Non mancano le occasioni, in The Legend of Ochi in cui i personaggi invocano esattamente ciò che il regista Isaiah Saxon– qui all’esordio nel cinema lungometraggio dopo diversi lavori nei videoclip musicali – chiede allo spettatore: un atto di fede, che trascenda qualsiasi spiegazione razionale.

In un panorama cinematografico dominato da universi cinematografici high-concept e declinazioni elevated di generi ben noti, e laddove persino la nostalgia anni ‘80 – e, più di recente, degli anni ‘90… – è diventata filone a sé, Isaiah Saxon fa qualcosa di leggermente diverso.

Creature strane

Nel costruire il suo mondo in un isola del Mar Nero, il film di Isaiah Saxon si affida meno alla costruzione – a parte un obbligatorio voice over iniziale… – e più all’evocazione di un microcosmo in cui culti tradizionali e modernità, primigeni contatti con la natura e canzoni pop italiane alla radio coesistono in un ambiente fuori dal tempo. Il rituale della caccia agli Ochi, primati oggetto di rancore fanatico da parte del “capobranco” Maxim (Willem Dafoe), risulta in un cucciolo ferito e separato dal suo branco. Sarà Yuri (Helena Zengel), a sua volta ferita e fuori posto nella sua stessa comunità, a legare con il piccolo Ochi, nel corso di un viaggio per riportarlo alla sua famiglia.

Questo è il mondo degli Ochi. Se potete già leggere da queste righe l’intera traiettoria della storia – il legame tra ragazzina umana e cucciolo Ochi è il ponte tra gli umani ostili e le misteriose creature, capace di appianare la diffidenza umana – o l’evoluzione dei protagonisti – contraddistinti da una piacevolmente rassicurante evoluzione verso l’empatia e l’ascolto dei sentimenti più profondi -, tranquilli: non siete i soli. L’opera prima di Isaiah Saxon toglie dalla strada qualsiasi pretesa di complessità e innovazione e riduce il world-building al necessario per delineare le creature del titolo.

La magia del già noto

Il sense of wonder non manca da The Legend of Ochi. La sensazione da avventura di altri tempi, a misura di bambino ma appetibile anche per un pubblico adulto, da certo cinema fantastico del secolo scorso Spielberghiano – ma in mezzo c’è anche Miyazaki – da cui Saxon prende a piene mani nello spirito più che nella lettera. La concretezza delle creature (portate in vita con efficaci animatronics) e dei suoi paesaggi mozzafiato è la vera carta vincente di un’avventura che fin troppo spesso lascia la magia in superficie

Ridotta all’osso la caratterizzazione dei personaggi, l’interesse di Isaiah Saxon per la creazione di un’atmosfera fantastica a bassa intensità, basata non su arcane forze ma sulla scoperta di un nascosto “realistico”, non trova che pochi momenti in cui gli è davvero permesso brillare. Sporadiche intuizioni – un Willem Dafoe in armatura che va in giro in jeep – sul solco del contrasto moderno/antico delineano un racconto non del tutto compiuto, in cui si avverte costantemente il bisogno di osare di più. Se non nella storia, quantomeno nello sfruttamento del potenziale immaginifico che il viaggio nello strano paese degli Ochi solo occasionalmente lascia affiorare in superficie.

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Valentino Feltrin,
Redattore.