Siamo in un mondo di mostri, cinematografici. Solo negli ultimi mesi sono arrivati sul grande schermo un Wolf Man di Leigh Whannell, un Frankenstein firmato Guillermo del Toro e il Nosferatu di Robert Eggers; e presto vedremo nuove creature in un altro Dracula diretto da Radu Jude e in The Bride! di Maggie Gyllenhaal, dedicato alla sposa di Frankenstein.
In questo panorama, Luc Besson, alla sua ventesima regia, sceglie una strada del tutto diversa, concentrandosi non sull’orrore, ma sul sentimento e sulla sua ricerca più disperata.

Attraverso i secoli

L’inizio lo conosciamo bene: nella Transilvania del XV secolo, il principe Vlad (Caleb Landry Jones), durante una battaglia, uccide accidentalmente la sua amata Elisabetta (Zoe Bleu Sidel). Disperato, si rivolge a un prete affinché interceda con Dio per riportarla in vita. Ma le sue suppliche restano inascoltate, e Vlad, consumato dal dolore, rinnega la fede: condannato alla vita eterna, è costretto a nutrirsi del sangue degli uomini. Dopo secoli di solitudine, la sua amata ritorna, reincarnata nella Londra del XIX secolo nella figura di Mina, promessa sposa dell’avvocato Jonathan Harker (Ewens Abid).

L’insolito punto di vista del film si rivela già nella sua scena d’apertura, in cui Vlad ed Elisabetta giocano teneramente, mangiano insieme e fanno l’amore. Mai un film su Dracula era iniziato in modo così intimo e affettuoso, mantenendo questo tono per tutta la durata dell’opera. L’operazione messa in campo da Besson ha qualcosa di rivoluzionario: se il Dracula di Coppola accentuava già fortemente la dimensione romantica, qui il regista francese va oltre, abbracciando senza timore quel kitsch che da sempre lo contraddistingue.

Dracula fragile

La narrazione alterna momenti di grande e purissimo cinema, come le sequenze di battaglia o l’incontro tra la vampira interpretata da Matilda De Angelis e il prete di Christoph Waltz, ad altri che sfidano le convenzioni del buon gusto, coerentemente con l’estetica esagerata e contaminata tipica di Besson. Il risultato è un film che rifiuta ogni certezza, oscillando costantemente tra il sublime e il grottesco, tra passione e delirio visivo.

Caleb Landry Jones, con il suo volto inquieto e fragile, sembra nato per incarnare personaggi tormentati e autodistruttivi come quelli di Besson. Ma a sorprendere è anche Matilda De Angelis, che si abbandona completamente al ruolo, rivelando una recitazione istintiva, furiosa, quasi animalesca, perfettamente in sintonia con l’anima selvaggia e passionale del film.

Gianluca Meotti,
Redattore.