Perché mai Joshua Oppenheimer, regista noto per i suoi documentari, decide di girare un musical postapocalittico?

Dopo aver vinto il Gran Premio della giuria a Venezia nel 2014 per The Look of Silence ed essere stato candidato agli Oscar ben due volte, Oppenheimer torna sul grande schermo con un film di finzione estremamente legato ai precedenti The Act of Killing (2012) e The Look of Silence (2014). Anche questo terzo progetto, nonostante sia ambientato negli USA e in parte filmato nelle miniere di salgemma nei pressi di Palermo, ha la sua genesi in Indonesia. Il regista avrebbe voluto produrre un documentario sugli oligarchi indonesiani e su come questi avessero sfruttato il genocidio del 1965 per salire al potere e arricchirsi. 

Non potendo tornare in Indonesia dopo l’uscita di The Act of Killing per ragioni di sicurezza, Oppenheimer decide di cercare altrove e si imbatte in un magnate del petrolio che sta facendo costruire un bunker nel quale vivere con la propria famiglia per sfuggire agli orrori da egli stesso perpetrati.
The End è la risposta ad un quesito impossibile da porre: come si convive con la consapevolezza di aver lasciato morire i propri cari e miliardi di persone per salvare se stessi?

Sono passati circa vent’anni dalla catastrofe naturale che ha distrutto il mondo e ucciso tutti gli abitanti del pianeta. Non proprio tutti a dire il vero. Un ristrettissimo gruppo di sopravvissuti continua a trascorrere le proprie monotone giornate all’interno di un bunker che chiama casa.
La famiglia è composta dal Figlio (George MacKay), nato tra quelle mura, il Padre (Michael Shannon), la Madre (Tilda Swinton) e la sua Migliore Amica (Bronagh Gallagher), il Medico (Lennie James) e il Maggiordomo (Tim McInnerny). 

I dipinti che decorano le pareti permettono di affacciarsi su un mondo inaccessibile e ormai scomparso. Sono un ricordo di qualcosa che non esiste più e forse non è mai esistito. Perché le menzogne che i personaggi raccontano e alle quali finiscono per credere distorcono la realtà come la pennellata impressionista. 

Il Figlio costruisce un modellino per conservare la memoria delle grandi gesta dell’umanità, di un’umanità mai vissuta, mai sperimentata ma solo raccontata e filtrata, modificata da altri

Scrive le memorie del Padre: un magnate del petrolio convinto di aver fatto del bene, di essere un eroe, di aver salvato e migliorato innumerevoli vite umane.

Pensa che la Madre abbia calcato il palco del Bolshoi e che il figlio della Migliore Amica sia morto di cancro. 

Ipocrisia e bugie reggono il finto idillio accuratamente organizzato: nuoto in piscina per tenersi in forma, esercitazioni di sicurezza per sapere affrontare le emergenze e tiro al bersaglio per potersi difendere dai nemici, nuova disposizione dei quadri, costruzione di fiori di carta per abbellire ogni stanza, redazione di alcune pagine del libro, rifinitura del modellino.

È l’arrivo di Ragazza (Moses Ingram) a far vacillare l’instabile equilibrio.
Dove fuggire quando la verità viene a galla? Rifiutare la falsità o incarnarla?

La scelta di girare un musical è dovuta al legame imprescindibile tra questo genere e la nazione a stelle e strisce dove la storia è ambientata, ma anche della passione del regista per Les parapluies de Cherbourg (1964) di Jacques Demy (amore condiviso, tra gli altri, con Damien Chazelle: il suo La La Land si ispira alla pellicola interamente cantata di Demy). 

Le canzoni, scritte da Oppenheimer e composte da Joshua Schmidt, si richiamano continuamente andando a costituire un unicum che coinvolge maggiormente lo spettatore.
Il canto caratterizza i momenti di crisi dei personaggi che cercano di autoconvincersi e mentono al proprio io per andare avanti, per giustificare le proprie azioni, per non riconoscere i propri sbagli.
La colpa li tormenta, la verità li perseguita: sono responsabili della morte di milioni ma sono egoisticamente ancora vivi.

Il silenzio tuona minaccioso. Nel silenzio, l’insensibilità, la crudeltà, il dubbio, il pentimento sono impossibili da nascondere, da sopportare. 

A chi chiedere perdono?

Ancora una volta, Joshua Oppenheimer e la sua macchina da presa si oppongono ad una visione anestetizzata del cinema e del mondo che ci circonda, mostrando l’umanità tremenda e spaventosa che risiede in coloro che etichettiamo come “mostri”

Eva Sternai,
Redattrice.