I guilty pleasure della redazione di Frames Cinema

La storia del cinema è costellata tanto di capolavori quanto di film più o meno riusciti, giudicati meno belli dalla critica professionista. Ma chi dice che anche questi non meritino amore?

Accanto ai propri pilastri personali di grandi titoli della storia del cinema, ogni cinefilo ha a cuore uno o più guilty pleasure. Dictionary.com definisce l’espressione, che letteralmente indica un “piacere colpevole”, come qualcosa “(…) per cui una persona si vergogna o si sente in colpa, spesso perché teme di essere giudicata dagli altri”. Nel caso del cinema, il timore viene dal fatto che i film guilty pleasure non sono considerati tanto belli quanto altri e quindi ci si preoccupa di passare per “cattivi cinefili” nell’apprezzarli.

Oggi alcuni dei redattori di Frames Cinema hanno deciso di superare questa vergogna, mettersi a nudo e rivelare quali sono i loro personali guilty pleasures.

Copkiller (L’assassino dei poliziotti) (Roberto Faenza, 1983)

La storia dell’incontro tra un tenente di polizia corrotto e segretamente omosessuale ed un giovane che si autodenuncia come “assassino di poliziotti” potrebbe benissimo confondersi con altri poliziotteschi italiani degli anni 80, non fosse che (ad oggi) si tratta del primo e unico film in cui ha recitato John Lindon, frontman dei fu Sex Pistols e dei Public Image Ltd. Nella parte del tenente O’ Connor abbiamo Harvey Keitel, in un ruolo che Faenza afferma essere stato di ispirazione ad Abel Ferrara per Il cattivo tenente.

Diverse performance attoriali virano verso il brutto (il doppiaggio italiano migliora la cosa), la colonna sonora di Ennio Morricone è veramente intrusiva e il montaggio è per lo meno confuso, tanto che del film esistono almeno tre versioni diverse. Ma Lindon e Keitel reggono sorprendentemente bene un rapporto sadomasochista in cui le parti si invertono di continuo, gli interni hanno un’appropriata atmosfera claustrofobica e la sceneggiatura offre abbastanza spunti da intrattenere e, in certi momenti, brillare.

A cura di Silvia Strambi.

Daredevil Director’s Cut (Mark Steven Johnson, 2003)

Oggi i film di supereroi sono cosa nota, ma nei primi anni duemila, quando gli universi condivisi non esistevano, alcuni registi provarono già a trasporre alcuni fumetti sul grande schermo. Uno dei più famosi tentativi fu quello di Mark Steven Johnson con Daredevil, film che conquistò presto la nomea di “peggiore tra i cinecomic”. Il film di Johnson è indubbiamente problematico, con sequenze che passano dalla comicità quasi demenziale alla totale serietà creando un quadro camp e costantemente finto, con la tuta attillata in lattice di Devil come punta dell’iceberg.

Al di là delle interferenze dello studio è però facile vedere – soprattutto con la Director’s Cut – un film con un’anima forte, con i suoi scivoloni ma anche i suoi momenti epici che, tra una sequenza con gli Evanescence in sottofondo, alcune coreografie di combattimento ottime e alcuni giochi di luce davvero pregevoli, rimane facilmente impresso nel cuore del me bambino (e anche nel me ventenne).

A cura di Mattia Bianconi.

La leggenda degli uomini straordinari (Stephen Norrington, 2003)

Può mai uscire un brutto film a partire da una serie a fumetti eccezionale come La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore? Sembra proprio così con La leggenda degli uomini straordinari di Stephen Norrington, che nel 2003 floppò alla grande stroncando un franchise sul nascere.

Troppe cose non funzionano in questo cinefumettone fragoroso e sopra le righe, ma è innegabile il fascino misterioso di una storia che raduna i più grandi protagonisti della letteratura gotica, da Dorian Gray al Capitano Nemo, dall’uomo invisibile a Dr. Jekyll/Mr. Hyde, per combattere un fantasma che minaccia l’Europa agli albori del ‘900. 

Vogliamo poi parlare della CGI bruttina ma audace, puro luccichio trash per gli occhi? Un film capace di stroncare le carriere di regista, sceneggiatore e protagonista, anche se quel protagonista era l’ex 007 Sean Connery. Come non amarlo? 

A cura di Enrico Borghesio.

Una pallottola spuntata – trilogia (David Zucker 1988-1991 e Peter Segal 1994)

«Non volevo che il caso di questo caso venisse risolto per caso a caso» è il tenore delle battute che si susseguono nella geniale e bestiale trilogia della Pallottola spuntata, realizzata dal 1988 al 1994 con protagonista l’irresistibile Leslie Nielsen. Poi nel cast ci sono Priscilla Presley (sì, quella Priscilla) e OJ Simpson, se non è un film pazzo questo che cos’è? La clamorosa parodia di qualsiasi poliziesco (e non solo) degli anni ’80 converge nelle vicende professionali e sentimentali di Frank Drebin, un tenente della polizia di Los Angeles incapace e surrealmente impassibile nel mezzo della follia. Trame sconclusionate, riferimenti coltissimi, slapstick e nonsense si mescolano bene in gialli apparentemente ridicoli che sono però anche eccezionali commedie.

A cura di Edoardo Borghesio.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (Sydney Sibilia, 2020) 

La storia di Giorgio Rosa (Elio Germano), il giovane ingegnere che ha costruito una zattera al largo di Rimini, l’ha dichiarata territorio indipendente dallo stato italiano ed è arrivato a scomodare persino le Nazioni Unite, è vera. La “nazione” ebbe vita breve, dal 1 Maggio del 1968, a Febbraio 1969. Sibilia non aggiunge niente ai fatti: è una biografia cronologica, semplice, curata il minimo per quanto riguarda costumi e colonna sonora. Perché guardarlo allora? Perché, ad umile parere di chi scrive, fa ridere. Non si tratta di una commedia particolarmente ricercata (anzi…) ma di un ritratto leggero delle problematicità nella storia italiana: dal governo-macchietta all’eterno dramma delle concessioni balneari passando, ovviamente, da qualche cardinale che ha da dire la sua sul libertinaggio indegno che serpeggia tra i giovani nelle discoteche della riviera. Nel mucchio completamente casuale di protagonisti merita una menzione l’ex soldato tedesco Rudy Neuman (Tom Wlaschia), giustamente perplesso da tutto ma ben disposto a salire a bordo. Ogni dialogo è una scusa per fare una battutaccia di serie b che però, sarà grazie alla bravura degli attori – tra cui Matilda De Angelis in splendida forma e anche lei palesemente esasperata da Rosa/Elio- non risultano mai davvero di troppo. L’atmosfera vintage e nostalgica completa quest’opera di cui non avevamo bisogno, ma in un certo senso sì, perché c’è sempre bisogno di reimparare a non prendersi troppo sul serio. 

A cura di Federica Rossi.

Il Codice Da Vinci (Ron Howard, 2006)

Difendere i film di Ron Howard con protagonista Tom Hanks nei panni di Robert Langdon, professore di simbologia (vabbè) ad Harvard nato dalla fervida (pure qua, vabbè) fantasia di Dan Brown, è un’impresa bella ardua ma sicuramente divertente. La ricetta è semplice: il nostro eroe è chiamato a risolvere un mistero in qualche modo collegato alle sue ricerche in Europa (qui a Parigi), si accompagna ad una donna affascinante e un po’ secchiona (Audrey Tautou), c’è di mezzo un poliziotto locale (Jean Reno) che un po’ si fida di lui e un po’ lo ostacola, qualche altro bizzarro personaggio interpretato da un grande attore (Ian McKellen) c’entra in qualche maniera, e uno di loro è un infamone. Questi film del medioman di Hollywod hanno il sapore e l’aspetto di quei cesti regalo della zia che puntualmente verranno riciclati al prossimo parente. I misteri inerenti Chiese e cardinali sono sempre divertenti, e il cast fa il suo. Almeno in questo film e nel successivo Angeli e Demoni, su Inferno i difensori si devono impegnare un po’ di più. Ma possiamo mai sottrarci a questa sfida?

A cura di Nicolò Cretaro.

The Fan – Il mito (Tony Scott, 1996)

Crescendo in una famiglia di cinefili, il nome di Robert De Niro si associava inevitabilmente a quello di una divinità. Non serviva aver visto un suo film: la sua fama lo precedeva. Era un punto di riferimento, la cui presenza in un film significava, per un bambino di nove anni, automaticamente qualità. Così, grazie al palinsesto ciclico di Sky Cinema Max, che riproponeva all’infinito gli stessi titoli, mi imbattei in The Fan – Il mito. De Niro me lo aveva già venduto sulla fiducia e la sinossi fece il resto: un thriller psicologico sul mondo dello sport, con un’ossessione malata al centro della vicenda.

La storia è quella di Gil Renard (Robert De Niro), fanatico del baseball la cui ammirazione per la star Bobby Rayburn (Wesley Snipes) si trasforma in un’ossessione che lo porta in una sempre più incontrollabile spirale di follia. Rivedendolo anni dopo, con un bagaglio cinematografico ben più ampio sulle spalle, mi è stato impossibile non notarne i limiti e le esagerazioni. A De Niro viene chiesta l’ennesima variazione sul tema dello stalker psicopatico, sulla scia del suo Max Cady in Cape Fear, mentre la regia di Tony Scott è un concentrato di estetica anni ’90: ipercinetica, stilizzata, piena di rallenty gratuiti. Molti dialoghi e situazioni scivolano nel melodramma e nel ridicolo involontario, culminando in uno dei finali più improbabili e sopra le righe che si siano mai visti.

Eppure, nonostante tutto, The Fan è uno di quei film a cui vorrò bene per sempre. È stato uno dei primi a farmi sentire il fascino di un certo tipo di cinema “più adulto”, un cinema che mi ha poi spinto alla scoperta di titoli come Heat, Taxi Driver e Re per una notte. Un film che, con tutti i suoi limiti, resta comunque uno dei primi  tasselli che hanno poi segnato il mio percorso cinefilo.

A cura di Simone Pagano.