Dopo Amer e Lacrime di sangue, Hélène Cattet e Bruno Forzani tornano a esplorare il cinema di genere italiano con Reflection in a dead diamond, uno spy movie psichedelico che si insinua nella percezione dello spettatore.
Presentato all’ultima Berlinale, il lungometraggio si allontana totalmente dalle canoniche regole della narrazione.
Non esiste un racconto ordinato, la trama non è rilevante, quel che conta sono le immagini, che vengono riprodotte una dietro l’altra, senza sosta, senza permettere al cervello di classificare le informazioni.
L’ambientazione dalla quale partiamo è un albergo della Costa Azzurra, in cui l’ormai pensionata spia John Diman (Fabio Testi) soggiorna da tempo sorseggiando drink e osservando il mare. L’interesse per una vicina di stanza scatena in lui le reminiscenze di un passato turbolento, tra diamanti rubati, fughe e combattimenti.
Questo è però solo un punto di inizio, un’idea che si sviluppa in tanti frammenti attraverso i quali si entra e si esce da una memoria disordinata e talvolta ambigua.

Tutto ci riporta ai film italiani di spionaggio degli anni’60, a partire dai titoli di testa con un font in grassetto rosso fuoco su uno sfondo nero. I colori della fotografia sono saturi, vividi, quasi appaiono fuori dallo schermo.
Attraverso degli zoom improvvisi scopriamo i dettagli degli occhi dell’agente segreto, pronti a rivivere altri momenti e a intrecciarsi con il suo stesso sguardo da giovane (Yannick Renier). Spesso la camera si inclina, ricorrendo all’angolo olandese, come a sottolineare lo stato di alterazione psicologica di Diman.
Tra dissolvenze e split screen avviene una manifestazione concreta del visibile. Non dobbiamo capire, dobbiamo guardare, addentrarci nell’illusione, privilegiare la vista e l’udito, lasciarci trascinare da una sorta di allucinazione che continua a esistere per 87 minuti.
Non riusciremo mai a delineare dei contorni tangibili, ad agguantare una consapevolezza.
In questo delirio dei sensi ragionato non mancano gli omaggi a Diabolik di Mario Bava, qui rivisitato in versione femminile con la temutissima e sfuggente Serpentik, e all’universo del terrore di Dario Argento. Si passa dall’erotismo, alla violenza fino al body horror, tutto condito da effetti e canzoni retrò (una fra tante 24.000 baci di Celentano).

Testi risulta una presenza esteticamente giusta in questa cornice. Ricorda (o gli piacerebbe ricordare) lo Sean Connery di Goldfinger e con un completo bianco si muove tra pochissime parole per i corridoi dell’hotel tenendo tra le mani una coppetta da cocktail.
Protagonista a parte, i personaggi sono sfuggenti, non è importante approfondirli, basti pensare alla misteriosa signora interpretata da Maria de Medeiros, il cui volto si presta perfettamente a questo gioco elusivo.
I registi mettono in scena un turbinio di sequenze disturbanti, trasportandoci in un quadro di Caravaggio, in un fumetto, in un fotoromanzo e addirittura su un set cinematografico, ma mai aiutandoci a distinguere il vero dal falso, la realtà dalla finzione.
Reflection in a dead diamond è sicuramente un viaggio mentale, in cui le suggestioni si impongono un fotogramma dopo l’altro.
Scrivi un commento