Tra il 22 e il 24 aprile è tornato nelle sale uno dei film più conosciuti e amati nel mondo dell’animazione giapponese, Perfect Blue di Satoshi Kon. Primo thriller psicologico d’animazione mai prodotto e primo film del regista, che si è fatto poi un nome di tutto rispetto grazie ai successivi Paprika e Millennium Actress. La luce che Perfect Blue getta sul mondo dello spettacolo e le sue dinamiche disastrose continua a essere attuale e profondamente affascinante ancora oggi, a più di venticinque anni dall’uscita.

Fama e autodistruzione

Perfect Blue racconta la storia della giovane cantante Mima, che decide di staccarsi dalle compagne idol del gruppo CHAM, per iniziare una carriera da attrice come ruolo secondario in uno sceneggiato televisivo. La vita da cantante sta troppo stretta a Mima, che seppur tanto amante della musica e del canto, sceglie di seguire una nuova strada, sperando che possa concederle più possibilità. Non tutti si trovano d’accordo con lei, specialmente la manager Rumi, e presto Mima si rende conto di essere l’obiettivo di un terrificante stalker che la osserva costantemente e non si fermerà davanti a nessuno pur di riportare indietro la “vera Mima”. Tra lettere inquietanti e incubi continui, la mente della ragazza inizia a deteriorarsi sempre di più: nello specchio i suoi vestiti sono diversi, quelli delle idol, e il riflesso con i fiocchi tra i capelli le ricorda come la sua decisione sia stata un errore imperdonabile.

Dovremmo saperlo ormai tutti, ma è bene ricordare che gli anime non sono per forza rivolti a un pubblico molto giovane: anzi, Perfect Blue attraversa più volte il confine tra thriller e horror, con sequenze estremamente violente e disturbanti tra cui la più famosa è senza dubbio quella nella quale la protagonista deve recitare in una scena di stupro di gruppo molto forte. La storia di Mima mostra in modo diretto e brutale le dinamiche distruttive del mondo dello spettacolo in cui tutti sono disposti a tutto per soldi e fama. Eppure è proprio la tanto inseguita dalla protagonista a devastare completamente la sua psiche: man mano che i giorni di riprese si susseguono la ragazza inizia a dubitare di se stessa e di tutto ciò che la circonda, finendo per frammentare la propria personalità e confondere il sogno con il mondo reale. L’animazione esplora queste tematiche in modo coraggioso e potente, rendendo anche le scene più angoscianti uno spettacolo per gli occhi. Perfect Blue mantiene alta la tensione per tutta la sua durata, ingannando lo spettatore e spingendolo a dubitare di tutto ciò che vedono i suoi occhi, esattamente come la povera Mima ogni volta che si trova davanti allo specchio. Complice di un incredibile esordio per Satoshi Kon è anche la colonna sonora, che ci accompagna scena dopo scena e si fa più tesa è inquietante mano mano che vediamo la mente della protagonista deteriorarsi, senza poter fare niente per aiutarla. Perfect Blue è un viaggio assurdo in una psiche devastata, per poterlo comprendere dovete essere disposti a mettere in discussione voi stessi.

Il Viale del tramonto di una idol giapponese

Visto anche lo splendido Millennium Actress del 2001, si può dire che Satoshi Kon abbia un legame particolare con storie di persone che hanno raggiunto la fama e poi sono inevitabilmente crollate, per un motivo o per un altro. Qui non troviamo la splendida scalinata da cui scende Gloria Swanson pronta per girare il nuovo film di Cecil DeMille, ma le affinità sono tantissime. Il brusco cambiamento che segna l’inizio del declino, la follia, il distaccamento totale dalla realtà, tutti passaggi che ci fanno capire quanto Perfect Blue sia stato realizzato con in mente il capolavoro di Billy Wilder. I momenti in cui Mima ripensa alla sua carriera di idol e inizia a dubitare delle sue scelte condividono la tristezza e la nostalgia delle parole di Norma Desmond, ma sono ancora più forti e devastanti quando a pronunciare quelle stesse parole è lo spettro di una Mima del passato, con gli abiti da palcoscenico e il microfono, impossibile da catturare o da far sparire.

Il cinema parla di se stesso (o dello spettacolo in generale) da sempre, e prima o poi questa tendenza avrebbe dovuto investire anche l’animazione. La mano di Satoshi Kon gestisce in modo impeccabile una tematica così profonda e complessa, macchiandola di sangue e tinte terrificanti che nulla hanno da invidiare a maestri dell’horror giapponese come Junji Ito.

Satoshi Kon e Darren Aronofsky

I cinefili guarderanno Perfect Blue e vedranno Requiem for a Dream; impossibile negarlo, tutti lo abbiamo pensato, tutti abbiamo trovato i punti in comune e le scelte di regia estremamente simili. L’esempio più conosciuto è la scena in cui Mima si trova immersa nella vasca da bagno e inizia a gridare con il volto sott’acqua, una sequenza ripresa in modo praticamente identico per il personaggio di Jennifer Connelly in Requiem for a Dream. Lo stesso Aronofsky ha dichiarato di aver preso ispirazione dal film di Kon, all’epoca un regista semisconosciuto, dopo averlo visto ed essersene innamorato: si parla di un omaggio quindi, giusto? Be’, sicuramente lo era dal punto di vista di Aronofsky, ma Kon non la pensò esattamente allo stesso modo, facendo notare più volte i “troppi omaggi” alla sua opera nel film del 2000. Un atteggiamento comprensibile se consideriamo che alla fine degli anni ‘90 Aronofsky aveva già avviato una carriera promettente mentre Kon non riscuoteva il successo che avrebbe meritato ma, anzi, incontrava continue difficoltà con i produttori. Senza schierarsi da una parte o dall’altra, ci si può chiedere se sia giusto o sbagliato (soprattutto per noi occidentali) “prendere ispirazione” da un’opera che dal nostro lato del mondo non sarà mai conosciuta abbastanza? La nostra è una domanda che naturalmente va ben oltre Perfect Blue e Requiem for a Dream, anche al di là di Black Swan, per il quale Aronofsky non ha mai ammesso di aver attinto da Kon ma le similitudini sono davvero troppe per essere ignorate.

In fin dei conti, Satoshi Kon ha parlato anche di se stesso attraverso la storia di Mima: ha parlato di come dedicare se stessi all’arte può essere autodistruttivo, di come il mondo dello spettacolo sia crudele e pericoloso, portando addirittura alla follia chi non riesce a resistere sulle proprie gambe. Kon ci ha lasciati troppo presto, ma ora ci resta la speranza che la sua arte riceva ogni giorno l’amore che merita.

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Renata Capanna,
Redattrice.