Perché fare un secondo capitolo di un film? In tempi recenti, un sequel serve per completare una narrazione già preventivamente divisa in più parti (guardiamo a It, Dune o Wicked o, ancora più a ritroso, all’ultimo racconto di Harry Potter o della saga di Twilight), ma di norma la regola è decisamente più semplice: se il primo film ha avuto successo, possiamo farne altri che – probabilmente – ne avranno ancora di più. Ovviamente possiamo elencare casi in cui questo non è avvenuto (esempio lampante quel Joker: Folie a deux così divisivo), ma la storia del cinema ci mostra come spesso questa strategia di marketing abbia portato ad enormi successi, portando alcune storie a trasformarsi in saghe dal successo originariamente impensabile.

Nell’horror le saghe sono tantissime poiché, essendo solitamente gli horror “nuovi” produzioni dal budget ridotto, è abbastanza facile che il successo arrivi senza troppi sforzi sapendo come acchiappare il pubblico giusto. Capita però altrettanto spesso che questi seguiti, venendo costruiti prima con lo scopo di vendere e poi con quello di raccontare, approdino in sala (o in streaming, che dir si voglia) con qualcosa che riproduce pedissequamente quanto fatto in precedenza. Saghe come Halloween, Venerdì 13, Non aprite quella porta, Nightmare ma anche più recenti come The Conjuring o Paranormal Activity sono piene di pellicole che seguono questi schemi; persino il recentissimo Smile 2, uscito appena un anno fa e “soltanto” secondo capitolo, si dimostra incagliato in una struttura che ripete pezzo per pezzo quanto fatto con il predecessore, senza nessun cambiamento davvero degno di nota.

È naturale quindi che, davanti all’annuncio di un seguito di The Black Phone, si manifestassero due concetti estremamente semplici: da un lato l’operazione era quasi inevitabile, visto l’enorme successo (160 milioni a fronte di un budget di 18!) commerciale e di pubblico, ma dall’altro il film sembrava aver raccontato tutto, senza che si sentisse il bisogno di aggiungere altro. Invece ci sbagliavamo tutti.

Disclaimer: Nell’articolo saranno presenti spoiler sulla pellicola precedente. Se non l’avete vista, è caldamente sconsigliata la lettura.

Le regole dei sequel

“La quantità di morti deve essere maggiore. Le scene di morte devono essere molto più elaborate, con più sangue e violenza. Ma soprattutto, se vuoi che il tuo film diventi un franchise di successo, non devi mai e poi mai pensare che il killer sia morto”

Randy – Scream 2 (Wes Craven, 1997)

1982: sono passati quattro anni dagli eventi del primo film e Finney, turbato profondamente dall’uccisione del Rapace, cerca di reagire al trauma attraverso risse e droghe leggere. Nel frattempo, la sorella Gwen ricomincia ad avere degli strani incubi legati ad alcuni bambini brutalmente uccisi ed allo squillo continuo di un telefono. Saranno proprio queste visioni a condurla, assieme al fratello ed al compagno di scuola Ernesto, ad Alpine Lake, un campo cristiano per giovani ragazzi che sembra avere un legame con la loro defunta madre.

Lo spunto di partenza è molto semplice ma estremamente funzionale nel presentare un capitolo profondamente differente dal precedente. È chiaro infatti fin da subito come il focus del film sia, questa volta, molto più sull’elemento sovrannaturale (solamente di contorno nel precedente) decidendo quindi di porre al centro delle vicende Gwen, invertendo sostanzialmente i ruoli presentati nel capitolo precedente. La struttura narrativa si compone di step molto semplici, partendo forse con un’eccessiva lentezza nei primi momenti ma capace, una volta ingranate appieno le marce, di procedere poi senza freni. Lasciate da parte le atmosfere cittadine della periferia, l’orrore si sposta quindi nelle foreste innevate delle montagne del Colorado sfoggiando una violenza estrema mai nascosta e, con essa, una volontà di osare forse più. Favoriti infatti dalla natura più sovrannaturale, è facile con il proseguo delle vicende ritrovarsi davanti a scene meno “realistiche” e molto più votate alla spettacolarità della scena: l’utilizzo dei sogni infatti porta Derrickson a costruire intere sequenze “alla NightmareI guerrieri del sogno su tutti – tra personaggi che fluttuano poiché afferrati in sogno, personaggi che compaiono e scompaiono continuamente ed elementi molto più grotteschi legati al villain ed alle sue azioni.

Inferno di ghiaccio

“Per ch’io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante”

Inferno, Canto XXXII

Non solo la citazione a Dante ci permette di inquadrare un interessantissimo parallelismo con l’ambientazione del film, ma permette di addentrarsi ulteriormente in una narrazione che costruisce attorno alle citazioni di stampo (o fondo) religioso una buona parte del suo immaginario. L’aspetto spirituale e religioso – presente anche nel primo, ma marginalmente – guadagna qui un ruolo centrale: un dono a metà tra la maledizione e la benedizione, il rapporto con la morte e gli spiriti, la decisione di approcciarsi ad una situazione seguendo gli insegnamenti di un credo o una spinta personale, sono tutti strumenti che permettono di costruire un coming of age di stampo sovrannaturale degno di un racconto di King (non a caso le basi, anche di questo seguito, provengono proprio dal figlio Joe Hill, autore del racconto d’ispirazione).

Derrickson si presenta qui a briglia più sciolta rispetto al capitolo precedente, utilizzando maggiormente le sequenze oniriche girate in Super 8 (di squisita Sinister-iana memoria) donando quindi al racconto un’impronta visiva propria e mai banale, con movimenti continui funzionali al turbamento ed all’angoscia delle sequenze che fanno da contraltare ai momenti “reali”, in cui la camera è spesso ferma o votata a movimenti precisi e calcolati.

La fotografia svolge un ottimo lavoro nel presentare luoghi che risultino contemporaneamente bellissimi e spaventosi, aiutata senz’altro dalle ottime musiche composte per l’occasione dal figlio Atticus Derrickson accompagnate dall’ormai iconico brano di apertura. Ottime anche le performance attoriali dei protagonisti, con un Mason Thames – ormai star dopo il successo del precedente ma soprattutto del remake live action di Dragon Trainer – qui chiuso in sé stesso ma capace, in un momento di debolezza, di sfoggiare tutta il suo talento in crescita, ma soprattutto con una Madeline McGraw davvero in splendida forma e che porta sullo schermo un personaggio che acquista sempre più consapevolezza di sé e riesce ad essere “forte e indipendente” ma non banale. Più sacrificato nel minutaggio Ethan Hawke ma che, nelle sequenze in cui è presente, rende il suo Rapace (se possibile) ancora più minaccioso e iconico che in precedenza, anche grazie al suo prendersi meno sul serio; secondari i ruoli per Jeremy Davies, che ritorna come padre di Finney e Gwen, e Demián Bichir, qui nei panni del supervisore di Alpine Lake, ma che comunque fa sempre piacere vedere a schermo, esattamente come è apprezzabilissimo il cameo di James Ransone.

Conclusioni

Abbandonando le atmosfere più grounded del precedente in favore di quelle più sovrannaturali costruite dall’idolo personale Wes Craven con la saga di Nightmare, Scott Derrickson ed il collaboratore di fiducia alla sceneggiatura C. Robert Cargill costruiscono un sequel capace di espandere quanto fatto con il precedente senza risultarne una banale riproposizione, permettendo la costruzione di un racconto che, a posteriori, possiamo vedere come una faccia opposta della medaglia rispetto al precedente.

Evoluzione dei personaggi, il ritorno di un villain che non risulta banale o già visto e l’aumento massiccio di violenza e azione: non va dato per scontato che, qualora abbiate apprezzato il precedente, questo incontri i vostri gusti (e vale perciò anche il contrario), ma raramente in tempi moderni si è visto un sequel così coraggioso nel cambiare le carte in tavola e di ciò non possiamo che esserne felici.

Mattia Bianconi
Mattia Bianconi,
Redattore.