Paolo Virzì ci riporta sull’isola di Ventotene, dove due famiglie molto diverse tra loro (ma con anche molte cose in comune) si scontrano sullo sfondo di un matrimonio che ricorda da vicino quello dei Ferragnez. Sono passati quasi trent’anni da Ferie d’agosto, forse non si sentiva proprio il bisogno di un sequel, eppure i nostri personaggi hanno avuto un’altra possibilità. “La casa è un po’ cambiata” ma loro sono sempre gli stessi, giusto?

L’estate del 2023 a Ventotene è particolarmente animata: l’isola è infatti stata scelta come location per celebrare il matrimonio di Sabrina, influencer famosa particolarmente legata alla casetta bianca dove l’avevamo già vista passare le vacanze di agosto da ragazza tanti anni prima. La casa bianca si è riempita di persone, tutte più o meno emozionate per le nozze della giovane. A pochi metri di distanza, nella casetta rosa, c’è invece il giovane imprenditore Altiero, in attesa dei suoi ospiti: tra loro suo padre Sandro, molto malato, a cui il figlio spera di regalare un’ultima vacanza con gli amici di sempre nel posto che più ama al mondo. Similmente a ciò che era successo in Ferie d’agosto, non ci vorrà molto tempo perché le due famiglie entrino in conflitto tra di loro. I preparativi per il matrimonio sono ingombranti, rumorosi, caotici, e il motivo scatenante del contrasto ha a che fare con una certa memoria storica a cui Sandro, giornalista e militante di sinistra, è profondamente connesso.

L’intento del film è un po’ quello di trasportare i conflitti generazionali e politici di Ferie d’agosto in un contesto moderno, inserendo tematiche attuali e modellando il tutto ai giorni nostri: peccato che la modernità qui sia stata tradotta in smartphone, sigarette elettroniche ovunque e vaghi riferimenti alla pandemia. Se lo scopo era quello di ironizzare sull’essere invecchiati, non tutto è andato come previsto. E così in Un altro ferragosto, la parola “altro” sta quasi a indicare un sentimento di stanchezza e di esasperazione, un po’ come dire “Dobbiamo davvero farci un altro ferragosto laggiù?”

Conflitti e implicazioni politiche

Il discorso politico messo su da Virzì è molto simile a quello in Ferie d’agosto, in cui il conflitto tra le due famiglie nasce da un incidente che coinvolge un giovane immigrato sulla costa dell’isola. Qui lo scontro esplode in occasione delle preparazioni al matrimonio, durante le quali viene abbattuto un rudere che si rivela essere stato un luogo importantissimo per gli antifascisti italiani che erano stati confinati su Ventotene nel 1943 (tra cui anche Pertini). Sandro, quello che un po’ possiamo identificare come il patriarca della famiglia nella casa rosa, non fa altro che ricordare e raccontare quel buio periodo della storia italiana; non è difficile capire come possa sentirsi di fronte a un’offesa del genere per di più attuata per il solo scopo di celebrare un matrimonio. Dall’altra parte, famiglia e amici di Sabrina e del promesso sposo Cesare, sembrano non capire il significato della loro azione (o forse non vogliono capire), e preferirebbero chiudere i contrasti “a tarallucci e vino”. A loro non interessa conoscere la storia dei militanti di sinistra oppositori al regime fascista, non in questo giorno di festa. E qui chi ha ragione?

Una riflessione su entrambe le parti del conflitto e sulle loro ragioni sarebbe stata molto interessante da sviluppare nella seconda parte del film, e in parte ci si riesce, ma non con la stessa forza e profondità che avevamo visto in Ferie d’agosto. Non che il motivo scatenante della trama sia più debole, è lo svolgimento a non essere sempre perfetto. La chiara critica alle tendenze degli influencer a spettacolarizzare ogni aspetto della propria vita sarebbe potuta essere sviluppata più accuratamente, considerano l’attualità della tematica soprattutto dopo il caso Ferragnez. Qui la riflessione si ferma sui personaggi di Sabrina e Cesare, a tratti inutilmente stereotipati, e finisce per assumere un atteggiamento giudicante nei loro confronti. L’influencer è una categoria che nel periodo attuale ha fatto sorgere numerose questioni, ma qui la professione viene quasi ridicolizzata, andando ad ammazzare la critica nel momento in cui maggiormente poteva essere approfondita. Non aiuta il fatto che il finale risulta leggermente affrettato e lascia alcune domande in sospeso sul futuro di determinati personaggi.

Non stiamo parlando di un disastro, ci troviamo comunque di fronte a un regista consapevole, con un regia studiata e una sceneggiatura che può strappare qualche sorriso di tanto in tanto facendo riflettere su tematiche scomode, tuttavia siamo ben lontani (purtroppo) dai tempi de Il Capitale Umano e La pazza gioia. Non che la tragicità non sia affatto presente, ma non colpisce come Virzì era stato in grado di fare in passato. Il risultato è una commedia godibile, con personaggi che ritroviamo dopo tanti anni e che scherzano sull’essere invecchiati, ma che non riescono a fare di questa nuova era il loro punto di forza. Andate in sala senza troppe pretese, anche solo per godervi un fantastico Silvio Orlando

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Renata Capanna,
Redattrice.