Holy Cow nelle sale italiane si intitola Tutto in un’estate! ed è il promettente esordio alla regia di Louise Courvoisier, con una sceneggiatura scritta da lei stessa insieme a Théo Abadie. Il lungometraggio è stato premiato nell’edizione 2024 del Festival di Cannes per la categoria Un certain regard – Youth Prize, successo notevole se si considera che, oltre ad essere un’opera prima, vanta un cast composto esclusivamente da attrici e attori non professionisti. Il titolo francese era Vingt Dieux, letteralmente “venti Dei”, ma la sua versione internazionale è un gioco di parole che esprime perfettamente il tono leggero di questo coming of age un po’ diverso dal solito. 

Ci troviamo ai piedi delle alpi francesi, nella regione di Franche-Comté, dove viene prodotto l’omonimo formaggio. Immersi nell’atmosfera naif di un documentario rurale à la Alice Rohrwacher, incontriamo il diciottenne Totone (Clément Faveau), che all’inizio della storia si sta togliendo i vestiti mentre è in piedi su una panca, nel bel mezzo di una sagra di paese, incoraggiato dai cori goliardici dei suoi amici. Non serve sapere altro perché Totone è un adolescente normale, in un contesto che chiunque sia cresciuto nella provincia profonda, anche di qua dalle Alpi, sentirà familiare. Dopo la morte improvvisa del padre il protagonista deve occuparsi della sorellina Claire (Luna Garret), ma non ha mai lavorato prima e i suoi tentativi di ottenere un impiego sono ostacolati dai pessimi rapporti che ha tenuto finora con gli altri giovani della zona. Decide allora di provare a produrre il Comté, nella speranza di vincere il primo premio del concorso dedicato e risolvere i suoi problemi economici. Insieme agli amici Jean-Yves (Mathis Bernard) e Francis (Dimitry Baudry), inizia a rubare il latte dalla fattoria di una sua coetanea, Marie-Lise (Maïwene Barthelemy). Per sua fortuna la ragazza ha un debole per lui, ma i fratelli di lei sono tra i ragazzi con cui Totone aveva già una rivalità. 

A questo punto iniziamo ad accorgerci che questo coming of age ha delle caratteristiche particolari, innanzitutto perché la personalità del protagonista non sembra cambiare da un momento all’altro, a seguito di un montaggio drammatico con accompagnamento musicale (strategia che rimane assolutamente valida se girata con maestria, ma che sicuramente non è la più nuova in circolazione). Il montaggio di rito c’è, ma per tutta la durata del racconto Totone ha gli stessi diciotto anni che aveva all’inizio e la sua crescita è visibile solo nei dettagli, in un gesto che esita un momento in più del solito, o in una scelta più coraggiosa che dura solo il tempo dell’intimità con Marie-Lise. Il realismo estremo di questa rappresentazione è uno dei punti di forza del film, che tiene ancorato lo spettatore non per la trama ma perché è impossibile non immedesimarsi. 

Courvoisier non ci risparmia nulla della fatica di essere un ragazzo adolescente, portando sullo schermo non solo la pressione sociale vissuta da Totone ma anche la sua causa e le conseguenze. Assistiamo a dialoghi e insulti tra coetanei di stampo chiaramente sessista, la competizione tra loro ha come unico obiettivo l’attenzione delle ragazze, più volte situazioni dolorose o di conflitto sfociano nella violenza fisica e nel distacco, anche tra amici. La trama principale, ovvero Totone che cerca di vincere il primo premio, diventa di fatto lo sfondo, l’escamotage per raccontare quanto la buona volontà non sia sufficiente a cambiare la propria vita dall’oggi al domani: ci vuole una pazienza che i protagonisti, anche comprensibilmente, non sono abituati ad avere. 

A proposito di pazienza notiamo che ci sono dei momenti in cui il ritmo rallenta in modo considerevole. Questo succede perché le dinamiche relazionali tra adolescenti non sono l’unico livello di lettura strettamente sociale: anche la testimonianza delle comunità agricole alpine prende molto spazio. La necessità dei ragazzi di imparare a produrre il formaggio è il gancio per inserire nel film momenti istruttivi che sono di fatto dei mini documentari sui metodi tradizionali di produzione del Comté; questa scelta da una parte contribuisce all’originalità del racconto, dall’altra non sostiene una struttura che era già in partenza molto semplice e lineare. I due livelli sono poco integrati tra loro, soprattutto nella parte centrale del racconto. Tutto in un’estate rimane in ogni caso un ottimo esordio, un racconto tenero e leggero che lascia ben sperare per la carriera di Courvoisier. 

Federica Rossi,
Redattrice.