È il 1926 e il regista Teinosuke Kinugasa gira uno dei film più importanti dell’avanguardia giapponese, a lungo considerato perduto e poi miracolosamente ritrovato dal regista stesso quasi cinquant’anni dopo la realizzazione. Un’opera forse difficile da comprendere in ogni sua parte, a lungo sottovalutata e nascosta dietro la fama dei grandi maestri delle avanguardie occidentali: oggi siamo qui per parlarvi di Una pagina di follia, meglio noto con il titolo internazionale A Page Of Madness.

A Page Of Madness ci guida negli inquietanti corridoi di un ospedale psichiatrico, un luogo che non ha nulla da invidiare a un labirinto o, meglio ancora, a una prigione. Le stanze dei pazienti sono infatti più simili a celle che a camere d’ospedale, con muri spogli e grosse sbarre, dietro le quali uomini e donne osservano impotenti il mondo esterno a cui sono stati sottratti. È al limite del grottesco la sequenza raffigurante una giovane ragazza che balla una danza disperata nella sua minuscola stanza fino a cadere stremata a terra, mentre sul suo corpo si sovrappongono immagini di strumenti musicali.

Conosciamo presto il nostro protagonista, un custode (Masao Inoue) che lavora da poco nell’ospedale e che si aggira nei corridoi in penombra, mostrandoci man mano i vari pazienti rinchiusi nella struttura. L’uomo sembra particolarmente interessato a una donna (Yoshie Nakagawa) che, durante i brevi momenti di lucidità, lo guarda con espressione triste, cerca di raggiungerlo attraverso le sbarre della sua stanza, ma poco dopo ricade inevitabilmente nella follia. Per ora, non ci è dato sapere chi sia questa donna, anche perché i due non riescono a scambiarsi neanche una parola.

Il giorno dopo giunge alla struttura una ragazza (Ayako Iijima) vestita con un elegante abito tradizionale giapponese, che chiede di parlare con un responsabile e si fa indicare una delle celle: lì dentro c’è la stessa donna che abbiamo visto poco prima. Non è molto facile comprendere cosa stia succedendo, anche perché il film è privo di qualsiasi didascalia, ma presto capiamo che la donna internata è la madre della ragazza, mentre l’inserviente protagonista è il padre, che lavora nella struttura per prendersi cura della moglie. L’arrivo della figlia innesca nella mente del protagonista una serie di visioni che ci aiutano a conoscere la sua storia e a capire il motivo per cui la moglie è stata ricoverata nella struttura: è stato lui a farla impazzire, e ora è divorato dal senso di colpa. Man mano che la narrazione prosegue l’uomo inizia a comportarsi in modo strano e a perdere contatto con la realtà, fino a far dubitare persino lo spettatore di tutto ciò che si sta svolgendo sullo schermo.

Avanguardia giapponese

L’obiettivo di Kinugasa è piuttosto chiaro lungo tutto il film: denunciare le condizioni dei pazienti negli ospedali psichiatrici giapponesi e portare consapevolezza sul tema della salute mentale. Un messaggio molto importante, soprattutto per il periodo in cui il film è stato girato, ed estremamente all’avanguardia anche per quanto riguarda la sua rappresentazione. Gli occhi dei pazienti vedono figure distorte intorno a loro, volti che si fondono con il paesaggio, immagini angoscianti che influenzano inevitabilmente lo spettatore e la sua stessa mente. A Page Of Madness è un’opera impressionante, il cui regista decide di raccontare usando una narrazione a tratti confusa, assolutamente non lineare, anch’essa distorta come le figure che si palesano agli occhi dei pazienti internati nell’ospedale psichiatrico. Il montaggio è frenetico e allucinante, gli effetti visivi inquietanti e suggestivi, in un film del tutto sperimentale che sembra anticipare non soltanto la tradizione cinematografica giapponese, ma l’intero cinema estremo, da David Lynch al Titicut Follies di Frederick Wiseman. L’uso sapiente della macchina da presa ha portato alcuni studiosi a paragonare la regia di Kinugasa a quella dei grandi espressionisti tedeschi di inizio ‘900; non è un paragone avventato, basta notare gli splendidi giochi di luci e ombre che il cineasta giapponese realizza usando le linee spigolose delle stanze dell’ospedale, ma soprattutto le terribili sbarre che separano i pazienti dall’esterno. L’aspetto più affascinante, però, è la musica: il film è muto, privo di didascalie anche in corrispondenza dei dialoghi, e la musica assume un ruolo di vitale importanza. La colonna sonora è psichedelica, a tratti assordante, simile ai migliori prodotti dei nostri connazionali Goblin, e accompagna il racconto concedendo alle immagini una natura ancora più allucinante; unita poi ai disperati volti dei pazienti che si alternano a una successione infinita di sbarre e corridoi, rende terrificante l’esperienza di visione del film. A Page of Madness è un incubo che continuerà a tormentarvi anche dopo il risveglio.

Renata Capanna,
Redattrice.