis e poi l’hai proposto a lui oppure vi siete ritrovati a pensarlo assieme?
Per me il rapporto umano è fondamentale, qualcosa che cerco di porre sempre alla base di ogni progetto a cui lavoro. Io avevo scritto l’idea e sentivo il bisogno di raccontarla, perciò sono andato subito da lui. Ovviamente prima di iniziare a lavorare ci siamo confrontati e lui mi ha detto la sua riguardo al progetto, soprattutto perché ritengo che il cinema sia anche un confronto e vivere assieme e, visto il mio modo di vedere il cinema non solo come lavoro ma anche (e soprattutto) come vita, non potevo non dare il giusto peso al rapporto umano tra me e lui.
In maniera uguale sto facendo per il mio prossimo lavoro: è sempre autoprodotto completamente in autonomia, tutto da me, ma per questa volta ho contattato un attore con il quale ho però sempre voluto costruire un rapporto prima di incominciare a lavorare sul set.
In merito alle tematiche, c’è stato qualcosa in particolare che ti ha ispirato?
Principalmente due cose che ho letto: La questione della tecnica di Heidegger, filosofo che tratta molto il tema della natura come struttura e non come risorsa naturale, quindi vicina al concetto di considerare la natura come un mezzo, ed un racconto che ho letto un paio di mesi fa intitolato Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij, che tratta il tema della scienza come mezzo per spiegare all’uomo le leggi della felicità. Nel corto il protagonista cita una frase presente nel libro: “la scienza ci ha spiegato cos’è la vita, essa stessa aspira a comprenderla per insegnarci a vivere”, quindi costruendo un ragionamento che si basa del tutto sulla scienza che ci deve spiegare come si vive in modo razionale. In realtà poi secondo me la vita non è così, creando un paradosso in cui la scienza così grande diventa al tempo stesso distruttiva soprattutto a causa dell’uomo e delle sue scelte nell’utilizzarla.
Al tempo stesso prendo anche tanta ispirazione dalla mia di vita: ad esempio la frase finale “mi fai paura quando fai così, mamma per favore riportami a casa” l’ho presa da un testo di Ray Charles che, quando ho casualmente ascoltato, mi ha completamente folgorato per quanto fosse adatta al racconto che stavo creando. In egual maniera il rutto: ho semplicemente sentito il mio amico ruttare ed ho pensato “è perfetto, non posso non inserirlo”.
Sul campo cinematografico c’è stato invece qualcosa che, anche inconsciamente, ti ha ispirato?
Sicuramente il cinema tedesco mi ha influenzato tantissimo. Di lui amo particolarmente l’estetica e la composizione dell’inquadratura, non a caso sono infatti un grande amante della camera fissa: secondo me la camera si deve muovere solo per dei motivi ben specifici perciò mi sono trovato molto più a mio agio nell’usare inquadrature fisse e l’ho fatto finora in tutti i miei progetti. La camera a mano la sto però usando adesso per questo nuovo corto, soprattutto per riuscire a progredire nel mio cammino, senza mettermi così dei paletti troppo invasivi.
Anche la ratio ed il colore rispecchiano appieno questo amore: sei partito da subito con questa idea specifica di messa in scena?
Ho girato in 16:9 ma con in mante già il 4:3 soprattutto per pensieri di vita: in questo periodo sento molto vicini a me il bianco e nero ed il 4:3 come formato. Non significa ovviamente che non farò mai, ad esempio, un cinemascope a colori, ma anche per il progetto a cui sto lavorando l’estetica è sempre in questa linea. È un formato che ultimamente sta tornando di moda ed in molti lo usano, ma la mia scelta deriva totalmente dal mio sentirlo, in qualche modo, più intimo.
A livello di tempistiche com’è stato costruire il tuo cortometraggio?
Io sul set sto molto bene: possono passare un’ora come sedici e magari fisicamente le sento, ma mentalmente continuo ad andare e sono felice. Mi collego quindi dicendo che il corto è stato girato in all’incirca cinque giorni ma “pedalando”, lavorando molte ore al giorno. A cui si aggiunge poi il tempo necessario per occuparsi del sonoro e del montaggio, di cui mi sono completamente occupato da solo. È stata una sfida grande, soprattutto nel dover gestire molte cose sul set: anche banalmente che ci sia l’acqua, il cibo o una coperta per l’attore. A livello di stress è stato sicuramente impegnativo perché era come se il mio cervello fosse concentrato a pezzi, ognuno su un elemento diverso della produzione, ma sono sempre stato abituato così finora e, per quanto anche l’evento sia stata un’occasione per trovare realtà di lavoro in team ed in condivisione anche per il futuro, penso comunque che queste esperienze aiutino a gestire lo stress tipico del lavorare nel cinema e nello sviluppare quante più competenze possibili nei reparti più svariati.
Avevi accennato al tuo progetto futuro: è sempre legato al tema della natura?
La società è ancora presente, ma è un racconto legato maggiormente al concetto di “io” piuttosto che ad un qualcosa di più grande e condiviso come la natura. È qualcosa di molto onirico ed intimo, riguarda molto il singolo: se in Io sono migliore il messaggio era più popolare, in questo caso invece penso che possa magari non arrivare a tutti, ma a chi arriverà lo farà con il doppio della forza.
Io sono migliore è disponibile su YouTube.
Conclusioni
Sguardi Brevi è stato quindi innanzitutto un grande evento che ha permesso di riunire cinefili ed appassionati di cinema, ma soprattutto un’occasione per dare visibilità ai giovani autori che cercano di aprirsi la loro strada nel mondo del cinema. Già al lavoro sul loro nuovo progetto dal titolo Tarantula, parte dei pensieri dei ragazzi della Blue Soap rimangono legati a doppio filo all’evento dimostrandosi estremamente entusiasti di quanto raggiunto: “già parlando con i vari registi” ci ha confidato Zaccaria un paio di giorni dopo l’evento “ci siamo proprio resi conto di come, anche se solo un po’, un evento del genere può davvero fare la differenza e questo ci ha portato davvero al settimo cielo.”

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