L’arrivo del 2000. L’entrata della Cina nell’OMC. La diga delle Tre Gole. Le Olimpiadi di Pechino 2008. La pandemia da Covid. Tik Tok. I mondiali di calcio 2022. Nel suo nuovo film Generazione Romantica, presentato a Cannes 2024, Jia Zhangke riporta in vita vent’anni di storia cinese tramite il rapporto turbolento ed altalenante tra due amanti. Collage di materiale girato parallelamente ad altri suoi film (chiarissimi i riferimenti a Still life e Unknown pleasure) e di riprese figlie della quarantena, l’ultimo lavoro del regista di Fenyang è un incanalamento diretto del tempo “reale” nel testo filmico che propone uno sguardo trasversale sulla sua nazione e su coloro che vi abitano.

2001. Qiao Qiao (Zhao Tao, compagna del regista) e Guo Bin (Zhubin Li) hanno vent’anni, sono innamorati e il loro avvenire sembra essere più luminoso che mai in un paese in completa ascesa. 2006. Guo Bin è costretto a trasferirsi a causa della mancanza di opportunità lavorative ma promette a Qiao Qiao di ricontattarla non appena si sarà sistemato. La ragazza, dopo aver aspettato una chiamata che non è mai arrivata, decide di andare a cercare l’amante perduto solo per capire che la relazione è, in realtà, conclusa. 2022. I due si rincontrano, in piena pandemia, per la prima volta dopo anni e con varie questioni irrisolte.

Vent’anni in un attimo

La “generazione romantica” del titolo italiano, è quella nata alla fine della Rivoluzione culturale di Mao, tra gli ultimi anni ’70 e i primi ’80. Una generazione che domandava un cambiamento radicale della società cinese, che per troppo tempo era rimasta chiusa al mondo esterno, non solo all’occidente. Jia Zhangke traccia il cammino che questa generazione ha percorso e, più in generale, i cambiamenti a cui si è sottoposta la Cina negli ultimi decenni. Lo fa utilizzando il suo stesso cinema e la sua poetica per delineare i movimenti evolutivi del suo paese, in uno sforzo che non è solo intellettuale ma anche sociale, per non dire sociologico. L’esperienza del singolo come confronto e specchio della comunità, la distruzione di quel sogno di cambiamento che muore perché i tempi (e il tempo) sono troppo più veloci e potenti di lui. Una generazione superata che vive in una realtà in ascesa, o discesa, continua in cui i giovani di ieri sono diventati, troppo in fretta e senza accorgersene, i vecchi di oggi.

In questa compressione temporale le immagini cambiano mentre cambiano i volti dei personaggi. Dalla mania del primo digitale di inizio millennio si arriva ai giorni nostri, e il tempo opera costantemente, sia che si stia parlando di esseri umani o di tecnologie. Riconosciamo diversi formati e diverse grane, riconosciamo le facce invecchiate naturalmente e non con il make-up; in questo contesto l’accostamento di immagini cronologicamente distanti le risignifica, crea una continuità nuova che presuppone di lasciare dietro di sé spazi vuoti, ma i quali, se vuole, sarà lo spettatore a riempire.

Perché in epoca in cui l’immagine è più viva e contingente alla nostra esistenza che mai, riesumare il passato e farlo dialogare con il presente non è, per forza, necrofilia digitale o nostalgia gonfiata in nome della profondità, ma può essere l’unico motivo per cui abbia ancora un senso scegliere di comunicare qualcosa con il visivo.

Gianluca Meotti,
Redattore.