Spesso si è in grado di raggiungere delle consapevolezze solo ponendosi delle domande e cercando le risposte necessarie. Comprendere i quesiti e selezionarli è già un atto coscienzioso, ottenere la soluzione a ognuno di essi richiede sicuramente uno sforzo più complesso. Diventare grandi vuol dire anche compiere piccoli atti temerari e la protagonista di Paternal leave, primo film da regista di Alissa Jung, si dimostra coraggiosa e risoluta sin dalle prime sequenze.

Il lungometraggio, presentato alla Berlinale 2025 nella sezione Generation 14plus, segue le vicende di Leo (Juli Grabenhenrich), adolescente tedesca che si reca in treno a Marina Romea (frazione di Ravenna) per incontrare il padre Paolo (Luca Marinelli), di cui fino a poco prima non conosceva l’identità. L’uomo gestisce un baretto sulla spiaggia e cerca di trovare il suo equilibrio dedicandosi al surf e alla piccola Emilia, figlia avuta con una ex compagna. 

La sceneggiatura, ricolma di emozioni sia esplicitate che celate, non ha bisogno di dare spiegazioni, ci invita a leggere tra le righe vuote dei silenzi e dei gesti limitati, tra le assenze che non potranno mai tramutarsi in presenze e le parole che divengono fonte di liberazione. Capire qualcuno attraverso un’intervista scritta su un quadernino non è impresa semplice, ma è il modo di Leo di tentare un approccio, di giustificare i difetti del suo papà. Lei getta l’amo, sperando di pescare un riscontro positivo in una distesa di mancanze e rifiuti.

Due sconosciuti sono qui inevitabilmente collegati da un filo biologico che non può essere sottovalutato. La ragazza probabilmente immagina di imbattersi in un quarantenne consapevole e si ritrova invece di fronte a un immaturo, incapace di assumersi delle responsabilità, in perenne conflitto con se stesso e con la propria crescita personale. La funzione formativa di questo racconto si riflette sia sulla giovane che sull’adulto, meno avveduto e determinato di lei.

Il loro rapporto diviene un’arma a doppio taglio, un’incognita troppo difficile da calcolare, che potrebbe aggiungere e al contempo sottrarre. 

Il linguaggio utilizzato è un espediente azzeccato per sottolineare l’incomunicabilità, data sicuramente dalla poca familiarità tra i due, ma ricalcata dalla lingua di mezzo (l’inglese) che utilizzano per parlare. In alcune scene più intense, infatti, il tedesco per lei e l’italiano per lui appaiono fondamentali per riuscire a esprimersi per davvero. 

La recitazione di Marinelli è cosa nota e non si smentisce in questa occasione, ma l’interpretazione di Grabenhenrich è il motore essenziale della narrazione. La naturalezza e la carica emotiva dell’attrice riescono a conferire autenticità alla storia. Credibile risulta anche il personaggio di Edoardo (Arturo Gabbriellini), fattorino del minimarket del paesino, che vede nella nuova arrivata una ventata di freschezza in una realtà di provincia talvolta imbrigliata nelle convenzioni sociali. 

Il paesaggio, caratterizzato dalla desolazione delle spiagge invernali, non è uno sfondo ininfluente, ma accompagna i movimenti e i dialoghi: le onde ostinate e gelate, sempre presenti, prendono e donano, proprio come accade nelle relazioni tra le persone. Per tale ragione la fotografia (curata da Carolina Steinbrecher) tende a far prevalere i colori freddi, che si frappongono tra le frasi non dette.

Paternal leave tratta di rinnovamento, di maturazione e si muove con grande delicatezza lungo una strada già percorsa in precedenza da altri, trovando però la sua originalità. Trasformarsi comporta delle complicazioni, ma qualche volta provarci non costa nulla e spesso i ruoli non sono così definiti come pensiamo. Sicuramente, come ci suggeriscono le strofe di Giorgio Poi nei titoli di coda, può succedere che “un respiro diverso disperde la polvere e dal centro del petto cominci a rinascere”.

Maria Cagnazzo,
Redattrice.