Pensando al concetto di “alieni”, diamo per scontato che essi debbano trovarsi nello spazio più remoto, eppure nulla esclude che misteriose specie a noi sconosciute possano risiedere nelle profondità oceaniche. Questa è l’idea alla base di The Abyss, film del 1989 che vaglia la possibilità che una specie aliena si trovi sotto i nostri piedi anziché sopra le nostre teste. Parliamo di James Cameron, lo stesso regista che ha portato a casa più di cinque miliardi di dollari con solo due dei cinque capitoli della saga di Avatar, incentrata sugli alieni nello spazio. Comunque la si guardi, emerge un interesse di Cameron per le civiltà lontane, nello spazio e nel tempo, dislocate in chissà quale profondità dell’universo.
Acqua e catastrofi
L’acqua è un elemento centrale nel cinema del cineasta canadese, fonte di vita rigogliosa e temeraria ma anche simbolo di potenza devastante e punitrice. Nella mente dello spettatore, la meraviglia suscitata dalle scene acquatiche quasi documentaristiche di Avatar – La via dell’acqua viene prepotentemente spazzata via dalla forza distruttrice con cui i gelidi flutti oceanici invadono i sontuosi corridoi del Titanic. In qualche modo la natura prende sempre il sopravvento sulla creazione umana, c’è sempre qualcosa di soprannaturale che interviene per rimettere l’uomo al suo posto, ed esemplare in tal senso è il finale di The Abyss, dove i nativi del mare si rivelano all’umanità con una formidabile minaccia.

Ciò che è in superficie viene trascinato giù, e quello che sembra essere perduto sul fondale riemerge, che siano esseri viventi o ricordi strappati al loro luogo di riposo. L’acqua è un continuo rimescolamento di flutti, una perenne minaccia distruttiva seguita da una genesi: la nuova vita di Rose dopo la perdita di Jack, la coesistenza tra umani e nativi del mare, tra Na’vi terrestri e acquatici.
Spazio e progresso
L’interesse per l’acqua in Cameron sconfina in vera e propria venerazione per la natura incontaminata, che in quanto tale non deve essere dominata o sopraffatta dall’uomo (semmai il contrario). Quest’ottica va a braccetto con l’antimilitarismo che caratterizza tanto The Abyss quanto i film spaziali di James Cameron: Ripley non deve fidarsi dei soldati che in Aliens – Scontro finale vogliono studiare gli Xenomorfi per farne delle armi biologiche, e Sully capisce di essere dalla parte sbagliata lavorando con i Marines di Avatar.

Nei film di James Cameron il messaggio è sempre molto chiaro perché appaiato con trame semplicissime, ma ciò non significa che la riflessione non si estenda oltre la superficie di una storia archetipica e raccontata linearmente. Scendendo in profondità, l’antimilitarismo è una lotta al progresso incontrollato che tenta di dominare la natura, la quale, come già ribadito, dovrebbe rimanere incontaminata. Si potrebbe obiettare che lo stesso Cameron sostenga il progresso, avendo dedicato parte della sua vita allo sviluppo di tecnologie di ripresa di ogni tipo, ma la ricerca del cineasta è sempre mirata a una migliore rappresentazione della natura e di conseguenza alla preservazione dei suoi ambienti virtuali, non alla loro distruzione.
Terra e simulazione
Nella filmografia di Cameron i titoli che maggiormente convogliano lo scontro uomo-macchina e il terrore di un olocausto sono i due capitoli di Terminator, thriller notturni basati sull’azione e sull’imponente presenza fisica della star Arnold Schwarzenegger. Proprio il T-800 diventa incarnazione corporea dell’assunto superficie-profondità: l’androide è alieno dentro, e umano fuori, prodotto di una simulazione pari a quella di Jake Sully che è umano dentro e alieno fuori, attraverso l’utilizzo del proprio avatar Na’vi. La simulazione è un altro tema ricorrente di Cameron, con Jack che si finge agiato pur appartenendo alla terza classe e con il protagonista di True Lies che finge una vita normale dietro l’identità di agente segreto.

Ma il doppio non può resistere a lungo: la verità deve venire a galla, la menzogna sprofondare. Per impedire l’olocausto nucleare, alla fine di Terminator 2 – Il giorno del giudizio, il T-800 deve immergersi in una vasca di acciaio fuso per non tornare mai più: la profondità come soluzione all’incontrollato progresso delle macchine (o degli esseri umani?), a favore di una vittoria della natura e della superficie. Perché tutto torni al suo giusto stato, il Terminator deve morire e il Titanic deve affondare.

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